Sotto il regno di Carlo Alberto

Storia dell’Arma. 4 - Il successore di Carlo Felice sul trono di Sardegna consolidò ulteriormente il rapporto privilegiato dei Carabinieri con la Corona. E la fallita insurrezione mazziniana del 1834 dimostrò l’efficienza (anche investigativa) dell’Arma, che (negli anni successivi) fu in prima linea anche per soccorrere le vittime dell’epidemia di colera

Giorgio Olivetti 'Carabinieri trombettieri a cavallo' (Roma, Comando Generale dell'Arma)Il 27 aprile 1831 Carlo Alberto di Savoia Carignano salì sul trono del Regno di Sardegna, accompagnato dalla speranza di quanti ricordavano le inclinazioni liberali manifestate dal sovrano dieci anni prima. Carlo Felice non aveva lasciato alcun rimpianto: era un reazionario, e non aveva fatto nulla per conquistarsi le simpatie popolari. Il nuovo re godeva, invece, di una certa popolarità. E non soltanto per i suoi trascorsi. «Alla massa poco importava della democrazia costituzionale del 1821 e meno ancora gliene importava oggi», ha scritto Silvio Bertoldi in una biografia a lui dedicata (Il re che tentò di fare l’Italia), «ma, nonostante tutto, i piemontesi erano legati alla monarchia». E Carlo Alberto «era un bel principe, decorativo, con due bei bambini e una moglie graziosa e pia. Bastava per renderlo popolare, o almeno non contestato». Che il re avesse tradito la rivoluzione del 1821 lo dicevano e lo scrivevano i liberali, gli esuli, i proscritti dalla restaurazione, i “signori”. Il popolo ignorava quasi tutto. Non sapeva (e non lo sapevano nemmeno i liberali) che, per ottenere la successione al trono, Carlo Alberto aveva dovuto giurare e mettere per iscritto che non avrebbe mai cambiato nulla del regime assolutistico di Carlo Felice. Ma lo scoprì molto presto. Il sovrano si eresse a paladino dell’assolutismo avversando fortemente la rivoluzione di luglio che aveva portato sul trono di Francia Luigi Filippo e – proprio in chiave anti-francese – stipulò subito un’alleanza con l’Austria (che fu ratificata nel 1836), ottenendo il comando di uno squadrone di Ussari e l’impegno che, in caso di guerra con la Francia, gli sarebbe stato garantito il comando supremo degli eserciti sardo-austriaci congiunti. Pochi giorni dopo l’incoronazione, Carlo Alberto ricevette una lettera da “Un italiano” (così si firmò Giuseppe Mazzini) che lo invitava a mettersi alla testa del riscatto nazionale: «Gli uomini liberi dell’Italia aspettano la vostra risposta ne’ fatti. Qualunque essa sia, tenete fermo che la posterità proclamerà in voi il primo tra gli uomini o l’ultimo dei tiranni italiani. Scegliete!». La prima scelta operata dal re fu del tutto negativa. Non rispose alla lettera, e dimostrò nei fatti di non voler discostare la sua politica da quella del predecessore. E Mazzini fu tra i primi bersagli della repressione.

I PROGRAMMI DEI RIVOLUZIONARI. Negli ultimi mesi del 1831 ci fu un goffo tentativo del Ministro degli Interni di porre i Carabinieri Reali al servizio del Ministero. Carlo Alberto respinse questo progetto e, con le Regie Patenti del 9 febbraio 1832, dettò precise disposizioni che resero ancor più stretto il rapporto del Corpo con la Corona: «Il Comandante Generale», si legge nel documento, «riepilogherà i diversi rapporti che gli saranno trasmessi sui particolari accaduti di maggiore importanza e ne farà quindi direttamente relazione a noi». La conseguenza pratica di questo indirizzo fu il totale coinvolgimento dei Carabinieri nella politica del Regno, sul quale si addensavano dense nubi a causa della recrudescenza di progetti rivoluzionari che non riguardavano esclusivamente la Penisola italiana, ma di cui il Piemonte era comunque uno dei principali obiettivi. La Carboneria aveva fatto il suo tempo, ma intorno ai programmi della Giovine Italia si erano raccolte le speranze di molti patrioti, non soltanto italiani. Carlo Alberto affidò ai Carabinieri, oltre ai normali compiti di difesa del territorio, anche l’incarico di vigilare e indagare sulle trame eversive. Un lavoro di intelligence, che gli ufficiali dell’Arma svolsero con zelo e capacità indiscutibili. Il Comandante Generale, Luigi Maria Richieri di Montichieri, si attenne all’incarico ricevuto, informando regolarmente il sovrano degli sviluppi delle indagini.

«Verso la fine del 1833», racconta il generale C.A. Arnaldo Ferrara nella sua Storia documentale dell’Arma dei Carabinieri, «il governo sardo sapeva essere imminente l’invasione della Savoia, che il comitato centrale della Giovine Italia si proponeva da tempo di effettuare per ordine di Mazzini con le colonne dei volontari italiani, polacchi, svizzeri e francesi preparate a tale impresa. Il Comando Generale del Corpo dei Carabinieri Reali aveva segnalato più volte la prossimità di tale evento. Le note informative redatte al riguardo dai Comandi del Corpo dislocati lungo le frontiere con la Francia e la Svizzera furono frequenti e ricche di dettagli».

Il generale Ferrara ha ritrovato negli archivi molte di quelle informative. In una, datata 25 novembre 1833, si legge (fra l’altro) che «i diversi punti da cui devono partire sono Lione, Grenoble, Valenza, Avignone e Marsiglia»; che «repubblicani e fuorusciti confidano nella riuscita dell’impresa, grazie anche all’appoggio del governo francese», mosso dall’interesse «di allontanare da quel regno dei cattivi soggetti che gli danno fastidio» e dal piacere «di portare la zizzania nelli stati dei suoi vicini». Cinque giorni più tardi vengono forniti a Carlo Alberto ulteriori dettagli: gli insorti entreranno nel Regno di Sardegna dalla Svizzera, dalla Savoia e da Briançon, dirigendosi verso Susa: «500 uomini devono organizzarsi a Tolone per fare una diversione su Nizza»; «i fuorusciti calcolano molto sull’appoggio delle popolazioni ed in particolare su quello delle truppe di Sua Maestà»; «li generali Gustavo Damas e Ramorino sono stati prescelti a comandarli». Carlo Alberto viene informato anche che «li rivoluzionari vestiranno un’uniforme verde con colletto e paramani bianchi e non più rossi come si era prima detto». E si comunica al sovrano di aver raddoppiato la vigilanza a Nizza, nella Savoia, a Torino e a Genova, oltre che nelle stazioni di frontiera e nei litorali, ritenendo probabile uno sbarco a La Spezia.

IL FALLIMENTO DELLA RIVOLTA. All’atto pratico, il progetto di Mazzini si rivelò velleitario (se non suicida). L’apostolo genovese sarebbe stato, anche negli anni successivi, l’ispiratore di missioni impossibili, nelle quali molti uomini persero la vita. Quasi sempre la collaborazione della popolazione civile si rivelò illusoria, e qualche volta furono addirittura i popolani a imbracciare le armi contro i patrioti. Anche nel 1834 Mazzini era persuaso di poter contare sull’appoggio della gente. In un proclama del 1° febbraio di quell’anno (firmato dallo stesso Mazzini) si esprimeva la certezza che «in ogni città, borgo, o villaggio le campane suoneranno a martello» e che «i patrioti percorreranno le vallate e le campagne per propagare l’insurrezione» e che «ogni paese insorto segnalerà la sollevazione con dei fuochi accesi sulle alture». La rivolta fallì anche per altre ragioni: il sostanziale tradimento di Ramorino, l’intervento di altri governi (quello svizzero fece sequestrare le armi ai polacchi, disperse i volontari tedeschi e arrestò molti congiurati). Il ruolo dei Carabinieri risultò comunque determinante. L’Arma riuscì a infiltrare alcuni suoi uomini fra i rivoltosi, venendo in tal modo a conoscere in largo anticipo tutte le mosse dei mazziniani e dei loro alleati.

I mille uomini che poterono entrare nei territori del Regno di Savoia erano sparsi in vari gruppi con una pressoché totale mancanza di coordinamento fra l’uno e l’altro. Ci vollero poche ore per sconfiggerli e disperderli. «Ai primi scontri», scrive Gianni Oliva nella sua Storia dei Carabinieri, «gli insorti si sbandavano riparando oltre il confine svizzero e francese ed esaurendo in poche ore un movimento che avrebbe dovuto dare inizio alla rivoluzione nazionale: lasciavano sul campo due morti e due prigionieri (che sarebbero stati fucilati a Chambery alcuni giorni dopo), ma soprattutto le illusioni nutrite nei mesi precedenti». Mazzini scrisse: «Io ero attonito. Ero stanco della vita, di me, di tutti».

In definitiva, quell’azione rafforzò il Regno di Sardegna, che dimostrò di sapersi difendere e offrì anche qualche episodio glorioso, come quello di Giovanni Battista Spadaccino (Medaglia d’Oro alla Memoria per il valore dimostrato sul campo), che conferì all’Arma un’immagine gloriosa al servizio dello Stato. Una settimana più tardi, un ordine del giorno firmato dal primo Segretario di Guerra, Emanuele Pes di Villarmina, ricordava il sacrificio dell’eroe con queste parole: «Militari piemontesi, in qualunque circostanza si presenti, nel momento del massimo periglio, ricordatevi del prode carabiniere! Con qual occhio, con quanta paterna cura il Vostro Re vegli su di voi e sulle vostre famiglie, non occorre che io ve lo annunzi: ve lo dicono i fatti». La monarchia trasse un indubbio beneficio da quella rivolta.

AL SERVIZIO DELLA GENTE. La fiducia e la stima della gente i Carabinieri se l’erano già conquistata con il lavoro quotidiano contro la criminalità, con i pattugliamenti che garantivano la sicurezza, con la presenza sul territorio, con la vicinanza umana che è da sempre una caratteristica dell’Arma. La “prossimità” fu, fin dai primi anni di attività, una delle principali (e più apprezzate) funzioni attribuite ai Carabinieri. Ci fu un’occasione specifica che rese proverbiale la dedizione e lo spirito di sacrificio con i quali i militi con la lucerna svolgevano il loro compito in aiuto degli altri: l’epidemia di colera che colpì nella seconda metà degli anni Trenta l’Italia intera. Non esisteva allora la Protezione Civile, e l’assistenza a chi aveva bisogno di aiuto era, in larga misura, di natura volontaria. I carabinieri lavorarono in prima linea, come sarebbe accaduto da allora in poi in occasione di tutte le grandi calamità naturali. Si guadagnarono la riconoscenza (e l’ammirazione) di tutti per l’abnegazione e il coraggio con i quali intervennero quotidianamente ovunque ci fosse gente in grave difficoltà.  Le prime avvisaglie dell’epidemia si ebbero nell’estate del 1835 con alcune morti improvvise nel carcere di Villafranca. Si sapeva, da alcune settimane, che il colera stava mietendo numerose vittime nelle località costiere della Francia. Non era stato preso alcun provvedimento per prevenire il diffondersi del morbo. Quando ci si rese conto che si trattava ormai di un’autentica emergenza, fu disposto un cordone sanitario. «Prevenzione e repressione finivano per sovrapporsi e confondersi», racconta Gianni Oliva, «e alle truppe incaricate di delimitare l’area del contagio venivano impartiti ordini severissimi: far fuoco su chiunque tardasse a obbedire all’ingiunzione di arrestarsi e di retrocedere, e impedire sbarchi clandestini lungo il litorale facendosi eventualmente coadiuvare da gruppi di civili armati. Ai carabinieri, in particolare, era affidata la sorveglianza della zona costiera, dove nelle ore notturne operavano anche tre cannoniere della Regia Marina che perlustravano il largo. Nonostante queste misure eccezionali, l’epidemia si diffondeva in tutta la Liguria e nelle province di Cuneo e Alessandria, riducendosi nell’inverno per ricomparire più grave nella primavera dei due anni successivi». Il panico era il sentimento più diffuso. Uno storico militare descrisse la situazione in questi termini: «Prive di medici, di medicine, di ospedali, le popolazioni si abbandonarono, specie nei centri minori, ad atti di superstizioso terrore. Sperando di impedire il diffondersi del male, in alcuni luoghi i paesani postisi a guardia degli abitati ne vietarono con le armi a chiunque l’accesso; in altri, disertate le case, lasciarono insepolti i cadaveri e privi di assistenza gli ammalati».

Ai carabinieri fu affidato il compito di isolare le zone più colpite e di garantire il mantenimento dell’ordine. Ma fecero molto di più rimboccandosi le maniche, rischiando di persona per aiutare chiunque chiedesse soccorso. Poco tempo dopo, nel 1839, lo straripamento del Po e di altri fiumi nel Piemonte vide di nuovo i carabinieri in prima linea, per contenere i danni e mettere in salvo chi era rimasto isolato. Come nel Polesine sessant’anni fa, o a Firenze nel 1966. Una storia che si ripete da quasi due secoli.