La generazione del Risorgimento

Storia d’Italia. 4 - Quello fra il 1830 e il 1840 fu un decennio relativamente tranquillo in Italia (e in Europa). Ma la società stava cambiando rapidamente un po’ dovunque, con l’affermazione della borghesia produttiva. E, intanto, maturavano i progetti di riscossa alimentati dai giovani intellettuali nati dopo la Rivoluzione francese

G.Bodiner 'Matrimonio nel 1831'Il quarto decennio del XIX secolo fu relativamente calmo. Dopo i giorni più oscuri della Restaurazione, e dopo i moti rivoluzionari che lambirono molte regioni italiane nel 1821 e nel 1831, seguì un periodo di sostanziale tranquillità. Le repressioni poliziesche e il sostanziale fallimento delle società segrete agevolarono una pausa nel conflitto latente fra i regimi (spesso totalitari) e la borghesia ormai insofferente. Ma fu un decennio importante perché fu allora che maturò la cosiddetta generazione del Risorgimento. Erano i ragazzi (e gli uomini) venuti al mondo tra la fine del secolo precedente e i primi anni del nuovo. Quelli che non avevano conosciuto le parrucche e la suddivisione rigorosa in classi abbattuta dalla Rivoluzione francese perché l’aristocrazia (nonostante gli sforzi compiuti dai Potenti d’Europa per restaurare l’Ancien Régime) non aveva avuto la forza per riprendersi gli spazi che aveva avuto in precedenza, né i privilegi di cui aveva goduto. Nel 1830 (all’alba del nuovo decennio) salì sul trono di Francia, con il favore di una sollevazione popolare, Luigi Filippo d’Orléans (che da giovane aveva mostrato simpatie per la Rivoluzione, e che poi aveva vissuto per molti anni in America), il quale fece votare dal parlamento una nuova Costituzione. Non fu lui a concederla: furono le Camere a vararla. Luigi Filippo ripristinò anche, come bandiera nazionale, il tricolore, sostituendolo alla bandiera bianca con i gigli d’oro della dinastia Borbone. Le Corti europee si affrettarono a soprannominarlo “Re delle barricate”. I patrioti d’Europa videro in lui la grande speranza per il crollo della Restaurazione.

I tempi non erano ancora maturi, ma – in quegli anni – gli intellettuali, dalle colonne dei primi giornali, avviarono la semina delle nuove idee. Uscirono i primi libri (osteggiati dalla censura) che immaginavano un’Italia Unita, rievocavano le glorie comuni del passato, proponevano una società più aperta, sposavano la causa dell’apostolo Mazzini (costretto all’esilio) che gettava le basi anche per una battaglia comune fra le popolazioni oppresse d’Europa. Ebbero circolazione (più o meno clandestina) i romanzi di Guerrazzi, di D’Azeglio, le poesie di Manzoni, di Leopardi, di Foscolo, di Berchet, i saggi di Settembrini e di Tommaseo. A rafforzare l’intesa all’interno della “generazione del Risorgimento” provvide anche l’appartenenza a una precisa classe anagrafica. Nella prima bozza dell’atto di Fondazione della Giovine Italia, Mazzini scrisse: «Niuno può essere ammesso alla Federazione della Giovine Italia se ha oltrepassati i quarant’anni della sua età». Successivamente, questa disposizione fu eliminata, fors’anche perché l’aggettivo giovine era di per sé sufficiente a connotare le caratteristiche degli aderenti. Fu quella la prima ribellione generazionale. Nel Novecento (che ha assistito, e assiste tuttora, a molti altri movimenti  dello stesso tipo) non si è inventato nulla di nuovo.

LE REPRESSIONI NEL 1832-1833. Non mancarono, comunque, i fatti di sangue. «Dal 1832 in poi», ha scritto lo storico Lucio Villari, «l’Italia, da nord a sud, fu in pieno fermento, e dal suo esilio di Marsiglia Mazzini cercò tutte le occasioni per intervenire. A gennaio, le milizie del papa si scontrarono con duemila liberali armati vicino Cesena. Fu una strage, che coinvolse civili inermi. I soldati pontifici rivelarono il loro agire da mercenari e il loro odio verso qualunque sentimento popolare. A Napoli furono eseguite molte condanne a morte dopo la scoperta di un complotto di militari per uccidere Ferdinando II. Un’altra congiura di militari liberali, che ben ricordava i moti del ’21, fu scoperta in Piemonte nella primavera del 1833. Aveva diramazioni a Genova, Alessandria, Chambery. Ne seguì un processo: dodici ufficiali furono fucilati, nove patrioti condannati a morte in contumacia, tra i quali Mazzini, “colpevole di alto tradimento e nemico della patria”, nove furono le condanne capitali tramutate in ergastoli, decine le pene varie e l’esilio intimato a circa 300 persone, compreso il cappellano di corte Vincenzo Gioberti che, dopo tre mesi di fortezza, fu espulso dal regno perché fiancheggiatore dei repubblicani».

Il giro di vite fu adottato da tutti i governi della Penisola. La censura fu particolarmente attiva e spietata. Ma era chiaro a tutti che il mondo stava fatalmente cambiando. I dipinti e le stampe dell’epoca ci raccontano una società borghese e popolare molto diversa dai soggetti immortalati dagli artisti del secolo precedente.
Mazzini fu, senza dubbio, il pensatore che influenzò maggiormente la “generazione del Risorgimento”. Ma non fu il solo, e non tutti i giovani di allora erano convinti che soltanto con le armi si potesse cambiare l’Italia.

Gioacchino Volpe (Storia d’Italia moderna) sottolinea come accanto alla corrente democratica, rivoluzionaria, fortemente nazionale e unitaria incarnata da Mazzini, esistevano «le correnti moderate, gradualiste, riformistiche, visibili qua e là già dopo il 1820; più ancora dopo il 1831 e dopo i vari conati mazziniani del ’33; e sempre più, quanto più il metodo mazziniano pareva facesse fallimento e molti si convertivano ad altro metodo; quanto più il sentimento della gente media si mobilitava anche esso e si metteva per vie medie. Certo, pensavano, bisogna mutare, rinnovare, progredire; perché questa è età di progresso e tutto progredisce attorno all’Italia, e guai ad essa se rimane appartata: ma bisogna anche mantenersi nella legalità, per non urtare troppi interessi, per ottenere il massimo di consensi, per disarmare e guadagnare i Principi; bisogna contare su la diffusione della coltura, su la immancabile forza persuasiva delle idee, su la educazione del popolo, sul naturale corso delle cose, nonché su favorevoli contingenze europee, come potrebbe essere anche l’espandersi dell’Austria verso l’Oriente e il suo disinteressarsi dell’Italia; bisogna non fare violenza alla storia, mettendosi contro quel che essa ha lentamente costruito e che gli uomini solo lentamente possono modificare; bisogna perciò non perdersi dietro programmi totalitari o desunti da princìpi astratti, da ideali nebulosi, ma contentarsi del possibile, del praticamente buono, e ad esso sacrificare l’ideale. Insomma, atteggiamento intermedio e conciliatore fra reazione e rivoluzione, fra principato e popolo, fra diritto divino e sovranità popolare, fra cattolicesimo e libertà, fra religione e patria, fra Stato e Chiesa, fra unità e mantenimento dei particolari Stati». È il ritratto della borghesia che, qualche anno più tardi, si riconoscerà in Cavour, nella sua diplomazia, nella politica del possibile. Erano gli italiani che anticipavano l’aspirazione a un liberalismo costituzionale (quello introdotto in Francia con la rivoluzione di luglio) e riformista, e che spesso covava l’idea federalista che avrebbe poi avuto il suo campione in Carlo Cattaneo.

LE SPERANZE RIPOSTE NELLA CHIESA. Una parte consistente di questa corrente liberale guardava con fiducia al papato (anche se il pontefice Gregorio XVI non fece nulla per alimentare le loro speranze, come avrebbe fatto il suo successore Pio IX). «Non ci voleva che un grido partito da Vaticano per far che tutta l’Italia liberale si levasse su come un sol uomo», scrisse il visconte di Beaumont Vassy, in una Storia degli Stati Italiani, pubblicata nel 1858: «L’espulsione degli stranieri, questo pensiero intimo, incessante, poteva esplodere tutto ad un tratto, grazie ad un incidente politico, ad un caso». Lo storico francese giunse a questa conclusione ispirato da Massimo D’Azeglio («uno dei difensori più distinti e più ardenti della libertà savia, possibile, costituzionale dell’Italia»), del quale Beaumont Vassy cita questa considerazione: «L’emancipazione dell’Italia dipende da accidenti esteriori che lo spirito non può prevedere, ma che il nostro cuore avverte. Portiamo i nostri sguardi sullo stato medesimo della cristianità, e resteremo convinti che Dio ha stabilito l’ora in cui devono crollare le grandi iniquità». L’attesa di un intervento attivo della Chiesa si diffuse ulteriormente nei primi anni Quaranta, quando Vincenzo Gioberti pubblicò il Primato morale e civile degli Italiani, e sembrò concretizzarsi con l’elezione di Pio IX (che, tuttavia, deluse ben presto chi aveva nutrito grande fiducia in lui).

LA REAZIONE DEI GOVERNI. La coscienza dei cittadini maturava, nelle sue diverse forme e ideologie. Si avvertiva un fermento (anche se riguardava una porzione esigua della popolazione, essendo ancora elevatissimo l’analfabetismo, che non contribuiva certo a diffondere le idee, come l’arretratezza economica segnata dallo scarsissimo livello di industrializzazione). Ma l’attività dei governi della Penisola, di tutti i governi, fu del tutto estranea a questa elaborazione. Qualche miglioramento nell’amministrazione pubblica, qualche provvedimento paternalistico, e nient’altro. La storiografia risorgimentale, dopo l’Unità, accreditò la tesi che Carlo Alberto si fosse mosso, fin dai primi anni del suo regno, in una prospettiva “patriottica”. Questa tesi fu confutata da Luigi Salvatorelli (Pensiero e azione del Risorgimento): «Poiché quell’opera di riformismo regio avrebbe fortificato lo Stato sabaudo, e cioè fornito ad esso i mezzi materiali per l’impresa nazionale, essa dovrebbe esser giudicata preparazione vera e propria, diretta e primaria, del Risorgimento; e ne risulterebbe la continuità perfetta fra il Carlo Alberto alleato dell’Austria e quello di Goito. Ma i mezzi debbono essere consoni al fine, sono fini essi stessi: ecco ciò che non comprende la dottrina banale del fine che giustifica i mezzi. Entro la materia occorre guardare allo spirito. Dell’attività di Carlo Alberto nel quindicennio si può dire che essa fu una ripresa dell’assolutismo illuminato del secolo XVIII, e per ciò appunto viziata di anacronismo. E peggio che anacronistica fu l’educazione politico-morale delle classi dirigenti, civili e militari, allontanate, segregate da tutte le idee di libertà e di autogoverno (inseparabili dalla causa nazionale, elementi essenziali di questa), aggrappate al binomio trono-altare, strettamente solidali con l’Europa del congresso di Vienna, e orientate verso l’Austria, sostegno di questa Europa e di quel binomio». Non solo: «A questa completa reazione politica corrispose la ristrettezza castale della classe dirigente aristocratica, nettamente separata dalla borghesia; e il coronamento di tutto fu la mortificazione e l’asservimento della cultura con il predominio sanfedistico-gesuitico». Per dare forza a questa tesi, Salvatorelli cita un giudizio di Cavour, secondo cui Torino era in quel tempo «un inferno intellettuale», e uno di Massimo d’Azeglio (ancor più moderato di Cavour), il quale confessò che, per respirare ogni tanto andava a Milano, più aperta, malgrado patisse la dominazione austriaca.

Queste testimonianze degli storici convergono tutte nel ritenere che, nella Penisola (in misura maggiore o minore, a seconda delle avanguardie culturali presenti in ogni singolo Stato), affioravano – nonostante le costrizioni imposte dalla censura – sentimenti di profondo disagio per la condizione sociale e civile dei cittadini. Ma che i tempi non fossero ancora maturi per l’azione. Non sarebbero stati maturi neppure nei primi anni del decennio successivo. Occorreva qualcosa per realizzare i sogni. Una scintilla: non quella che D’Azeglio e Gioberti si attendevano dal papato. Ma quella che – con l’appoggio di altri Stati – avrebbe condotto alle guerre di indipendenza.