Quando la carta si fa vita

Mauro Marino è il bravissimo protagonista di una pièce teatrale dove un sopravvissuto all’Olocausto, non riuscendo più a convivere con i ricordi, li condivide con il pubblico
Mauro Marino nella recente interpretazione teatrale de 'Lo zio Arturo', tratta dal racconto di Daniel HorowitzLa recitazione verbale della parola scritta è storia antica. Forse è nata prima ancora, se è vero che i cantori del passato giravano per i villaggi narrando le loro storie anche quando non c’era un testo a cui attingere. L’uomo ha da sempre il bisogno e il desiderio di raccontare, per comunicare agli altri la propria vita e sentirsi così meno solo su questa terra.

Nell’era di Internet le forme della recitazione sono tante. Al piccolo e al grande schermo, che nel Novecento hanno affiancato l’antica arte del teatro, si sono aggiunti mezzi tecnologici d’avanguardia, che hanno la caratteristica di essere a disposizione anche del singolo individuo. Chiunque, oggi, si può mettere davanti a una telecamera o a un telefonino e creare un filmato, nel quale può raccontare la sua vita o qualcosa che ha pensato, per poi condividere il filmato con il mondo intero.

Anche oggi, però, nonostante o con il contributo di tutto questo, il genere teatrale ha una sua attualità e una sua forza dirompente. Spesso attinge dai classici, vi sono autori che sembrano davvero non avere scadenza. Vengono in mente nomi noti di varie epoche, da Shakespeare a Pirandello, dalla tragedia greca a Cechov, fino ai contemporanei europei e d’oltreoceano.

La carta di un romanzo, davanti al palcoscenico, sa farsi vita vissuta. Le emozioni esplodono, le passioni prendono corpo, come per magia un mondo inventato dall’autore inizia a muoversi, si trasforma e acquista colore, suono, anima. Non è un limite della capacità letteraria, piuttosto è il suo contrario, un’estensione delle potenzialità di un testo. Non può offendersi il più grande scrittore di ogni tempo se il ticchettio di un orologio che egli descrive con arte mirabile in un romanzo non eguaglia il ticchettio… di un orologio vero, fosse pure il più scadente!

Di questo e altro abbiamo voluto parlare con un attore di grande bravura ed esperienza come Mauro Marino, abruzzese diplomato alla Scuola d’Arte Drammatica “Piccolo Teatro” di Milano, che nell’arco della sua trentennale carriera ha collaborato in teatro con registi del calibro di Lina Wertmüller, Giovanni Lombardo Radice e da ultimo Alessandro Gassman, in televisione ha prestato il suo volto in tutte le fiction migliori del panorama recente (Distretto di polizia, R.I.S., Giovanni Falcone e Paolo VI, solo per citarne alcune) e al cinema ha lavorato con Silvio Soldini, Sergio Rubini, Silvio Muccino e i fratelli Vanzina.

Dal 5 al 10 aprile scorso, Mauro Marino ha rappresentato al Teatro dell’Orologio di Roma – ecco perché parlavamo di orologi! – il racconto Lo zio Arturo di Daniel Horowitz (Giuntina, 2010). Da solo e con l’ausilio di alcuni oggetti inanimati, ha tenuto la scena con grande maestria, trasferendo al pubblico il dramma di Peter Stone, ebreo sopravvissuto ai campi di sterminio, che non riesce a comunicare la sua esperienza ad altri che non l’abbiano vissuta.

Mauro Marino è Peter Stone dall’autunno 1993: «È la più interessante e profonda esperienza di teatro» che abbia mai fatto e da allora, racconta, il personaggio è entrato a far parte della sua vita e «lo sarà per sempre».

«Durante le prove, alla fine di ogni giornata, l’autore, Horowitz, mi chiedeva come mi ero sentito, cosa realmente avevo provato io dentro di me, quali emozioni. Ed era proprio lì la chiave dell’interpretazione. Interiorizzare quello che sente Peter Stone, dalla rabbia al rimorso, dal senso di colpa al rancore, dal dolore dei ricordi alla gioia del racconto, con quello che erano i miei veri e piccoli problemi d’attore. E così, giorno dopo giorno, ho cercato sempre più di sentire e non di recitare Peter Stone».