Rivista tecnico-scientifica ambientale dell'Arma dei Carabinieri                                                            ISSN 2532-7828

STORIA 
TESTIMONIANZE DI UNA RECENTE “ARCHEOLOGIA FORESTALE” NEI BOSCHI DELL’ APPENNINO
30/01/2026

di Gianpiero ANDREATTA
(Generale di Brigata CC RFI – Comandante Regione Carabinieri Forestale “Lazio” – Roma)


Nel corso degli ultimi decenni – in particolar modo a partire dal secondo dopoguerra del secolo scorso – all’interno dei popolamenti forestali della Nazione si sono verificati importanti cambiamenti nella gestione selvicolturale. Queste trasformazioni hanno interessato in maniera molto significativa i boschi dell’Appennino, caratterizzati per la gran parte dalla forma di governo a ceduo, la quale ha rappresentato per secoli la principale fonte energetica attraverso l’utilizzo di legna e carbone. L’impiego in alternativa di differenti prodotti ha fatto notevolmente diminuire – e in molti casi cessare – le operazioni di taglio dei boschi cedui, i quali sono andati incontro conseguentemente a processi di evoluzione ecologica. Nel presente lavoro vengono illustrate tre realtà che hanno caratterizzato per lungo tempo i contesti forestali appenninici e che oggi si sono notevolmente rarefatte e in plurimi ambiti del tutto scomparse. Si fa riferimento in particolare alle ‘aie carbonili’, ovvero gli spazi interni o limitrofi alle aree boscate dove venivano realizzate le carbonaie, alle ‘mulattiere’, vale a dire i percorsi che all’interno delle formazioni forestali venivano seguiti dai muli per l’esbosco del materiale legnoso e/o per il trasporto a valle del carbone e infine i ‘cedui a sterzo’, modalità di trattamento selvicolturale tipica di determinati territori. Queste realtà, un tempo molto diffuse, hanno lasciato all’interno delle selve dell’Appennino particolari tracce, le quali oggi possono essere notate solamente da un attento osservatore e che a ragione possono essere definite testimonianze di una recente “archeologia forestale”.

Over the last few decades – especially since the end of World War II – there have been significant changes in forest management practices across the Nation. These changes have had a major impact on the forests of the Apennines, most of which are coppice forests, which for centuries have been the main source of energy through the use of wood and charcoal. The use of alternative products has significantly reduced – and in many cases ceased – the cutting of coppice forests, which have consequently undergone ecological evolution. This paper illustrates three realities that have long characterised the Apennine forest contexts and which today have become considerably rarer and, in many areas, have disappeared altogether. In particular, we refer to ‘aie carbonili’, i.e. the spaces inside or adjacent to wooded areas where charcoal kilns were built, ‘mulattiere’, i.e. the paths within the forest formations that were followed by mules for the removal of wood and/or the transport of charcoal downhill, and finally ‘cedui a sterzo’, a type of forestry management typical of certain areas. These realities, once widespread, have left particular traces within the forests of the Apennines, which today can only be noticed by a careful observer and which can rightly be defined as evidence of a recent “forest archaeology”.


Introduzione

L’attuazione delle pratiche selvicolturali ha subito nel corso degli ultimi decenni profonde modifiche, sia per quanto riguarda i criteri di impostazione e pianificazione sia nell’ambito della esecuzione delle lavorazioni in bosco. Questi cambiamenti hanno interessato l’intera componente forestale nazionale, con realtà che non si possono considerare essersi trasformate omogeneamente, bensì che in alcuni casi hanno conservato, più o meno marcatamente, i tratti caratteristici del passato oppure in altri li hanno del tutto cancellatati. Quanto sopra è da intendersi valido in linea generale per i popolamenti forestali sia dell’Arco alpino sia della Dorsale appenninica.

Ritenendo d’interesse approfondire le differenze subentrate nei due contesti territoriali citati, si può affermare che le Alpi sono state interessate maggiormente da trasformazioni nel campo delle modalità di esecuzione dei tagli di utilizzazione: l’esempio più eclatante è evidenziato dalla cessazione dell’applicazione del trattamento a taglio raso nelle fustaie di conifere, che è stato sostituito con altre innovative tipologie di intervento quali i tagli marginali, i tagli a buche e i tagli a strisce. A differenza di quanto avvenuto nelle Alpi, nell’Appennino si è assistito a una drastica diminuzione/interruzione pressoché definitiva dei tagli boschivi: questa situazione è dovuta in gran parte alla forma di governo a ceduo, che ha rappresentato per un lunghissimo arco temporale la realtà principale delle formazioni forestali appenniniche. Gli assortimenti ricavati dal taglio del ceduo, vale a dire legna da ardere e carbone, hanno infatti costituito per un gran numero di secoli la pressoché unica fonte energetica sia per il riscaldamento degli edifici sia per la cottura dei cibi. Con l’avvento sul mercato dei prodotti petroliferi, del gas metano e dell’energia elettrica utilizzata per scopi non esclusivamente legati all’illuminazione, nel nostro Paese si è assistito, a partire dal secondo dopoguerra del secolo scorso, a una progressiva – ma considerati i tempi forestali può anche essere considerata repentina – diminuzione delle utilizzazioni forestali nei confronti del bosco ceduo. Questa situazione, come sempre accade nel panorama forestale nazionale, non va considerata in modo uniforme, bensì collegata a realtà territoriali che possono presentare differenti situazioni: in ogni caso si può affermare come la stragrande maggioranza dei boschi cedui, decenni addietro periodicamente utilizzata, si trovi oggi in condizioni del tutto diverse rispetto al passato, avendo dato origine nel tempo a strutture fisionomicamente molto simili alle fustaie.

Le ‘aie carbonili’

Alle persone che transitano sui sentieri all’interno di zone boscate dell’Appennino o che percorrono le medesime spesso alla ricerca di funghi, può capitare di imbattersi in delle radure più o meno ampie e di forma pressoché circolare – che raramente superano i 50 metri quadri di superficie – ubicate in punti particolari e che hanno la caratteristica di essere con il fondo pressoché pianeggiante (Fotografia 1).

FOTO 1 ANDREATTAFotografia 1: Un’immagine attuale di una tipica aia carbonile, ovvero una radura di forma pressoché circolare ubicata in punti particolari all’interno del popolamento forestale con la caratteristica di avere il fondo pressoché pianeggiante. Da notare, nella parte centrale, la presenza di tracce di antiche e ripetute nel tempo carbonizzazioni. (Foto G. Andreatta).


Quasi sempre questi spiazzi sono ricoperti da uno strato di foglie e di lettiera nei vari stadi di decomposizione: se con l’aiuto dello scarpone o con quello di un bastone si va a incidere leggermente e a scavare per qualche centimetro il terreno, con molta probabilità si troverà del materiale annerito e, non in maniera infrequente, qualche piccolo pezzo di carbone (Fotografia 2).





FOTO 2 ANDREATTAFotografia 2: Andando a incidere leggermente il terreno oppure spesso ai margini delle antiche aie carbonili si può trovare del materiale annerito e, in maniera non infrequente, qualche piccolo pezzo di carbone, testimonianza del lavoro di un tempo che fu. (Foto G. Andreatta).






Il carbone vegetale, unitamente alla legna da ardere, ha rappresentato per un lungo arco temporale – secoli se non millenni – la principale fonte energetica, prioritariamente per il riscaldamento degli edifici e in maniera secondaria anche per la cottura dei cibi.

L’utilizzo del carbone vegetale veniva preferito al mettere in commercio la legna tal quale essenzialmente per la ragione del minor peso, a parità di volume, del primo rispetto a quest’ultima: tale condizione ne facilitava notevolmente il maneggio, nonché il trasporto operato anche su lunghe distanze. Al riguardo basti considerare il fatto che la pressoché totalità delle città veniva riscaldata con il carbone che giungeva dalle non sempre vicine zone montane dove nel nostro Paese – si può affermare pressoché da sempre – sono confinate le superfici forestali. È per l’appunto a motivo della sua maggior praticità nella movimentazione che il carbone veniva prodotto direttamente in bosco (o nei casi che per qualche motivo non lo consentivano, nelle immediate vicinanze), limitando al minimo lo spostamento del materiale legnoso utilizzato.

La produzione del carbone avveniva attraverso la ‘costruzione’ della carbonaia, la qual cosa richiedeva non comune perizia e specifica maestria da parte dei carbonai. Si procedeva per fasi successive in cui si provvedeva a sovrapporre con cura vari strati di tondelli di legno, derivati dal taglio del limitrofo bosco ceduo, i quali venivano posizionati a incastro tra loro in maniera tale da ridurre gli spazi vuoti al fine di far circolare la minor quantità di aria possibile (Fotografia 3). La carbonizzazione è infatti un processo fisico-chimico che avviene in assenza di aria e che va a interessare le due componenti più importanti che costituiscono il legno, ovvero la cellulosa e la lignina: la modifica di queste sostanze ha luogo attraverso il progressivo riscaldamento della legna e inizia attorno ai 165 °C con una prima trasformazione del materiale legnoso con emissione di anidride carbonica, vapore acqueo e calore.

FOTO 3 ANDREATTAFotografia 3: La realizzazione della carbonaia avveniva sovrapponendo con cura vari strati di tondelli di legno, derivati dal taglio del limitrofo bosco ceduo, i quali venivano posizionati a incastro tra loro in maniera tale da ridurre gli spazi vuoti al fine di far circolare la minor quantità di aria possibile; si procedeva successivamente a ricoprire il cumulo con terra. (Foto Archivio storico della Scuola Forestale Carabinieri – Cittaducale, RI).

La vera e propria carbonizzazione ha luogo attorno ai 250 °C, dove si hanno le trasformazioni definitive a carico di cellulosa e lignina con la contemporanea emissione, oltre che dei già citati prodotti, anche di gas metano, di acido acetico, di acetone e di catrame: il prodotto finale è il carbone di legna. Per poter far procedere la combustione (favorita dal ‘camino centrale’ della carbonaia alimentato di continuo, inizialmente con brace e successivamente con legna) una volta ultimata la costruzione della carbonaia, la stessa veniva ricoperta di terra reperita sul posto per creare all’interno un ambiente privo di circolazione di aria. I carbonai, una volta dato inizio alla combustione, dovevano sorvegliare la carbonaia senza interruzione per più giorni – in base alla dimensione della medesima – fino a quando il processo di carbonizzazione non si era ultimato. A quel punto si procedeva a rimuovere la copertura in terra e il carbone prodotto veniva insaccato e trasportato a valle a dorso di mulo. Già da questa sintetica descrizione si può intuire quanto sia stata assai faticosa la vita dei carbonai in bosco.

Tutto questo oramai è storia, tranne qualche rara eccezione di realizzazione di carbonaie a scopo pressoché folkloristico nell’ambito spesso di rievocazioni dei mestieri di un tempo.

Le tracce di queste ripetute ed estenuanti fatiche – vale a dire di ore e ore trascorse a movimentare i tondelli per costruire la carbonaia, di giorni e intere notti passate a vegliarla per controllarne il livello di combustione e successivamente di tempo impiegato per riempire i sacchi e caricarli sui muli – sono testimoniate per l’appunto delle aie carbonili, ovvero gli spazi che hanno ospitato per secoli le carbonaie. La polvere o il terriccio annerito e qualche pezzetto di carbone sopravvissuto nel tempo, che si possono far emergere smuovendo lo strato superficiale di fogliame ancora indecomposto, costituiscono l’inequivocabile prova di un’attività oramai completamente scomparsa, segni di una recente “archeologia forestale” dei boschi dell’Appennino, che oggi corre il serio rischio di essere definitivamente dimenticata.

Le ‘mulattiere’

Coloro che in passato frequentavano i boschi appenninici lo facevano essenzialmente per ragioni legate ad attività lavorative; si recavano infatti all’interno dei popolamenti forestali i proprietari dei medesimi o loro delegati, i boscaioli, i carbonai e i pastori (a volte di passaggio verso le zone poste a quote più elevate in cui vi erano i pascoli); inoltre si recavano nei medesimi luoghi anche i cacciatori e in alcuni ambiti i raccoglitori di funghi e/o tartufi. Una categoria che con maggior frequenza rispetto a quelle elencate in precedenza, le quali pressoché tutte percorrevano in lungo e in largo le aree boscate per i rispettivi peculiari interessi, era abituata a transitare lungo sentieri tracciati sulle pendici di colline e montagne dell’Appennino, era costituita dai conducenti dei muli con i loro animali.

Il mulo (ibrido intraspecifico non fecondo tra una cavalla e un asino) è stato per un assai prolungato lasso di tempo la principale – in molti casi unica – modalità di trasporto/movimentazione di materiale legnoso (e non) all’interno delle aree boscate appenniniche. Per un’epoca che va a fondare le sue origini nella notte dei tempi, il binomio tra taglio del bosco ceduo ed esbosco a dorso di mulo ha costituito una realtà pressoché inscindibile. Il mulo, dotato di apposito basto, se ben caricato, vale a dire con equilibrio nella distribuzione dei pesi, può trasportare mediamente attorno ai 1,5 – 2 quintali di legna su percorsi di alcuni chilometri, anche se mediamente le distanze tra tagliate e strade carrozzabili erano di norma inferiori. Il mulo presenta per i lavori in ambiente montano una pluralità di aspetti positivi (non va dimenticato che detto animale è stato impiegato per lungo tempo anche dalle Truppe Alpine dell’Esercito Italiano): pur avendo la stessa forza fisica del cavallo, il mulo è dotato di una maggiore resistenza, è più rustico avendo minori esigenze di ricovero e governo, è meno soggetto alle malattie ed è di indole docile. I muli si muovevano attraverso il bosco carichi nella discesa e scarichi nel salire, lungo percorsi abitudinari, per l’appunto le ‘mulattiere’, che avevano la caratteristica di possedere una inclinazione pressoché uniforme, adatta pertanto al passo dell’animale (conseguentemente anche a quello dell’uomo) in modo tale da far percorrere il sentiero senza eccessivo affaticamento dovuto a improvvisi e repentini cambi di pendenza. È doveroso citare, accanto alla presenza dei muli, anche quella dei buoi utilizzati in gran parte dell’Appennino per esboscare i tronchi ottenuti dalle utilizzazioni delle fustaie e degli asini e dei cavalli impiegati, in misura minore, sia per scopi di trasporto sia di traino, i quali però solitamente non percorrevano le mulattiere bensì vie di esbosco i primi e strade i secondi.

In parte per il motivo che il taglio del bosco ceduo è drasticamente diminuito negli ultimi decenni rispetto al passato immediatamente seguente al secondo conflitto bellico mondiale e in parte perché sono subentrate negli ultimi lustri altre metodologie di lavorazione (resine in polietilene o in misura molto minore in metallo, trattori gommati o cingolati con la ‘gabbia’ anteriore o posteriore dove è riposta la legna), il sistema tradizionale dell’esbosco a dorso di mulo è andato via via scomparendo: un dato appare particolarmente indicativo ed è quello del numero di muli presenti sul territorio italiano censiti dalla anagrafe equina nazionale la quale riportava nell’anno 1952 la presenza di 401.000 muli, mentre nel 2016 appena 6.266. Oggi l’esbosco della legna derivata dal taglio di un bosco ceduo effettuata mediante i muli è una realtà del tutto marginale e residuale, che rimane relegata a sporadiche realtà dove, grazie alla tenacia di valorosi nostalgici, la tradizione ancora si perpetua.

Assieme ai muli si sono fortemente rarefatte e in molti casi del tutto scomparse le mulattiere: alcune, da tempo non più utilizzate, sono tornate a essere inglobate nel bosco e delle stesse non vi è quasi più traccia (Fotografia 4); altre sono state modificate – spesso allargandole e modificandone il fondo – per renderle percorribili ai mezzi a motore impiegati per le operazioni di esbosco. Premesso ciò, quella di poter camminare su una mulattiera (che ancora oggi permetterebbe di ripercorrere in maniera fedele il tragitto che facevano i muli carichi di legna oppure a volte di sacchi di carbone) è pertanto una realtà che sta via via scomparendo e che appartiene a un passato di cui oramai in gran parte se ne è persa la memoria.

FOTO 4 ANDREATTAFotografia 4: Le mulattiere, per secoli periodicamente percorse dai muli e da alcuni decenni non più utilizzate, sono tornate in molti casi a essere inglobate nel bosco: le stesse, dopo il prolungato mancato impiego, si possono riconoscere a fatica essendosi quasi del tutto uniformate al terreno circostante. (Foto G. Andreatta).

Il ceduo ‘a sterzo’

Come accennato in precedenza, la stragrande maggioranza dei boschi dell’Appennino è stata in passato governata a ceduo, ovvero il soprassuolo forestale che si rigenera per via vegetativa dopo il taglio dell’albero per l’emissione di nuovi getti (polloni) dalla ceppaia. La modalità di trattamento che ha trovato la maggiore diffusione è stata quella del ceduo matricinato: al momento dell’esecuzione del taglio di utilizzazione non venivano abbattuti tutti gli alberi facenti parte del soprassuolo (come avviene nel ceduo semplice), bensì una (minima) parte veniva lasciata a ‘dote del bosco’ (piante definite ‘matricine’) con il molteplice scopo di proteggere il terreno da fenomeni erosivi, di produrre semi per la periodica rinnovazione naturale del bosco (va evidenziato come la capacità pollonifera delle ceppaie non sia infinita e come le stesse debbano essere di volta in volta sostituite da piante nate da seme) e in alcuni casi di fornire assortimenti legnosi di maggiori dimensioni.

Una particolare modalità di trattamento del bosco governato a ceduo, che ha trovato applicazione in misura molto minoritaria rispetto al ceduo matricinato, è il ceduo a sterzo. Questa tipologia di soprassuolo, che ha interessato per la quasi totalità popolamenti di faggio (Fagus sylvatica L.), si caratterizza per la peculiare prassi di esecuzione del taglio di utilizzazione: il trattamento prevede la presenza contemporanea sulla ceppaia di polloni appartenenti a differenti classi di età coincidenti con multipli del turno (T) [1]. Di norma si arriva prima del taglio di utilizzazione ad avere sulla ceppaia polloni al massimo di una età pari a tre volte il turno previsto per lo specifico contesto territoriale. Alla scadenza del turno – da norma selvicolturale – vengono abbattuti esclusivamente i polloni di età 3T e si opera solitamente anche un diradamento dei polloni di classe T e 2T: questi ultimi, crescendo durante il turno, daranno origine alle ceppaie pronte per l’intervento di utilizzazione, momento in cui si avranno nuovamente i polloni delle tre classi di età (Fotografia 5).

FOTO 5 ANDREATTAFotografia 5: Ceduo a sterzo di faggio: l’esecuzione del taglio di utilizzazione prevede l’eliminazione del/i pollone/i della maggiore classe di età (normalmente quello/i di maggiori dimensioni) e il rilascio sulla ceppaia di polloni appartenenti alle altre classi, coincidenti con multipli del turno. (Foto G. Andreatta).


Il ceduo a sterzo presenta una serie di vantaggi rispetto al trattamento sia a ceduo semplice sia matricinato. Tra gli aspetti vantaggiosi che si possono evidenziare vi sono quelli della continua copertura del terreno, fattore che riduce notevolmente i potenziali effetti dannosi della erosione del suolo e del dissesto idrogeologico; inoltre questa modalità di trattamento risulta di gran lunga la meno impattante a livello paesaggistico rispetto alle altre, rendendo visibile da lontano – ma anche da vicino – l’esecuzione del taglio solamente a un occhio esperto; un altro importante aspetto è quello che rispetto a una utilizzazione di un soprassuolo trattato a ceduo matricinato risulta di norma superiore la quantità di materiale legnoso che si ricava dal taglio di utilizzazione (quantità/tempo); va evidenziato anche il beneficio fisiologico per le ceppaie, le quali subiscono un minore stress da taglio (eliminati solamente alcuni polloni); infine è importante anche il fatto che da parte dei polloni più vecchi vi è una produzione di seme (faggiola in particolare o ghianda per i boschi quercini) estremamente utile sia per favorire la rinnovazione naturale del soprassuolo sia quale fonte trofica per la componente zoologica dell’ecosistema bosco.

Vanno parimenti evidenziate anche alcune criticità tipiche del ceduo a sterzo: l’esecuzione del taglio di utilizzazione richiede una particolare professionalità e perizia in quanto nella ceppaia non possono essere danneggiati i polloni che devono rimanere per potersi successivamente accrescere, i quali sono spesso a diretto contatto con quelli da abbattere; inoltre, strettamente collegate al fatto che la gran parte dei polloni rimangono sulle ceppaie, vi sono maggiori difficoltà – con rischio di danni anche gravi al soprassuolo – per le operazioni di concentramento ed esbosco del materiale legnoso.

È stato soprattutto a causa delle criticità appena elencate che le porzioni di bosco ceduo trattate a sterzo hanno risentito ancor più gravemente della crisi generale che ha riguardato la pressoché totalità dei cedui.

La subentrata – e in gran parte prolungata nel tempo – fase di cessazione dei tagli ha comportato come conseguenza una evoluzione ecologica dei soprassuoli, con la morte dei polloni più deboli e/o aduggiati (quelli delle classi di età più giovani) a vantaggio dell’affermazione di quelli già di dimensioni maggiori: tutto questo ha portato i polloni insediati sulle ceppaie ad assumere un aspetto coetaneiforme. Si sono di conseguenza persi definitivamente sia l’aspetto tipico sia la conformazione strutturale (orizzontale e verticale) dell’originario ceduo a sterzo, il quale continua a sopravvivere ancora solamente in qualche piccolissima porzione di territorio legato al lavoro – oramai una vera e propria passione – di qualche taglialegna, molto in là con gli anni che per affetto verso il bosco non si rassegna a cedere il passo a nuove e ben diverse situazioni.

Considerazioni conclusive

I popolamenti forestali dell’Appennino hanno subito nel corso degli ultimi decenni, in particolare a partire dagli anni ’50 del secolo scorso, importanti cambiamenti – si può affermare in misura maggiore rispetto a quelli delle Alpi – sia dal punto di vista della loro gestione sia, parallelamente, per quanto riguarda la loro evoluzione quali sistemi biologici complessi.

Si vuole qui ribadire un concetto di valenza generale, ovvero l’importanza della conoscenza degli eventi storici che hanno interessato in epoche passate, prossime e/o remote, i soprassuoli forestali per poter interpretare e comprendere all’attualità quelle che sono le condizioni dell’ecosistema bosco in relazione alla sua biodiversità, biocomplessità e biofunzionalità.

Le vicende storiche, le quali hanno evidenziato sul territorio espressioni concrete del rapporto, nonché della sua evoluzione, tra umanità e foreste hanno molto spesso lasciato delle testimonianze, divenute nel tempo più o meno evidenti, di interventi, azioni e attività condotte dall’uomo all’interno dei soprassuoli boscati: così è anche per quanto attiene l’Appennino, dove oggi, in molteplici ambiti territoriali, i popolamenti forestali appaiono molto diversi rispetto al passato. All’interno degli stessi, i quali in gran parte ancora ben mettono in evidenza i segni della prolungata gestione legata alla forma di governo a ceduo, sono riconoscibili alcune tracce di quella che si può essere definita una recente “archeologia forestale”. Queste testimonianze sono legate a tipologie di lavorazioni (produzione del carbone di legna), organizzazione dell’esbosco (mulattiere) e modalità di trattamento selvicolturale (ceduo a sterzo) e costituiscono una memoria unica e preziosa, la quale deve costituire un caposaldo culturale per la conoscenza delle vicende passate – indispensabile per capire quelle attuali – dei popolamenti forestali appenninici.

La conoscenza di queste testimonianze permette a coloro che frequentano le selve dell’Appennino, oltre che di comprendere al meglio le formazioni boscate, anche di non perdere la memoria di quelle che sono state le condizioni di vita – durate per secoli – delle genti appenniniche, vite spesso caratterizzate da fatica e sacrifici.

I mutamenti e le trasformazioni fanno parte del ciclo delle vicende umane in tutti gli ambiti: è doveroso in generale però preservare ricordi e testimonianze del passato e lo è ancor più in particolare all’interno delle formazioni forestali, dove la Natura, attraverso i suoi meccanismi e le sue leggi, tende in tempi relativamente brevi a cancellare le tracce antropiche sul territorio. È pertanto più che necessario preservare dall’oblio le attività umane condotte per secoli e i relativi segni all’interno dei boschi, riconoscendo e valorizzando quelle tracce che possono a ragione veduta essere definite quali testimonianze di una recente “archeologia forestale”.

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[1] Il turno è l’intervallo di tempo – espresso in anni e indicato con la lettera ‘T’ – che intercorre tra un’esecuzione del taglio di utilizzazione e la successiva.