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Trappola per topi

Ancora droga, ancora un’operazione complessa e articolata, che dimostra come, in certi casi, solo la pazienza e la tenacia degli investigatori possano abbattere quei muri di omertà e di collusione che certi delinquenti riescono a costruire intorno a sé, specie quando c’è di mezzo la criminalità organizzata.

Pare fosse legata ai principali clan camorristici di Montecorvino Rovella (Sa), infatti, la banda sgominata dal Nucleo Operativo e Radiomobile della Compagnia di Battipaglia (Sa) nell’ambito dell’operazione Mouse trap. Una “trappola per topi” costruita dai militari campani a partire dal marzo 2009 con il costante coordinamento della Direzione Distrettuale Antimafia di Salerno e che si è richiusa su almeno ventitré soggetti, sedici dei quali finiti in carcere e sette agli arresti domiciliari. Un bilancio, quest’ultimo, cui si deve aggiungere un totale di quarantaquattro indagati e il sequestro di una considerevole quantità di cocaina ed eroina. Sempre poca, se si pensa che, secondo la ricostruzione dei militari guidati dal capitano Giuseppe Costa, l’organizzazione trattava almeno un chilo di droga alla settimana.

E per farlo aveva messo su un’impresa dalla struttura gerarchica, manageriale, al cui vertice ci sarebbero stati due rappresentanti pluripregiudicati di una famiglia camorristica ben nota alle Forze dell’Ordine e all’interno della quale ognuno aveva il suo compito e nulla veniva lasciato al caso: dall’acquisto di eroina e marijuana nel quartiere Scampia di Napoli (mentre per la cocaina si preferiva il mercato di Torre Annunziata, dove a fornirla sarebbe stato un uomo vicino al clan dei Nardiello-Tamarisco) allo spaccio nei comuni di Montecorvino Rovella e Pugliano, Giffoni Valle Piana, Bellizzi e Battipaglia, fino all’attività di vedetta su moto e auto per segnalare l’eventuale presenza dei carabinieri o di altri tutori dell’ordine nelle strade di Rovella.

La trappola ordita dai carabinieri di Battipaglia, tuttavia, è scattata ugualmente, nonostante precauzioni come quella, a cui ricorrevano i capi dell’organizzazione, di usare per le comunicazioni sospette cellulari con schede sim intestate ad extracomunitari, o come quella di alcuni pusher di spacciare direttamente dalla finestra di casa, con sistemi tanto antichi quanto insospettabili quale calare un cesto del tutto simile a quelli usati dalle massaie per farsi consegnare la spesa dai ragazzi di bottega: solo che, in questo caso, la merce di scambio non erano patate e pomodori, bensì bustine di polvere bianca.

Tutto inutile. I “surcilli”, come usano farsi chiamare i rappresentanti di una delle famiglie camorristiche coinvolte nell’indagine – di qui il nome dell’operazione – alla fine sono stati catturati.