Rivista tecnico-scientifica ambientale dell'Arma dei Carabinieri                                                            ISSN 2532-7828

STORIA 
IL COLOMBO VIAGGIATORE: L’EROE AFFIDABILE
13/02/2023
di Vincenzo GAGLIONE


1I piccioni sono ovunque nelle nostre città. Sono moltissimi. Dall’alto dei cornicioni delle finestre o dei lampioni, i piccoli pennuti ricoprono di escrementi qualunque cosa si trovi sotto di loro. Poco importa se sia un’automobile o un monumento che, alla fine, viene danneggiato. I colombi, però, non sono sempre stati ritenuti solo portatori di danni, ma hanno assunto varie caratteristiche. Dall’antichità fino ad oggi, la simbologia religiosa ha sempre attribuito ai piccioni caratteristiche sacre.
Come veri e propri “messaggeri alati”, efficaci non solo durante i giochi, i piccioni viaggiatori fino al secolo scorso sono stati utilizzati come “postini” durante le guerre, perché erano gli unici a poter superare le linee nemiche indenni portando messaggi cartacei legati a una zampetta con informazioni strategiche o richieste di soccorso. Per secoli, sino all’avvento del telegrafo, i piccioni sono stati il più veloce mezzo di comunicazione disponibile, grazie alla loro eccellente abilità nel trovare la via del ritorno al nido. Piccolo, innocuo ma meritevole per il servizio svolto in pace come in guerra delle più alte onorificenze militari, solitamente assegnate soltanto ai militari.


Pigeons are everywhere in our cities. They are very many. From the top of the cornices of the windows or of the lampposts, the little birds cover with excrement whatever is under them. It matters little whether it is a car or a monument, which is eventually damaged. Pigeons, however, have not always been considered only bearers of damage, but have taken on various characteristics. From ancient times until today, religious symbology has always attributed sacred characteristics to pigeons. As real "winged messengers", effective not only during games, passenger pigeons until the last century were used as "postmen" during wars, because they were the only ones able to cross enemy lines unscathed by carrying paper messages linked to a paw with strategic information or distress calls. For centuries, until the advent of the telegraph, pigeons were the fastest means of communication available, thanks to their excellent ability to find their way back to the nest. Small, harmless, but deserving, for the service carried out in peace as in war, of the most high military honours, usually awarded only to military personnel.


È difficile stabilire, anche con approssimazione, quali siano le origini del piccione messaggero che si perdono nella memoria dei tempi. È certo che l’utilizzo del piccione messaggero è conosciuto fin dall’antichità come suggeriscono alcune tavolette Sumere di 5000 anni fa, confermandone l’adattamento ad un ambiente domestico, tuttavia, nessuno storico è in grado di stabilire con esattezza quando l’uomo decise effettivamente di utilizzare questo volatile per portare messaggi.
Esistono tuttavia ulteriori testimonianze rinvenute su papiri e iscrizioni dell’antico Egitto dimostranti che l’addomesticamento risale almeno alla quinta dinastia, all’incirca dal 2900 a.C., con impiego soprattutto in ambito militare per il recapito dei messaggi dai fronti di guerra.
Il piccione viaggiatore è già menzionato nella Bibbia. Lo Spirito Santo, per mezzo di una colomba, annunciò a Maria la nascita di Gesù. Poi, dopo quaranta giorni, Noè per verificare che il diluvio fosse cessato sulla terra, lanciò fuori dall’Arca una colomba che poi tornò con un ramoscello d’ulivo in bocca a dimostrazione del ritiro delle acque.
Questa loro capacità era nota come detto sin dai primordi della civiltà. Si capisce quindi come sia stato possibile che i piccioni viaggiatori siano stati i messaggeri sconosciuti che informavano i vari “Centri Oracolari” sia nell’antica Sumeria che nell’antico Egitto e nella Grecia arcaica.
Esisteva una specie di staffetta di diversi piccioni viaggiatori che potevano portare lo stesso messaggio nelle varie direzioni e in questo modo ogni centro era collegato agli altri. 

Spesso sarà accaduto che subito dopo l’arrivo di un piccione ne partiva un altro con lo stesso messaggio in direzione di un altro centro o con l’eventuale risposta in direzione del mittente. Per questo motivo nei siti di questi Centri Oracolari vi era spesso l’immagine di due piccioni o colombe. Ovviamente ogni centro doveva avere diversi piccioni provenienti dai diversi centri e ciascuno, quando veniva lasciato libero, tornava al suo luogo di origine portando l’eventuale messaggio. Ciò permetteva ai Sacerdoti Oracolari di conoscere certi avvenimenti molto tempo prima che lo sapessero gli altri costretti ad aspettare eventuali corrieri terrestri che potevano impiegare diversi mesi. In aggiunta la saggezza e le avanzate conoscenze in ogni campo di questi Sacerdoti rendeva i loro suggerimenti od “Oracoli” molto utili a chi li chiedeva, permettendo in definitiva il diffondersi delle conoscenze. Questi antichi piccioni viaggiatori quindi erano al tempo stesso portatori di notizie e coadiutori della propagazione delle conoscenze. Come il telegrafo, inventato però nell’Ottocento. Anche nelle zone di insediamento degli Etruschi sono state trovati numerosi siti che servivano per l’allevamento dei piccioni . 
All’interno delle civiltà greco-romane, troviamo riferimenti all’uso dei piccioni allo scopo di comunicare. Erano questi che, ad esempio, rendevano noti, nei confini dell’impero, i nomi dei vincitori dei giochi olimpici. Le truppe romane disponevano di piccionaie portatili che trasportavano in diverse campagne militari. I piccioni volavano in tutto l’impero romano portando messaggi dalla periferia alla capitale. Anche Giulio Cesare informava il Senato delle sue vittorie a mezzo di piccioni viaggiatori. 

Decimo Bruto riuscì a spezzare l’assedio imposto da Marco Antonio a Modena (nel 43 a.C.) inviando lettere a Irzio nel campo dei consoli con i piccioni. “Quale vantaggio ha ottenuto Antonio dalle sue trincee”- scrisse Plinio- “dal suo vigile blocco e perfino dalle reti stese attraverso il fiume, mentre i messaggeri alati solcavano l’aria?” .
Nel 732, Carlo Martello annunciò così la vittoria di Poitiers sui Saraceni. Il piccione viaggiatore ha sempre avuto un ruolo centrale nelle guerre d’assedio, talvolta a danno degli assediati. Nel 1098, durante la prima crociata, Godefroi de Bouillon mentre sottoponeva d’assedio il forte di Hajar, nella piana di Saint-Jean-d’Acre, stava per levare il campo, quando un piccione abbattuto in volo gli portò la comunicazione che gli assediati erano sull’orlo della capitolazione. In seguito il colombo fu impiegato per trasmettere notizie commerciali oltre che quelle di guerra. 
Nel Medioevo era un grande privilegio delle famiglie nobili avere vicino una colombaia con piccioni viaggiatori per consentire un continuo scambio di messaggi .
La prova certa dell’impiego sistematico del piccione è in ogni caso contenuta in alcuni documenti del 1572 che ne confermano l’utilizzo in quasi tutte le guerre olandesi e fiamminghe e poi in quelle inglesi e francesi. 

Nel 1835 James Gordon Bennet, capostipite della stampa americana, fondò il “New York Herald”, un giornale moderno per quell’epoca e adatto al lettore americano per le notizie concise e sensazionali. Allora non si disponeva ancora della telegrafia Morse, per poter battere sul tempo i concorrenti con la rapidità delle informazioni, Bennet organizzò un servizio di colombi viaggiatori tra Boston e New York. Analogamente, nel 1850, l’agenzia di stampa Reuters, all’atto della fondazione si dotò di uno stormo di 45 piccioni usati per coprire un’interruzione nella rete del telegrafo tra Bruxelles e Aquisgrana, dando a Paul Reuter il monopolio su tutto il traffico telegrafico tra Belgio e Germania. I cinque figli di Mayer Amschel Rothschild usavano i piccioni per restare in contatto mentre viaggiavano in tutt’Europa per consolidare la dinastia bancaria del padre.

3Tale impiego è la conseguenza degli insegnamenti tratti principalmente dalla guerra Franco-Prussiana, nel 1870, in particolare dall’assedio di Parigi. Durante l’assedio di Parigi, centinaia di piccioni vennero fatti uscire da Parigi a Tours con l’impiego di aerostati ad aria calda. Quando venivano rilasciati con i messaggi, ritornavano ai loro tetti parigini. In quell’occasione la fotografia, allora agli albori, venne utilizzata per fotografare i messaggi, ridurli in microfilm, cuciti alle penne della coda. In questo modo ogni piccione poteva trasportare un testo contenente un milione di parole. Durante l’assedio vennero inviati, con questo sistema, 150.000 messaggi governativi, militari e segreti e oltre un milione di missive private. L’esperienza dell’impiego del piccione viaggiatore maturata durante tale assedio indusse quasi tutti gli eserciti del mondo ad adottarlo come mezzo di corrispondenza; il suo utilizzo, però, fu inizialmente molto limitato principalmente perché il mondo visse un periodo di relativa pace, durante il quale i progressi degli studi sull’elettromagnetismo fecero dimenticare i servigi resi dall’umile viaggiatore il quale si limitò a raccogliere qualche alloro solo nelle competizioni sportive .
A partire dal 1870 le colombaie militari presero piede nella maggior parte degli Stati a conferma dell’importanza che i militari attribuivano a questo originale mezzo di trasmissione. Un certo interesse legato all’allevamento ed al miglioramento delle razze, fece sorgere diverse Società colombofile alle quali facevano ricorso anche i militari per approvvigionarsi di colombi ben addestrati e di buona razza . Al mondo esistono 290 specie di piccioni, ma solo una si è adattata a vivere nelle città. I piccioni domestici sono sinantropici : prosperano negli ambienti umani, si sfamano con i nostri avanzi e fanno il nido nelle fessure e nelle nicchie degli edifici, che sembrano le pareti di roccia dove un tempo viveva il suo progenitore genetico: Columba livia, il piccione selvatico . 

Noi pensiamo che i piccioni siano grigi, ma le loro piume sono una tavolozza oceanica: tonalità di blu e di verde punteggiate di bianco, come la cresta di un’onda.  
Quando non sono ferite o amputate da funi o fili di ferro, le loro zampe sono forti ed eleganti. Possono vedere molto più lontano di noi, e con maggiore chiarezza. Negli anni ’70 ed ‘80, la guardia costiera statunitense allenava i piccioni a riconoscere le persone disperse in acqua: venivano messi in capsule d’osservazione montate sul fondo degli elicotteri e addestrati a beccare un pulsante quando avvistavano in mare un pezzo di stoffa colorata. I piccioni riuscivano a vedere la stoffa il 93% per cento delle volte, gli umani solo il 38% .

I piccioni sono più intelligenti di quanto siamo disposti ad ammettere e sono tra i pochi animali, insieme alle grandi scimmie, ai delfini e agli elefanti, in grado di superare il test di autoriconoscimento allo specchio: se mettiamo un segno sull’ala di un piccione e lo facciamo guardare allo specchio, lui cercherà di togliersi il segno, rendendosi conto che quella che vede è l’immagine riflessa del suo corpo. I piccioni impiegano cinque secondi per riconoscersi in un video (i bambini di tre anni ci riescono con difficoltà in due secondi) e riconoscono le persone dalle foto . 
Come per le origini, altrettanto poco chiara resta anche la straordinaria capacità di orientamento che guida questi volatili. I piccioni si muovono in un mondo antropizzato. Rimangono vicini alla terra e spesso volano al livello della strada, a un’altezza più bassa dei tetti. Studi recenti suggeriscono che si orientano usando le strutture antropiche oltre a quelle naturali: seguono strade e canali e sono stati visti seguire le rotatorie stradali prima di prendere l’uscita giusta. Riescono a localizzare il punto esatto d’arrivo perché hanno per genetica la propensione all’orientamento geomagnetico. In altre parole hanno una potente bussola interna, molto più complessa di quella umana (quella che ci consente di trovare ad occhi chiusi il naso, le orecchie o parti del corpo vicine). Il piccione invece riesce a percepire il campo magnetico terrestre, ovvero il sistema basato anche sulla posizione del sole. Un secondo talento genetico è l’olfatto, che gli consente di riconoscere gli odori tipici del suo nido d’origine. I piccioni possono volare a grande velocità - fino a 180 chilometri all’ora - e con il vento favorevole arrivano a coprire 1.100 chilometri in un solo volo senza interruzioni (ai piccioni non piace volare di notte, ma possono essere addestrati a farlo). Ci sono uccelli più veloci come i falchi pellegrini, i maggiori predatori dei piccioni che possono raggiungere i 320 chilometri orari in picchiata. Nessun altro animale riesce a volare orizzontalmente, con la propria forza, alla stessa rapidità di un piccione.

Abbiamo visto che i piccioni domestici sono parenti stretti delle centinaia di varietà di colombacci addomesticati e poi allevati dai sumeri quattromila anni fa. 
Il più celebrato e familiare è il racing homer, il piccione viaggiatore selezionato per la sua straordinaria capacità di orientamento. Quando imparano a riconoscere la loro “colombaia”, il che succede intorno alle sei settimane di vita, i piccioni viaggiatori ci tornano per tutta la vita, perfino a distanza di anni. 
Possono volare migliaia di chilometri e attraversare gli oceani per tornare a casa. Uno dei viaggi di ritorno più lunghi della storia fu realizzato da un esemplare che apparteneva al Duca di Wellington, liberato dall’isola di Ichaboe, una delle isole dei Pinguini davanti alla costa della Namibia, il 1° giugno 1845. Ci mise 55 giorni per percorrere 8.700 chilometri e tornare a Nine Elms, a Londra, dove fu trovato morto in un canale di scolo a un miglio dal suo ricovero.

Il problema di come riescano a orientarsi è ancora molto dibattuto. Darwin credeva che ritrovassero la strada memorizzando le svolte e i cambi di direzione del viaggio di andata per calcolare la rotta del ritorno . Anche mettere un piccione in un rullo rotante oscurato prima di liberarlo nel tentativo di confondergli le impressioni di viaggio non sembra influire sulla sua capacità di tornare a casa. Negli anni ’50 del ‘900, il biologo Gustav Kramer scoprì che i piccioni, come tutti gli uccelli migratori, possiedono un cronometro interno incredibilmente preciso grazie al quale possono usare il Sole come una bussola, ma anche se il cielo è coperto riescono a ritrovare la loro colombaia. Sembra molto probabile che per navigare i piccioni usino tutta una serie di capacità sensoriali poco conosciute. 
La vista ha un certo ruolo, soprattutto quando sorvolano l’area intorno alla loro colombaia, ma ritrovano la strada anche quando gli vengono applicate lenti a contatto opache, pur non riuscendo a rientrare nel loro ricovero. I ricercatori hanno dotato i piccioni di dispositivi che cambiano i campi magnetici intorno al loro capo per vedere se, come molte creature marine, usano i poli per orientarsi. Negli anni ‘70 degli scienziati italiani scoprirono che tagliando il nervo olfattivo i piccioni no ritrovavano la strada di casa e studi successivi hanno ipotizzato che creino una “mappa olfattiva” utilizzando gli odori portati dal vento .

I piccioni, però, hanno ottenuto il giusto riconoscimento solo con la modernità, quando la loro velocità, affidabilità e docilità li hanno resi particolarmente interessanti per gli imprenditori delle comunicazioni e gli strateghi militari. 

 
4Nel 1898 il tedesco Julius Neubronner iniziò a costruire una serie di leggerissime macchine fotografiche da fissare sul petto dei volatili, dopo numerosi tentativi ed esperimenti mise a punto un apparato del peso di soli 70 grammi che poteva fissare una immagine del terreno sorvolato su un negativo quadrato da quattro centimetri di lato. Era nata la pigeon camera che venne brevettata nel 1903. Lo stesso anno venne acquisita in un certo numero di esemplari dalle brigate dell’esercito della Baviera . Nella pigeon camera lo scatto della fotografia era comandato da un temporizzatore meccanico regolato sul tempo approssimato che sarebbe servito al piccione per raggiungere l’area da riprendere.
Naturalmente andavano fatti ripetuti tentativi perché i piccioni addestrati non andavano sempre nella direzione voluta. Anche nel campo dell’addestramento nacquero dei miti, piccioni campioni che riuscivano a compire con estrema precisione il percorso voluto e a consentire in questo modo la ripresa dell’area di interesse militare. 

Nel 1912 Neubronner presentò un nuovo modello con molte migliorie e negli anni seguenti l’apparato fotografico o dispositivi similari vennero acquisiti in gran numero dalle forze armate dei principali paesi. La Prima Guerra Mondiale era alle porte. Già prima dell’inizio del conflitto agenti tedeschi stabilirono una vasta rete di comunicazioni basata sui piccioni in territorio inglese, sarebbero serviti per assicurare i loro collegamenti con la Germania. Una parte della struttura venne fortunosamente smantellata dalla polizia inglese grazie alla segnalazione riguardante il passeggero di un treno che era stato visto estrarre da sotto una coperta un piccione e lanciarlo dal finestrino della sua carrozza. Venne predisposto un discreto pedinamento di quella persona che, alla fine, permise di scoprire e di smantellare numerosi nascondigli e piccionaie in tutta l’Inghilterra.
Dallo scoppio del conflitto, su navi, sommergibili, aeroplani e carri armati dei vari eserciti belligeranti la presenza dei piccioni viaggiatori era un fatto normale. Per capire l’importanza che veniva data a questi volatili in quegli anni basterà ricordare come immediatamente dopo l’inizio delle operazioni belliche i tedeschi assaltarono alcuni allevamenti in Belgio impossessandosi di oltre un milione di piccioni viaggiatori da utilizzare in battaglia.
La prima colombaia militare italiana fu realizzata, nel 1876, presso il XII Reggimento Artiglieria di Ancona seguita da una seconda a Bologna . In breve tempo le “stazioni” (denominazione tecnica della colombaia) furono aumentate, si iniziò da Roma nel 1891 per poi estendere la rete su tutto il territorio nazionale da Napoli a Piacenza, da Cagliari ad Alessandria, tanto per citarne solo alcune. Persino la colonia Eritrea ebbe le proprie colombaie, dislocate una in Assab e l’altra in Massaua .

L’aumento del numero delle stazioni e la loro distribuzione sul territorio imposero la costituzione di una Direzione Superiore delle Colombaie militari presso il Comando Territoriale del Genio di Roma. 
L’impiego in tempo di pace era legato prettamente al servizio di collegamento delle fortezze marittime e di frontiera alpina, nei reparti di cavalleria e ciclisti. 
L’addestramento dei colombi si basava principalmente nello sfruttare il loro naturale istinto a tornare alla colombaia di partenza. Grazie a questa indole il colombo era portato in apposite ceste sempre più lontano dal luogo di provenienza e veniva quindi rilasciato affinché tornasse al luogo di partenza che raggiugeva volando a 100/150 metri da terra riuscendo a percorrere, ad una velocità media di 30/40 km, anche oltre 1000 km. 
La possibilità che il piccione raggiungesse con successo il luogo dove recapitare il messaggio era direttamente proporzionale alla distanza da percorrere poiché i lunghi tratti aumentavano le probabilità per il piccione di restare vittima di cacciatori, militari nemici o uccelli predatori. Il piccione era contrassegnato sull’ala dal numero di matricola; il messaggio veniva scritto su carta molto fina e inserito in una cannuccia di penna d’oca o di celluloide legata alla faccia inferiore del rachide di una delle timoniere o sulla zampa. 

Per inviare i “colombigrammi” si usavano dei porta-dispacci formati da due tubetti di alluminio di cui uno entrava nell’altro. Nel primo si introduceva il messaggio arrotolato, mentre l’altro si inseriva alla zampa del colombo con due braccialetti . 

5Le colombaie militari erano i siti in cui si custodivano, allevavano e istruivano i colombi viaggiatori in uso presso l’Esercito. Ad ogni colombaia era addetto un sottufficiale ed alcuni soldati (i guardia-colombaia). 
La colombaia era di solito collocata in un luogo elevato e sistemata in modo che l’ingresso dei colombi fosse riparato dal vento. Per addestrare il colombo si faceva riferimento a due importanti elementi: il naturale senso di orientamento del volatile e il suo particolare legame alla famiglia che esso identificava con gli abitanti della colombaia.
Il colombo, chiuso in apposite gabbie, veniva così condotto a distanze sempre più crescenti per essere poi liberato affinché ritrovasse la via del ritorno. Lasciato libero dalla gabbia il colombo spiccava il volo, compiva due o tre giri per trovare l’orientamento e poi volava via verso la colombaia . 

Il colombo nella Prima Guerra mondiale 
Durante la Prima grande guerra i colombi ebbero modo di mettere in evidenza le loro qualità. Grazie a questi pacifici volatili il servizio di collegamento tra la prima linea e la zona arretrata, fu sempre garantito, specialmente quando i “moderni” mezzi di comunicazione dell’epoca venivano messi fuori uso dal nemico e dalle intemperie .
Al termine dell’addestramento i colombi erano condotti all’interno di ceste di vimini ai posti di internamento in trincea dove venivano alloggiati in gabbie di legno a parete di rete metallica, divise in quattro scomparti, con il pavimento ricoperto di puglia o fieno. Durante questo breve periodo di internamento, mediamente pochi giorni, ma nel corso del quale il colombo soffriva per la mancanza dei propri compagni, venivano svolti dei lanci di addestramento ai quali il volatile rispondeva con entusiasmo lanciandosi velocemente verso la propria colombaia di cui, come abbiamo detto, soffriva la mancanza. 
In sostanza la colombaia era il punto di ricezione dei messaggi, mentre il posto di internamento era la stazione trasmittente. Il rientro dei piccioni e colombe era segnalato da particolari dispositivi a suoneria. Oltre alle colombaie fisse, nella Prima Guerra mondiale, furono utilizzate le cosiddette colombaie mobili costituite da speciali autobus o da carri a rimorchio. 
Questi veicoli, che potevano essere collocati in qualunque punto della zona d’operazioni, venivano opportunamente attrezzati, all’interno e all’esterno, per accogliere tutta la strumentazione necessaria a poter svolgere lo stesso lavoro delle colombaie fisse. Per la sistemazione della colombaia mobile si privilegiava una posizione scoperta, tranquilla, soleggiata e possibilmente elevata, lontano da edifici e zone boscose, da reti telegrafiche e telefoniche, nonché riparata dal vento e dall’umidita. Lo sportello di uscita della colombaia era orientato verso sud-est ed il terreno attorno veniva spianato per consentire un’agevole rotazione del carro. Una volta collocata la colombaia nel luogo stabilito, i colombi erano tenuti chiusi per tre o quattro giorni, ma lasciati liberi di osservare l’esterno attraverso le griglie del carro. Nel corso di questa permanenza, il veicolo adibito a colombaia veniva fatto girare su sé stesso di un quarto di giro, ad intervalli di qualche ora, verso destra o verso sinistra per consentire ai volatıli di osservare e memorizzare la zona circostante.
A questa fase seguiva un periodo di addestramento per i colombi della durata anche di un mese e mezzo; questo periodo era destinato a renderli operativi ossia in grado di identificare con sicurezza la colombaia mobile alla quale erano stati assegnati .

Sulla dislocazione delle colombaie
L’esperienza ha dimostrato che le colombaie mobili presentano indiscutibili vantaggi su quelle fisse. In caso di ripiegamento, le colombaie mobili possono spostarsi, portando con loro i colombi, Tuttavia, siccome le colombaie fisse presentano maggiore sicurezza per i collegamenti a grandi distanze si ha tutto l’interesse di mantenerne il funzionamento.  Lo stesso risultato delle colombaie fisse si raggiunge impiegando come fisse le colombaie a rimorchio i cui colombi siano stati abituati alla mobilità. 
Queste colombaie dopo un soggiorno di una certa durata nella località prescelta, possiedono tutti i vantaggi di quelle fisse pur conservando la possibilità di poter essere spostate senza il minimo inconveniente. 
Le colombaie avanzate potevano essere fisse, realizzate in fabbricati adattabili (fienili, sottotetti, torri, ecc.) o in baracche smontabili appositamente costruite, oppure potevano essere mobili. 
Le colombaie mobili si suddividevano in:
  - Autocolombaie: consistenti in speciali carri automobili attrezzati con dispositivi di una vera e propria colombaia avente la capacità da 90 a 100 colombi; 
- Colombaie rimorchio: costituite da carri a due ruote con gomme pneumatiche. Erano attrezzate con dispositivi di colombaia ed erano capaci di contenere da 100 a 120 colombi. La loro dislocazione avveniva a mezzo di autocarri, possibilmente leggeri, muniti dello speciale dispositivo per il rimorchio. 
- Colombaie avanzate fisse. Chi riceveva i colombi all’atto del popolamento di una colombaia avanzata fissa, aveva l’obbligo durante l’operazione di “sgabbiamento” di controllare il numero esatto dei soggetti che riceveva e di assicurarsi dello stato fisico di ogni soggetto al fine di evitare l’introduzione nella nuova colombaia di soggetti portatori di malattie infettive. 
Le colombaie avanzate erano sempre popolate con soggetti giovanissimi di facile adattabilità. L’addestramento dei piccioni di una colombaia avanzata richiedeva pochissimo tempo. 
-Colombaie mobili. Le colombaie mobili presentavano il vantaggio di poter essere utilizzate in qualsiasi località e richiedevano tempi d’installazione più brevi rispetto alle colombaie fisse. 
L’utilizzazione di una colombaia mobile in una data località presentava tre casi: 
1. La colombaia mobile veniva portata nella località in cui doveva essere impiegata già popolata di piccioni novelli che non erano mai usciti all’aperto, oppure veniva portata vuota e popolata con piccioni nelle stesse condizioni sopra citate; 
2. La colombaia mobile era già popolata da qualche tempo ed aveva precedentemente stazionato in un’altra località dove i piccioni avevano volato all’esterno della colombaia senza però avere compiuto viaggi di addestramento; 
3. La colombaia già popolata da tempo aveva stazionato in un’altra località dove i piccioni addestrati avevano prestato servizio di corrispondenza. 
La colombaia mobile doveva essere dislocata in posizione scoperta, in una località tranquilla, soleggiata e preferibilmente elevata, accessibile ai carriaggi e lontana da boscaglie, reti telegrafiche e telefoniche. 
Allo scopo di garantire una perfetta efficienza dei piccioni viaggiatori, durante la prima Guerra Mondiale vennero sempre scrupolosamente adottate delle misure di medicina preventiva al fine di limitare l’insorgenza di patologie mediche comuni ed infettive che potessero compromettere la salute e il servizio di questi preziosi “ausiliari della comunicazione”. 
L’importanza dei piccioni viaggiatori venne testimoniata dal generale Patrick Fowler, capo del dipartimento comunicazioni dell’esercito britannico che così descrisse il loro valore: «Durante i periodi di tranquillità possiamo utilizzare messaggeri, telegrafi, telefoni, segnalazioni con bandiere e i cani ma quando si accende la battaglia e la situazione si fa caotica con mitragliatrici, artiglierie e i gas dobbiamo affidarci ai piccioni. Quando i soldati si perdono o rimangono accerchiati dal nemico in località sconosciute possiamo contare soltanto su comunicazioni affidabili. Le otteniamo solamente con i piccioni. Ci tengo a dire che essi, nel loro lavoro, non ci hanno mai tradito».
Inoltre, gli aeroplani in ricognizione sul mare segnalavano con i piccioni la posizione delle flotte nemiche. I piccioni militari permisero di individuare 717 aerei precipitati in mare. Durante le battaglie sulla Marna (1914) tutti i 72 piccioni impiegati riuscirono a compiere le missioni affidate portando 78 messaggi. I piccioni viaggiatori trovavano ampio impiego anche nella Regia Marina. Il comandante del sommergibile W 4, Alessandro Giaccone, nell’aprile del 1917, prima di partire per la sua ultima missione aveva imbarcato una coppia di piccioni viaggiatori. Il sommergibile non fece più ritorno e vana fu ogni ricerca.
Un giorno tornò alla colombaia della Caserma Manthonè un piccione che aveva perduto le penne della coda, purtroppo, senza nessun messaggio degli scomparsi. L’equipaggio era composto da 22 uomini; il mare non rese né una salma né un rottame, unico superstite fu il piccione viaggiatore.
Durante l’offensiva sulle Argonne (1918) vennero utilizzati 442 piccioni che portarono 403 messaggi. È stato calcolato che durante il corso della Grande Guerra il 95% dei piccioni portò a termine la missione.
Nel caos bellico, questi uccelli sono in grado di agire con grande autonomia. I giornali dell’epoca riportavano: «I piccioni si abituano al rombo dei cannoni e, in gran parte, tornano alla colombaia, dalla quale un motociclista li aveva trasportati in una gabbietta di vimini.»
Sebbene molti piccioni viaggiatori si siano distinti durante la Grande Guerra, Cher Ami è certamente il più famoso.
Offerto da colombicoltori inglesi ed addestrato dagli americani, questo piccione-soldato apparteneva allo United State Army Signal Corps, unità dell’esercito U.S.A. specializzata in sistemi di informazione e comunicazione militare. Famoso per aver consegnato dodici messaggi della massima importanza nell’area di Verdun, ma soprattutto per aver salvato un intero battaglione di soldati americani. Siamo al 3 ottobre 1918. Durante l’offensiva della Mosa-Argonne, il maggiore Charles Whittlesey e circa 550 soldati della 77ª Divisione di Fanteria degli Stati Uniti, si scoprirono isolati dal resto del loro reggimento, nella foresta di Argonne. 
Erano parte di quello che verrà chiamato poi, nei libri di storia, il Battaglione Perduto. Il battaglione era circondato dai tedeschi, a pochi metri dalle linee nemiche, senza cibo o munizioni. 
Erano l’obiettivo del fuoco amico e le truppe alleate americane, non sapevano che erano lì. Erano “incapsulati” in un abbassamento del terreno, sotto una collina. La situazione era critica: avevano il fuoco dei tedeschi da una parte, e il fuoco americano dall’altra. Dovevano a tutti i costi ripristinare i collegamenti. Dei volontari si fecero avanti. Purtroppo, furono decimati non appena si lanciarono cercando di superare la linea dei tiratori nemici.
Un primo piccione viene inviato, con il seguente messaggio: «Molti feriti. Non abbiamo via d’uscita.» Il volatile venne abbattuto. Lanciarono allora un secondo piccione, con il messaggio: «Gli uomini soffrono. Potete aiutarci?» Anche questo venne abbattuto. Il quadro era nero. In cinque giorni, dei 550 soldati che componevano il battaglione di Whittlesey, ne restarono 194. Ed è qui che la nostra eroina entrò in gioco. Il piccione femmina color bianco ed ardesia, venne ritrovato sul cadavere di un soldato americano. Subito, le legarono un messaggio alla zampa: «We are along the road parallel to 276.4. Our own artillery is dropping a barrage directly on us. For heaven’s sake, stop it.» 
Cher Ami dubitò un secondo su quale direzione prendere, poi decollò, schivando la pioggia di proiettili delle mitragliatrici nemiche. Non riescì a schivarle tutte. La povera picciona venne colpita ad un occhio e al petto. Purtroppo, anche a quella zampa a cui era legato il messaggio: il proiettile gli dilaniò l’arto e il pezzetto di carta restò attaccato a poche fibre di carne. I soldati americani ebbero un colpo al cuore quando lo videro cadere, riprendersi e rialzarsi in volo.
Il piccione coprì 25 Km. in poco meno di mezz’ora, arrivò al Quartier Generale delle truppe americane e consegnò il messaggio. Insanguinata, esausta e mezza morta. I rinforzi uscirono in soccorso ai commilitoni d’immediato e riuscirono a metterli in salvo. Sopravvissero molti soldati, e anche il piccione. L’ulteriore miracolo fu la sopravvivenza di Cher Ami. La zampa ferita era spacciata, ma grazie ad una peculiare protesi di legno, riuscì a camminare dignitosamente. Il leggendario Generale John Pershing, provvederà a decorarla con la Croce di Guerra e con l’Oak Leaf Cluster, le “Foglie di Quercia”. Poi, la pensione in terra americana a Washington. Sarà lo stesso generale a portarla con sé nel translatlantico Ohio. Anche il suo allevatore e addestratore nei Signal Corps, Enoch Clifford, riceverà un’onorificenza.
Il 13 giugno 1919, a Fort Monmouth in New Jersey, l’eroica picciona morì e venne subito imbalsamata. Conservata nelle sale del Museo Smithsonian, viene considerata alla stregua di un eroe di guerra umano a tutti gli effetti. Oggi, è visibile al Museo Americano di Storia Nazionale, nella sala nominata “Il Prezzo Della Libertà”.
 
Le città di Parigi e Bruxelles hanno eretto ai colombi viaggiatori addirittura splendidi monumenti, per ricordare al mondo l’aiuto da essi ricevuto nel corso di assedi e battaglie. Nel 1936 a Lille, venne eretto un monumento ai più di 20.000 piccioni caduti in difesa della patria durante la Grande Guerra e ai tredici colombicoltori uccisi dai tedeschi per avere difeso le loro creature.
I colombi furono impiegati in tutti i Paesi anche per particolari servizi. In Italia, per mezzo degli aerei italiani venivano lasciati cadere sui territori occupati dal nemico al di là del Piave, dove erano raccolti ed utilizzati da agenti italiani per trasmettere importanti informazioni . 

I colombi nella Seconda Guerra mondiale 
Alla vigilia della Seconda Guerra mondiale l’Esercito Italiano disponeva di circa 10.000 colombi, tra esemplari giovani ed adulti, distribuiti su quaranta colombaie fisse. Questa organizzazione colombofila avrebbe dovuto affiancare o sostituire, in caso di conflitto, i sistemi di collegamento radio trasmittenti presenti presso i vari comandi. 
La direzione del Servizio Colombofilo Militare, appena iniziata la guerra, suggerì che i comandi di grande unità o di reparto, situati in sedi permanenti o semi-permanenti, fossero dotati di colombaie di circostanza dette ausiliarie. Queste colombaie erano collocate, nella migliore delle ipotesi, in fabbricati militari, in edifici requisiti adattati alla meglio e con pochi materiali, oppure in piccole baracche. Nel 1941 furono costituite, in seguito alle esperienze maturate sui vari fronti, altre 22 colombaie mobili auto-trainate.  Per il potenziamento e il popolamento delle nuove unità, si provvide utilizzando gli allevamenti delle colombaie fisse, nel frattempo intensificate con colombi ricevuti dagli allevamenti civili dipendenti dalla Federazione colombieri d’Italia, che cedettero gratuitamente all’Esercito Italiano, nel 1942, ben 3000 esemplari e nel 1943 altri 1500; questi ultimi furono selezionati dai riproduttori per ottenere nuovi piccioni da addestrare. 
Per risolvere il problema della grande quantità di mangime da approvvigionare per l’alimentazione di tutti i piccioni disseminati in Italia, Africa, Russia e Balcani, l’Esercito dovette ricorrere all’intervento del Ministero dell’Agricoltura e dei Consorzi agrari. 
L’ingresso in guerra dell’Italia, avvenuto contro la Francia nel giugno 1940, vide la dislocazione sulla frontiera occidentale di sette colombaie fisse ed otto mobili. La breve durata della campagna, solo alcuni giorni, non permise l’utilizzo di tutte le colombaie, ma solo di alcune che, comunque, si rivelarono molto utili a causa delle cattive condizioni atmosferiche che imperversarono in quei giorni e che spesso misero fuori uso le apparecchiature di collegamento, 
Nel giugno 1940 in Africa settentrionale, nel territorio della Tripolitania e Cirenaica, furono istallate la 12^ e la 25^ Colombaia Mobile, la prima presso Tripoli e la seconda a Tobruch. Solo la 25^ colombaia ebbe modo di utilizzare i colombi, inizialmente nella zona di Tobruch, su percorsi anche di 120 km., e poi più tardi, in seguito all’avanzata italiana, nella zona di Sidi el Barrani. 
Per la campagna greco albanese, con l’inizio delle ostilità ad ottobre del 1940, furono dislocate in Albania le Colombaie Mobili: 10^, 19^, 22^, 24^, 34^ e 35^. Alla fine di ottobre di quell’anno, in vista dell’offensiva contro la Grecia e poi a campagna iniziata, i sistemi di collegamento radio trasmittenti a filo si resero inservibili in più punti. L’unico collegamento possibile, in particolare con i comandi più avanzati impegnati nei combattimenti, fu quello con i colombi viaggiatori.
Alcuni di questi comandi, a causa della inagibilità della rete stradale, furono riforniti di colombi paracadutati dagli aerei all’interno di cestini.
Nel corso di questa campagna la presenza dei colombi fu particolarmente importante e significativa in quanto i volatili rappresentarono molto spesso l’unico mezzo di comunicazione tra i reparti, che altrimenti sarebbero rimasti isolati.
Ad occupazione ultimata si trasferirono in Grecia 1’8^, la 21^, la 24^ e la 35^ Colombaia Mobile che contribuirono all’attività di collegamento tra le sedi delle divisioni e dei presidi militarı con i comandi delle grandi unità da cui dipendevano. 
Nel territorio del Montenegro, in seguito all’occupazione delle truppe italiane, si composero numerose formazioni di ribelli che ostacolarono il movimento dei reparti italiani all’interno del territorio jugoslavo. L’uso dei colombi si rivelò estremamente importante in quanto i volatili non furono impiegati solo per i collegamenti a carattere operativo, ma anche per quelli di ordine logistico. Le colonne di rifornimento italiane, come abbiamo accennato, venivano spesso attaccate lungo le strade dai ribelli. Il comando, per essere costantemente a conoscenza della situazione delle colonne in cammino e quindi informato di eventuali attacchi, dispose l’uso di nuclei di colombi nel seguente modo: l’itinerario percorso dalla colonna veniva suddiviso in tre o più tratti; i colombi venivano quindi muniti di un foglietto colorato contenuto nell’astuccio porta messaggi legato alla zampa e corrispondente ad uno specifico tratto di percorso. Quando la colonna aveva percorso ad esempio il primo tratto, senza impedimenti di alcun genere, al colombo veniva tolto il foglietto dall’astuccio e lasciato libero di tornare al comando. 


Nel caso la colonna avesse invece subito un attacco il colombo veniva comunque lasciato libero di tornare al comando, ma avrebbe portato con sé il foglietto colorato corrispondente al percorso, comunicando cosi al comando la necessità di aiuto. 
Al seguito del Corpo di Spedizione italiano in Russia furono inviate la 2^, la 6^ e la 19^ Colombaia Mobile che, giunte nel territorio russo, iniziarono la fase di ambientamento ed addestramento. I risultati furono poco soddisfacenti a causa delle condizioni climatiche spesso estreme e della difficoltà di orientamento dei colombi. Le responsabilità furono addebitate ai rapaci, piuttosto numerosi, ma anche alla presenza nel sottosuolo di elementi minerari che disturbavano l’orientamento dei colombi; fenomeno comunque registrato anche in alcune zone italiane. 
Anche ai reparti per la difesa costiera, adıbiti al controllo delle coste per prevenire colpi di mano nemici, furono destinati dei colombi. 
L’assegnazione di colombi viaggiatori a questi reparti, spesso formatı da pochi uomini e dislocati in luoghi isolati o comunque privi di strade agevoli, era motivata proprio dalla necessità di informare celermente i comandi arretrati anche qualora i mezzi di trasmissione non avessero funzionato. Il Servizio Informazioni Militare (S.I.M.) ebbe modo di occuparsi dei piccioni viaggiatori; in particolare nell’aprile del 1941, con una lettera inviata all’Ispettorato del Genio, il generale Amè, capo del S.I.M., volle precisare che dato lo stato di guerra non riteneva che le modalità in atto in quel momento, relative al trasporto dei colombi, potessero offrire sufficienti garanzie a tutela del segreto militare  pertanto, si vietava il trasferimento con qualunque mezzo sia esso ferroviario, postale o per via ordinaria, per tutta la durata della guerra, di quei colombi viaggiatori non gestiti dai militari e quindi destinati al tiro al volo oppure alla vendita nei mercati. 
Nell’ottobre del 1942 il servizio di controspionaggio germanico segnalò al S.I.M. che dei reparti inglesi lanciavano, con speciali paracaduti, dei piccioni viaggiatori; i volatili durante il lancio erano custoditi all’interno di scatole di cartone nelle quali oltre al becchime vi era anche un questionario a cui gli informatori a terra dovevano rispondere . 

 
Alcuni mesi dopo, analogamente agli inglesi, anche i tedeschi si mobilitarono per organizzare lo stesso servizio di spionaggio con i colombi e proprio contro gli inglesi. 
Presso l’Esercito italiano i colombi furono assegnati alle truppe paracadutiste nel 1943. L’utilizzo dei colombi quale mezzo di trasmissione alternativo a quello ricetrasmittente fu esteso, seppur in via sperimentale, alle truppe paracadutiste. 
Allo scopo fu impiantata presso la Scuola Paracadutisti la 148^ Colombaia Ausiliaria per addestrare i paracadutisti all’impiego dei colombi. 
Il paracadutista era dotato di un’apposita cassetta nella quale custodire il colombo durante il lancio. Pochi minuti prima dell’atterraggio il paracadutista, per restare libero in fase di atterraggio, si liberava dell’involucro il quale era dotato di un apposito paracadute che si apriva automaticamente consentendo l’atterraggio del colombo in contemporanea a quello del paracadutista. 
L’impiego operativo di questa tecnica era stato previsto per l’occupazione di Malta, ma non venne attuato per la mancata realizzazione dell’impresa che, qualora fosse avvenuta, avrebbe visto le truppe paracadutiste effettuare il collegamento a mezzo colombi, già preventivamente sperimentato tra Malta e Messina. Con la ritirata delle truppe italiane dalla Russia, avvenuta nell’inverno del 1942-43, fecero rientro anche le colombaie, tranne la 19% dipendente dal Corpo d’Armata alpino che andò invece dispersa. 

Su tutto il territorio italiano esisteva una fitta rete di collegamento a mezzo colombi viaggiatori la quale sopperì spesso alle interruzioni, in particolare quelle del 1943 dovute ai bombardamenti, che impedivano la trasmissione dei messaggi, in special modo tra i comandi di grandi unità e lo Stato Maggiore dell’Esercito. La rete, per la sua estensione e capillarità, consentiva di baypassare i messaggi a mezzo colombo su quei tratti momentaneamente interrotti per varie cause. 
Ciò permetteva che il messaggio raggiungesse il destinatario in tempi brevissimi evitando, nello stesso momento, al colombo di percorrere lunghi viaggi dando modo al volatile dı raggiungere solo la stazione ricetrasmittente attıva più vicina. 
Al 1° luglio del 1943 le colombaie dislocate in territorio italiano e sulla costa dalmata assommavano a 134 di cui 43 fisse, 26 mobili e 65 ausiliarıe; a queste si aggiunsero, tra luglio e settembre, altre 35 colombaie ausiliarıe e 4 mobili. Nel primo semestre del 1943 furono inviati 17.467 messaggi, di questi giunsero a destinazione ben 16.756. 
In seguito agli avvenimenti dell’8 settembre 1943 numerose colombaie furono distrutte ed i documenti bruciati. 
Le colombaie, in particolare quelle del centro e del nord Italia, che non furono eliminate, caddero in mano ai tedeschi o agli anglo-americani che, ad ogni modo, disponevano di un loro servizio colombofilo con tanto di personale specializzato e di automezzi.
L’impiego di questi colombi fu effettuato sul fronte di Cassino e su quello della 8^ Armata inglese attiva sul settore Adriatico.
Durante la seconda guerra mondiale molti equipaggi dei bombardieri portavano a bordo un paio di piccioni in un’apposita gabbia galleggiante. Se gli aerei venivano abbattuti liberavano un piccione con un messaggio che indicava la loro posizione. 
Quando i mezzi di comunicazione più sofisticati venivano meno, i messaggi venivano portati da colombi. Uno dei più famosi è il colombo Paddy che il 6 giugno 1944, riuscendo a beffarsi dei falchi tedeschi, usati come contromisura per tentare di intercettarli e abbatterli  ed attraversando oltre 230 miglia, portò per primo notizia agli alleati riguardo allo sbarco in Normandia. L'impresa del pennuto, compiuta in meno di cinque ore, fu talmente eclatante che alla sua morte nel 1954 fu ricordato in una cerimonia speciale. Il volatile era già stato premiato con la Dickin Medal  l’equivalente della “Croce di Vittoria”. E non è il solo piccione decorato nel secondo conflitto mondiale. 
Al termine del conflitto, nel 1945, gli americani ordinarono la chiusura delle poche colombaie italiane ormai rimaste, tranne quella di Roma, nella caserma Zignani, che restò attiva come centro di addestramento per i genieri colombieri dell’Esercito Italiano fino agli anni ’60.
Alcuni eserciti moderni continuano ad addestrare i piccioni viaggiatori, allo scopo di contare su un piano di emergenza in caso di conflitto militare che provochi un collasso dei moderni sistemi di comunicazione, e come nel passato non vengono usati esclusivamente per inviare messaggi, ma anche per piccoli oggetti di cui qualcuno ha bisogno altrove con urgenza, per esempio, campioni di sangue provenienti da ospedali o laboratori.
Esistono notizie, peraltro non troppo dettagliate, circa un impiego di piccioni nel periodo post-bellico e della cosiddetta “guerra fredda”, in operazioni di spionaggio. 
Tra gli episodi poco conosciuti, quello accaduto il 15 gennaio 1952 in Indocina quando parecchi treni deragliarono sulla linea Roméas-Phnon-Penh distruggendo la stazione radio. Due piccioni viaggiatori, che il capo convoglio liberò, furono l’unico mezzo di collegamento. 

Come si è detto, i piccioni possono trasportare fino a 75 grammi sulle loro spalle. Il farmacista tedesco Julius Neubronner utilizzò dei piccioni viaggiatori per fornire farmaci urgenti ad alcuni dei suoi pazienti lontani. Nel 1977 un servizio analogo fu istituito per il trasporto dei campioni di laboratorio tra due ospedali inglesi; ogni mattina i piccioni partivano dal Plymouth General Hospital ed arrivavano fino all'ospedale di Devonport. Gli uccelli, una volta consegnate le fiale infrangibili, tornavano a Plymouth. I 30 piccioni diventarono poi inutili nel 1983 in seguito alla chiusura di uno dei due ospedali. Nel 1980 un sistema simile esisteva tra due ospedali francesi di Granville e Avranche.
Tra il 2009 e il 2015, dei fatti di cronaca hanno riportato l’impiego di piccioni per trasportare sim card, piccole batterie telefoniche e cavi Usb all’interno del carcere di San Paolo (Brasile).

Sul Colombo viaggiatore oggi

La colombofilia (nome con cui viene denominato oggi l’allevamento e l’addestramento di piccioni viaggiatori) continua ad aumentare, i piccioni vengono utilizzati soprattutto per modalità sportive, un’attività profondamente consolidata in Spagna.
Lo sport consiste nell’addestrare un piccione a tornare alla sua piccionaia dopo aver volato per un po’ di tempo. Il concetto è questo: vengono liberati due o più piccioni e questi devono portare l’altro piccione alla loro piccionaia, conquistandolo o trascinandolo con sé (per questo motivo sono noti anche come piccioni “ladri”). Il proprietario del piccione “vincitore” potrà tenere l’esemplare del rivale “sconfitto”.
Un altro modo per praticare questo sport consiste nel liberare i piccioni in uno spazio aperto o da una piccionaia diversa da quella a cui sono abituati: vince quello che riesce a riconoscere e arrivare più velocemente alla propria piccionaia.


Bibliografia 
Letture per approfondimenti non indicate nel testo: 

Letture di carattere storico:
Cesare Amè (Generale), Guerra segreta in Italia 1940-1943, Gherardo Casini Editore, 1954, Roma
E. Bauer, Storia controversa della seconda guerra mondiale, 7 volumi, De Agostini, 1971
Raymond Cartier, La seconda guerra mondiale. Edizioni Mondadori, 2014, Milano 
Emilio Faldella, La grande guerra. Le battaglie dell’Isonzo 1915-1917, Volume primo, Longonesi & C., 1965, Milano
Emilio Faldella, La grande guerra. Da Caporetto al Piave 1917-1918, Volume secondo, Longonesi & C., 1965, Milano
Peter Hart, La grande storia della prima guerra mondiale, Newton Compton, 2014, Roma
H. A. Jacobsen e J. Rohwer, Le battaglie decisive della Seconda guerra mondiale, Baldini & Castoldi, 1974
Cesare Salmaggi, Alfredo Pallavisini, La seconda guerra mondiale, Mondadori, 1989, Milano
David Stevenson, La grande guerra - una storia globale, Rizzoli, 2004, Milano

Letture di carattere scientifico:
Maria Cobianchi, Ricerche di ornitologia nei papiri dell’Egitto greco-romano, Aegyptus, 1936, 16.1/2: pagg. 91-147. https://www.jstor.org/stable/41214523
Giuseppe Malagoli, Il Colombo. Allevamento, Educazione, Storia naturale del Colombo in generale e del viaggiatore belga in particolare, Ermanno Loescher, 1887, Roma-Firenze, passim
M. Marchisio e G. Morei, L’impiego dei piccioni viaggiatori nella prima guerra mondiale, Comando Logistico dell’Esercito Dipartimento di Veterinaria, Roma
Enrico Morselli e Giovanni Canestrini, Carlo Darwin e il Darwinismo nelle scienze biologiche e sociali: Scritti varii di G. Canestrini [et al.]. Dumolard, 1892.
Alessandro Meucci, Agenzie di stampa e quotidiani: una notizia dall’Ansa ai giornali. Università degli studi, Dipartimento di scienze storiche, giuridiche, politiche e sociali, 2001.
B. Schreiber, T. Gualtierotti e D. Mainardi (1956),  Risposte differenziali del piccione viaggiatore e normale alla sollecitazione rotatoria, Bollettino di zoologia, 23:1, 17-31, doi: 10.1080/11250005609438226 
A. I. Vickrey et al. Search Aggiornamenti in Medicina, https://www.aggiornamentimedicina.it/introspezione-alleli-regolatori-mutazione-codifica-missenso-guida-diversita-piumaggio-piccione-roccia/ 
Letture varie:
Filippo Cappellano, Strategia e tattica militare in rapporto all’evoluzione degli armamenti. Annali/Museo storico italiano della guerra, 2020, 28: pagg. 109-124. https://heyjoe.fbk.eu/index.php/amusig
Emanuele Cerutti, Non solo soldati: il reclutamento e l’impiego di animali nelle guerre italiane del Novecento. Non solo soldati: il reclutamento e l'impiego di animali nelle guerre italiane del Novecento, in Paesaggio violentato: le due guerre mondiali, le persone, la natura, 2020, pagg. 149-170. doi: 10.23744/3056
Fabiola Collabolletta, L’impiego degli animali sui teatri di guerra, Eunomia. Rivista di Studi su Pace e Diritti Umani, 2016, 2: pagg. 607-612. doi: 10.1285/i22808949a4n2p607 
Antonio Fiori, Il controspionaggio “civile” Dalla neutralità alla creazione dell’ufficio centrale d’investigazione, Italia contemporanea, giugno 2007, n. 247
Diego Manca e Roberto Allegri, Altro che animali! Dagli elefanti di Annibale ai cani eroi dell’11 settembre, storie di un’insostituibile amicizia, Edizioni Ultra, 2015
Ciro Robotti, Le colombaie e le prime reti di comunicazione spaziali a difesa e sviluppo del territorio, Territorio della Ricerca su Insediamenti e Ambiente. Rivista internazionale di cultura urbanistica, 2010, 5: pagg. 113-122. doi: https://doi.org/10.6092/2281-4574/1794 
Laura Simeoni, Presenti! Muli e altri animali protagonisti della grande guerra, Dario De Bastini Editore, Vittorio Veneto (TV)
Peter Tumiati, Un ricordo su Bruno Leoni nella guerra di liberazione, Il Politico, Rubbettino Editore, 1980, anno XLV, Vol. 45, n. 1, pagg. 97-106. https://www.jstor.org/stable/43210123

[1] Cap. CC aus.

[2]  Sulla rete dei Centro oracolari e geodetici sia nell’antica Sumeria che nell’antico Egitto e nella Grecia arcaica si veda l’articolo pubblicato da Graziano Baccolini su HERA, aprile 2001, n. 16 pag. 61 e riassunto in un altro articolo di G. Volterri su HERA maggio 2001, n. 17 pag. 64, e in seguito Hera, 41,76, 2003.

[3] Plinio il Vecchio, Storia naturale X 53, 110: “I piccioni sono stati anche messaggeri in avvenimenti di grande importanza, ad esempio quando Decimo Bruto durante l’assedio di Modena mandò all’accampamento dei consoli un dispaccio legato alle loro zampe. A cosa servirono ad Antonio la trincea e la stretta sorveglianza e persino le reti poste nel fiume, quando il messaggero passava attraverso il cielo?” (Trad. It. E. Giannarelli). Cfr. a riguardo Frontin., Strat. III 13, 8.

[4] In alcune zone d’Europa, l’allevamento fu consentito solamente agli aristocratici. Prima dell’abolizione dei privilegi in Francia il 4 agosto 1789, solo i nobili e il clero avevano il diritto di possedere colombaie.

[5]https://www.treccani.it/enciclopedia/seconda-rivoluzione-scientifica-fisica-chimica-tecnologiecomunicazione/

[6] Maurizio Saporiti, Gli animali e la guerra. Addestramento e impiego degli animali nell’esercito italiano 1861-1943, Stato Maggiore Esercito Ufficio Storico, 2010, Roma, pag. 155.

[7] Sinantropico (dal Greco syn-, “assieme” più anthropos, “uomo”): In biologia, si dice delle specie animali e vegetali che si rinvengono in ambiti alterati da una persistente attività umana (agglomerati urbani, massicciate stradali ecc.); tra le specie vegetali spesso abbondano quelle non indigene, introdotte dall’uomo.

[8] Colombe e piccioni appartengono alla medesima specie. Sono infatti entrambi rappresentanti di Columba livia, una specie d’uccello appartenente alla famiglia Columbidae. In altre parole, si tratta dello stesso animale, differenziato nel linguaggio comune a seconda della colorazione del piumaggio. Ed è proprio il linguaggio comune ad aver probabilmente generato confusione nei confronti di questo animale, poiché si ricorre addirittura a tre termini diversi per identificare lo stesso volatile. Nel parlato si usano infatti: piccioni (rappresentanti della Columba livia dal manto scuro e grigiastro, solitamente liberi o selvatici, abbondantemente presenti nelle città italiane); Colombi (un sinonimo di piccioni, usato in molte regioni italiane per identificare gruppi molto affollati di questi volatili); Colombe (gli esemplari dal piumaggio uniforme, solitamente bianco, scelti come animali da allevamento). Con il termine colombe si indicano indifferentemente soggetti di sesso maschile che femminile. https://medicinaonline.co/2017/03/05/.

[9] Rupert Sheldrake, Sette esperimenti per cambiare il mondo, LIT Edizioni, 2013.

[10] https://oggiscienza.it/2015/02/06/intelligente-come-un-piccione/index.html.

[11] Charles Robert Darwin (1809-1882) fu famoso per la teoria della evoluzione. Quando si spiegano gli aspetti della sua teoria si fa spesso ricorso agli studi sui fringuelli delle Galapagos. Però Darwin si servì anche di innumerevoli specie di piante e animali tra cui i piccioni. Divenne un allevatore, fece parte di due società colombofile come la London Pigeons Clubs e si fece inviare esemplari anche dall’estero. Li allevava e li incrociava a scopo di studio. Nel libro “L’origine delle specie- Per mezzo della selezione naturale” (1859), dedica varie pagine ai piccioni.  Era affascinato delle notevoli diversità che c’erano tra le razze di piccioni addomesticati. Spiega che i piccioni sono un soggetto ideale per questo tipo di ricerche. Sono prolifici con breve ciclo di vita. Alla fine delle sue ricerche concluse che le razze di piccioni addomesticate, nonostante le differenze tra di loro, derivano tutte da un piccione selvatico il “Columba livia”. Michel Shapiro, biologo della università dello Utah (USA) ha studiato il genoma dei piccioni e pubblicato le sue ricerche il 31 gennaio 2013, dimostrando che l’intuizione di Darwin era giusta. Giuseppe Sermonti, Darwin dimezzato, Rivista di Biologia-Biology Forum, Tilgher-Genova SAS, 1998, pagg. 377-402.

[12] Bernd Heinrich, La mente del corvo: ricerche e avventure con gli uccelli-lupo. Adelphi Edizioni, 2019.

[13] Julius Neubronner medico farmacista li utilizzava per inviare farmaci a pazienti lontani, osservando questa loro attitudine pensò a un utilizzo dei piccioni come “droni” ante litteram.

[14] Nel 1876/87 Giuseppe Malagoli si occupò dell’impianto della prima colombaia militare ad Ancona. In seguito ai buoni risultati il Ministero della Guerra incaricò il Malagoli dell’impianto di una seconda colombaia a Bologna.

[15] L’Esercito Italiano fu il primo a dimostrarne la grande utilità, impiegando il colombo nella guerra libica contro la Turchia e contro le tribù ribelli.

[1] Comando Supremo Esercito Ufficio tecnico “Norme per la compilazione e trasmissione dei colombigramma”, Esercito italiano, 8a Armata, Sezione cartografica, 1918, nella Biblioteca storica del Gruppo delle Medaglie d’Oro al Valor Militare in Roma.


[16] Maurizio Saporiti, Op. cit. pag. 156.

[17] Nei primi anni della Grande Guerra quasi tutti gli eserciti, facendo affidamento sui moderni mezzi di comunicazione, tennero alquanto in disparte il servizio affidato al piccione viaggiatore in quanto si riteneva utile il suo impiego soltanto nelle piazzeforti in caso di assedio. In Italia un utilizzo esteso di questo mezzo di comunicazione si ebbe solo a partire dal 1917, lungo tutto il fronte, ad una distanza dalle prime linee tale da proteggersi appena dai tiri dei medi calibri di artiglieria. Una fitta rete di colombaie avanzate, fisse e mobili, assicurò all’Esercito Italiano un mezzo di collegamento fra le truppe operanti in prima linea ed i comandi retrostanti. In alcuni casi, nei momenti più gravi, si rivelò preziosissimo. Odoardo Marchetti, Il servizio informazioni dell’esercito italiano nella Grande guerra, Tipografia Regionale, 1937, Roma.

[18] Interessanti osservazioni e giudizi sulle colombaie fisse e mobili, dettati dall’esperienza della guerra, furono pubblicate in un Opuscolo del Comando Supremo Ufficio Operazioni Notizie Militari del 3 settembre 1918 n.13.

[19] «Siamo sulla strada parallela al 276,4. La nostra stessa artiglieria ci sta sparando. Per l’amor del cielo, fermatevi» Trad.d.R.

21 «Nella notte tra il 29 e 30 maggio 1918 dal campo di Marcon, decollava un Voisin (aereo). Se un osservatore fosse stato presente, sarebbe rimasto stupefatto nel vedere cosa caricava questo aereo, pilotato dal capitano Gelmetti, con a bordo due Bersaglieri vestiti da contadini: … il carico …  era molto singolare; tante gabbie di volatili abituati a volare di notte e di giorno ovunque con le proprie ali; erano piccioni viaggiatori. Dopo una pericolosa trasvolata notturna oltre il Piave sulle linee nemiche, e con un’altrettanta pericolosa azione, il pilota atterrò in un prato nei pressi dei campi di Aviano su piste illuminate per l'atterraggio (da partigiani). Il pilota scaricò i due avventurosi e il curioso carico, poi mentre lui decollava per ritornare alla base, i due attraversando campi e fossi con le gabbie in mano, superarono il Colle di Savarone, …  Trovato un nascondiglio sicuro, i due si mobilitarono per raccogliere notizie utilizzando vecchi, donne e bambini, sguinzagliati nei dintorni. Poi nella notte, di quando in quando, un piccione lasciava la gabbia per tornare alla colombaia dall’altra parte del Piave, portandosi dietro un foglietto arrotolato, denso di calligrafia minuta, con tutte le inestimabili informazioni per l’Ufficio “I” (Informazioni) di Abano. Sull’utilizzo di piccioni viaggiatori in operazioni di spionaggio. Alessandro Tandura: “Tre mesi di spionaggio oltre Piave agosto- ottobre 1918”, prefazione di Giovanni Giuriati, Kellerman Editore, 1937.

[22] AUSSME fondo n. 1 Diario Storico del SIM aprile 1941 allegato n. 27, busta 279.

[23] AUSSME fondo n. 1 Diario Storico del SIM del 12.10.1941, busta 421.

[24] L’esercito tedesco creò perfino una divisione di falconeria, diretta da Hermann Göring, per usare i falchi pellegrini contro i piccioni “nemici” lungo la costa.

[25] La massima onorificenza al valor militare conferita in Gran Bretagna agli animali istituita nel 1943 in onore della fondatrice dell’organizzazione di beneficenza PDSA Maria E. Dickin per “atto di notevole coraggio e di dedizione al dovere in tempo di guerra”.