Dalla guardiola al Campiello

Intervista a Michela Murgia, che con il suo ultimo romanzo, Accabadora, ha riscosso un clamoroso successo. Nel racconto una testimonianza della Sardegna rurale degli anni Cinquanta
Il bello della vita, in tanti la vedono così, è che riserva sempre grandi sorprese. C’è poi un’altra scuola di pensiero, che preferisce il motto “Niente nuove, buone nuove”. Ma certo, se la nuova è arrivare a vincere, dopo aver fatto il portiere di notte, un premio letterario come il SuperCampiello, ben vengano le sorprese!

È il caso di Michela Murgia, autrice da Cabras, in Sardegna, che dopo svariate esperienze lavorative ha dato sfogo al suo notevole talento letterario. Il buongiorno si è visto dal mattino: il suo primo libro, Il mondo deve sapere, una satira sulla realtà degli operatori dei call center delle multinazionali, è prima diventato un’opera teatrale e poi ha ispirato la sceneggiatura del film Tutta la vita davanti di Paolo Virzì, con un cast di attori del calibro di Isabella Ragonese, Sabrina Ferilli, Elio Germano, Valerio Mastandrea e Massimo Ghini.

Nel maggio 2008 è venuto Viaggio in Sardegna, guida ai luoghi meno esplorati della sua isola; un anno dopo è stata la volta di Accabadora, pubblicato per Einaudi. Da lì l’apoteosi: il romanzo, una storia ambientata nella Sardegna rurale degli anni Cinquanta, ha vinto in successione la sezione narrativa del Premio Dessì, il SuperMondello e infine il SuperCampiello, premio letterario di primissimo piano.

'Vecchia in costume', incisione di Antoni Peppe PirasIn sardo accabadora è colei che finisce. Il compito di Tzia Bonaria, una vecchia sarta esperta di sortilegi e fatture, è infatti quello di dare una morte pietosa a chi sta soffrendo. Con la sarta vive Maria, una bambina che lei ha preso con sé per crescerla come una figlia, una fill’e anima. Quando la piccola scopre quale mistero si nasconda dietro l’attività di sarta di Tzia Bonaria, fra le due insorgerà un conflitto forte, difficile da sanare.

È una vicenda molto bella, che scava nel profondo dell’animo umano con una prosa ricca e al tempo stesso efficace. Come ha scritto di lei Valeria Parrella, un’altra importante scrittrice italiana, Michela Murgia riesce a parlarci di temi come il testamento biologico e l’eutanasia “(…) donandoci la possibilità di tornare a pensarvi senza urlare, con la giusta forza e delicatezza”. Ci accostiamo a lei con doveroso rispetto, ponendole la domanda numero uno per definizione.

Chi è Michela Murgia? Quando e perché decide che il suo destino sarà scrivere?
«Non sei tu che decidi il destino, ma è lui che sceglie per te. Io sono una persona che sa adattarsi alle circostanze, il che significa che la maggior parte delle volte sono le circostanze a decidere per me. È stato così anche per la scrittura: non ho mai voluto diventare scrittrice, non ho mai mandato una riga a un editore, né del resto avevo righe da mandare. Un blog aperto per sfogare le frustrazioni di un lavoro triste e surreale ha attirato l’attenzione dell’editoria, ed è da lì che è cominciato tutto».

Quanto è difficile affermarsi come scrittore, nell’Italia di oggi?
«Per me è stato facilissimo, ma mi rendo conto che non sono l’esempio tipico. Ho saltato a pie’ pari la gavetta e sono approdata subito a editori grandi a sufficienza da distribuire in tutto il territorio nazionale e da garantire serietà nel rapporto con i lettori. So che non è così per tutti, ma se dicessi che è difficile per solidarietà offenderei le belle occasioni che ho ricevuto».

Un premio come il SuperCampiello. Emozione, sorpresa, gioia... altro ancora?
«Sorpresa e gioia di sicuro, ma senza farne il fulcro di una vita. I premi sono importanti, ma quando ho vinto il Campiello Accabadora aveva già raggiunto 70mila lettori da solo. I traguardi che mi interessano sono quelli, i premi sono un di più».

Come le è venuta in mente la storia di Accabadora? Quanto è rispondente al vero il contesto storico e geografico in cui è ambientata?
«Mi è venuta in mente mentre la scrivevo. Non sono di quelli che prima decidono tutto e poi si mettono a scrivere. Io ho un’idea, uno spunto, una scena, e comincio a metterla giù. Continuo a scrivere per vedere anch’io come va a finire. Al contesto storico e geografico sono stata fedele per spirito, ma non per didascalismo. La scrittura in questo ha il potere di generare mondi paralleli, e a quel potere io non rinuncio in nome del realismo. Non faccio documentari, faccio romanzi».

Quanto c’è di autobiografico, o comunque ispirato da ricordi e vicende familiari?
«Consapevolmente poco, ma la consapevolezza ha una parte piccola nel processo della scrittura».

Tzia Bonaria, l’accabadora. Un ruolo complesso, tragico, ma in qualche modo necessario?
«In quel tempo probabilmente necessario, oggi incomprensibile e inaccettabile. Non è vero che vita e morte sono le stesse sempre: negli anni Cinquanta nessuno restava in coma diciott’anni. Eluana Englaro nel 1945 sarebbe morta subito».

Maria, la fill’e anima. Ce n’erano molte? Come vivevano? Ce ne sono ancora, magari in una forma diversa?
«Ce ne sono molti di fillus de anima, certo. Io stessa lo sono, esattamente in quella forma. Nel mio paese vivono ancora più di quaranta fillus de anima, il più giovane è del 1984. Quello paesano sardo del Campidano è un contesto sociale naturalmente co-genitoriale».

La ribellione di Maria, quando scopre che Tzia Bonaria è un’accabadora, riflette anche un conflitto “di epoca”, per così dire, fra una generazione che viene da una certa cultura e la nuova, che in essa non si riconosce?
«Credo che Maria si ribelli non perché Bonaria fa l’accabadora, ma perché la cosa le è stata nascosta. La delusione è nel tradimento, nella negazione della fiducia necessaria per consentire all’altro di adattarsi anche alla conoscenza più oscura. È scoprire che l’altro ti ha mistificato il mondo che è doloroso».

Domanda scontata: i prossimi progetti, di scrittura e non?
«Ho in chiusura un saggio teologico che consegnerò all’editore la prossima settimana».

Di augurarle ogni fortuna non c’è bisogno, ma lo facciamo ugualmente.