I maestri del sorriso

Antologia degli umoristi italiani del Novecento. Mario Soldati

 Ben più che un umorista, Soldati fu – come ha scritto Nello Ajello – un dispensatore d’allegria: accanto a lui si aveva la sensazione di abitare in uno dei suoi racconti, di diventare un comprimario sul suo palcoscenico... E Indro Montanelli, che per lui nutriva quasi una sorta di devozione, dichiarò che «...bastava trascorrere una serata in sua compagnia, per rendersi conto del suo raro talento, dote che avrebbe potuto applicare, come infatti applicò, a qualunque cosa: letteratura, cinema, teatro, perfino musica».

Nato a Torino il 17 novembre 1906, Mario Soldati si distinse ben presto come uno degli intellettuali di maggiore spicco nel Novecento italiano. Dotato, oltre che di cultura, di un innato e puntuale senso dell’ironia, si diplomò giovanissimo all’Istituto Sociale dei Gesuiti, iscrivendosi poi alla facoltà di Lettere e pubblicando, appena diciannovenne, la sua opera prima: Pilato, di contenuto drammatico.

Il suo formidabile dinamismo lo rendeva incontenibile: nel 1927, a ventuno anni, si laureò in Storia dell’arte; nel ’29 pubblicò il libro di racconti Salmace; l’anno successivo si trasferì a New York, dove insegnò alla Columbia University. Tornato in Italia nel 1931, si sposò e iniziò la sua collaborazione di sceneggiatore cinematografico con la Cines-Pittaluga, diventando anche aiuto-regista di Mario Camerini, e dirigendo autonomamente, nel 1939, la sua prima pellicola – Dora Nelson – alla quale seguirà Piccolo mondo antico (tratto dall’omonimo romanzo di Antonio Fogazzaro), film che lo consacrerà regista di vaglia.

Senza mai trascurare la sua attività di scrittore, nel 1949 vince il Premio San Babila, e nel 1954, con il romanzo Lettere da Capri, il prestigioso Premio Strega.

Attratto dalla nascente televisione (la Rai lo aveva peraltro sommamente omaggiato, mandando in onda il 3 gennaio 1954 come film inaugurale del servizio televisivo il suo Le miserie del signor Travet), Soldati si cimenta anche col piccolo schermo, affermandosi con l’inchiesta Viaggio lungo la Valle del Po, e poi con Vino al vino, programma che di fatto inaugura il giornalismo enogastronomico. La leggenda vuole che le riprese venissero quasi sempre accompagnate da buone bevute, e in alcuni casi il Maestro avrebbe fatto volentieri a meno di qualche bicchiere di troppo, ma per rendere onore a tutti i vini che gli venivano offerti, e ai loro produttori, non vi rinunciò mai, giustificandosi col motto: «Soldati si nasce, eroi si diventa».

Del 1959 è il suo ultimo film – Policarpo, ufficiale di scrittura (interpretato da Renato Rascel) – con il quale vince al Festival del Cinema di Cannes il Premio per la migliore commedia. Ambientata nella Roma umbertina, la vicenda s’impernia sul contrasto fra il modesto e zelante impiegato calligrafo Policarpo de’ Tappetti, in servizio presso il Ministero, e il suo invidioso capo-ufficio cavalier Cesare Angarano (ruolo ricoperto da Peppino De Filippo), il quale, vantando tronfiamente la propria discendenza da un conte Biancamano di Savoia, osteggia l’incipiente rapporto amoroso tra il figlio Gegè (Luigi De Filippo) e la figlia di Policarpo, Celeste (Carla Gravina). Costei, intanto, s’innamora di Mario (Renato Salvatori), un modesto meccanico, che è particolarmente esperto nelle rivoluzionarie “macchine per scrivere”. Al calligrafo Policarpo (nemico giurato di quella invenzione) la circostanza tornerà provvidenziale, allorché sarà costretto, per la modernizzazione degli uffici, ad impararne l’uso, pena il licenziamento dal Ministero.

Grazie alle lezioni elargitegli da Mario, Policarpo avrà così modo, il giorno dell’inaugurazione, di sfoggiare tutta la sua bravura nell’impiego del nuovo strumento, guadagnandosi l’elogio del Ministro e, conseguentemente, la stizza del capo-ufficio Angarano al quale, fra l’altro, viene di lì a poco notificato che, da una più approfondita ricerca, il suo “nobile” avo Biancamano risulta essere un umile artigiano, così soprannominato per il suo mestiere d’imbianchino!

Particolarmente divertente è il momento in cui viene richiesto al Ministro di inaugurare per primo la macchina da scrivere. «Ma verament, savarìa no che tast schiscià» (Ma veramente, non saprei che tasto schiacciare), si schermisce il Ministro. «Il tasto della “I”, come Italia», suggerisce un suo collaboratore. E il Ministro schiaccia, sbagliando tasto. «Per la verità – corregge il collaboratore – quella è una “L”». E il Ministro: «Ma l’è l’istess, no?... “L” come Lombardia!».

Il film si conclude con l’epica scena interpretata da Amedeo Nazzari che, nei panni di un aitante Carabiniere, afferra per le briglie e doma un cavallo imbizzarrito: un atto di autentica simpatia per la Benemerita, che più tardi ispirerà Soldati a scrivere per la Rai una memorabile serie di sceneggiati televisivi (I racconti del Maresciallo, interpretati da Turi Ferro), mandati in onda in sei puntate, agli inizi del 1968.

Discusso, e con giudizi talora controversi, come accade per tutti i veri protagonisti di un’epoca, Mario Soldati fu sicuramente un “personaggio”. Il suo stile (letterario, cinematografico, personale) era e rimane inconfondibile. Con pochi magistrali tratti, il pittore Ferenc Pintér gli ha reso un profilo perfetto sulla copertina di 44 novelle per l’estate, raccolta che Soldati pubblicò nel 1979: cappello, occhiali, baffo folto e spiovente, maglia bianca a scollatura tonda, braccio teso a mezz’altezza, con bastone pendulo (la sua celebre “canna di malacca”), mano che stringe un bicchiere di vino (ovviamente rosso...). Ad essere del tutto rigorosi, manca, in quel ritratto, il suo irrinunciabile e indivisibile sigaro. Un mezzo “toscano” divenuto tanto emblematico che dal 2006, centenario della nascita dello scrittore-regista torinese, la manifattura di Lucca lo produce e commercializza proprio col suo nome: toscano “Soldati”.

Era spesso caustico («Non sempre chi trionfa merita e chi merita trionfa»), e tuttavia voleva bene al mondo. Oltre, naturalmente, che a se stesso. In un’intervista rilasciata a Tullio Kezich per il Corriere della Sera, si difese con la consueta acutezza di spirito da chi gli addebitava peccati d’incoerenza: «Posso affermare di non essermi mai contraddetto in tutta la mia vita per la semplice ragione che su qualsiasi cosa ho sempre avuto due opinioni: la mia e il suo contrario».

Era anche un poeta, pronto a cogliere gli insegnamenti e le ispirazioni provenienti dalla natura. Fuggiasco attraverso i monti dell’Abruzzo, in una sera del fatidico settembre 1943, racconta di aver trovato rifugio a San Giorgio del Sannio, presso la bottega di un vecchio fabbro, il quale – rimasto solo nel paese abbandonato per i frequenti bombardamenti – aveva un infallibile sistema d’allarme: il pollaio dietro casa. «Neanche il più esperto artigliere della contraerea», scrive Soldati in un suo racconto, «potrebbe distinguere il rombo lontano delle fortezze volanti da quello continuo dei camion sulla strada. Ma le galline sì: regolarmente, due minuti prima che si oda lo scoppio della prima bomba, si svegliano, si agitano, chioccolano, squittiscono, strillano nervose e frenetiche, dando quindi l’allarme... Sono i miracoli del regno animale, che tutti dovremmo sempre saper riconoscere, e rispettare».

Mario Soldati morì a Tellaro, sull’estrema costa spezzina, il 19 giugno 1999. È sepolto nel Cimitero monumentale di Torino, insieme alla moglie Jucci Kellermann.

Delle innumerevoli testimonianze sul suo profilo artistico-letterario, la più suggestiva rimane probabilmente quella di Natalia Ginzburg: «Fra gli scrittori del Novecento italiano, Soldati è l’unico che abbia saputo esprimere, costantemente, non il piacere bensì la vera gioia di vivere, senza rifuggire nulla e nessuno, contemplando, esplorando e amando l’universo in ogni suo aspetto, anche nella miseria, ed assolvendolo».

(27. continua)