Il contesto storicoLa regione del Karabakh è stata soggetta a un conflitto di lunga durata tra l’Armenia e l’Azerbaigian, le cui radici risalgono all'inizio del XX secolo. Il Karabakh, situato nei confini internazionalmente riconosciuti dell’Azerbaigian, era abitato anche da una porzione significativa di cittadini di etnia armena. Alla fine degli anni '80, quando l'Unione Sovietica iniziò a indebolirsi, le tensioni tra i due paesi si intensificarono. Nel 1991, in seguito allo scioglimento dell'Unione Sovietica, l’Armenia e l’Azerbaigian dichiararono l'indipendenza e la disputa sul Karabakh si trasformò in una guerra su vasta scala. Questa prima guerra, durata fino al 1994, si concluse con l’occupazione del Karabakh e di sette regioni circostanti da parte delle forze armene, il che per l’Azerbaigian si tradusse in una perdita di circa il 20% del suo territorio.
Nei decenni successivi la regione rimase un punto caldo, caratterizzato da scontri periodici e sforzi diplomatici volti a risolvere il conflitto. Tuttavia, i canali diplomatici si rivelarono inadeguati a risolvere le tensioni, in quanto, nell’autunno del 2020, scoppiò una seconda guerra che si sarebbe protratta per sei settimane. Questa guerra portò l'Azerbaigian a riprendere il controllo su parti significative del Karabakh e sulle regioni circostanti e si concluse con un nuovo accordo di cessate il fuoco mediato dalla Russia nel novembre 2020. Successivamente, alla fine del 2023, l’Azerbaigian riacquisì il controllo anche sugli ultimi territori rimasti sotto il dominio delle forze armene, ripristinando così definitivamente la propria sovranità territoriale.
Il periodo postbellico si sta caratterizzando da sforzi complessi e continui per ricostruire, riconciliare e stabilizzare la regione. Sebbene le due parti non abbiano ancora firmato un accordo di pace e le ricadute del conflitto siano ancora evidenti sotto forma di controversie politiche, popolazioni sfollate e infrastrutture danneggiate, si sta allo stesso tempo diffondendo la consapevolezza della necessità di uno sviluppo sostenibile e di iniziative volte a preservare il territorio per garantire pace e stabilità a lungo termine nella regione.
Danni ambientali causati dal conflitto
Tre decenni di occupazione, azioni militari e compromissione delle risorse naturali hanno determinato un impatto ambientale profondo. Durante il conflitto, la regione ha infatti subito notevoli danni ambientali[1], le cui ripercussioni continuano ad essere evidenti.
Le risorse idriche sono state fra le principali vittime del conflitto. I sistemi di irrigazione, fondamentali per il sostentamento delle comunità rurali, sono stati distrutti o deliberatamente danneggiati, lasciando vasti terreni agricoli privi di accesso all'acqua. L’inquinamento idrico, sia attraverso il rilascio di sostanze chimiche per l’agricoltura che per via di attività militari, ha ridotto la qualità e la quantità dell’acqua disponibile per la popolazione. Un esempio è costituito dalla riserva di Sarsang, resa inutilizzabile durante l’occupazione militare: i danni causati dal conflitto, secondo la Risoluzione 2085 del Consiglio d’Europa, sono stati tali da innescare una potenziale crisi umanitaria[2]. La depurazione e la gestione di queste risorse idriche sono ora una priorità assoluta per l’amministrazione del paese nell’ottica di consentire la ripresa agricola e garantire la sicurezza idrica del paese.
Un altro degli effetti più visibili della guerra è stato il massiccio abbattimento delle foreste, che un tempo rappresentavano una risorsa cruciale sia per la biodiversità della regione che per la sussistenza delle comunità locali. La fauna e la flora del Karabakh hanno anch’esse subito una perdita devastante, con una diminuzione significativa delle specie presenti nella regione per via della distruzione degli ecosistemi. La regione del Karabakh un tempo ospitava infatti una varietà eccezionale di flora e fauna, ma gli effetti del conflitto hanno ridotto drasticamente la biodiversità, compromettendo sia l'ecosistema che la sicurezza alimentare della popolazione.
Oltre ai danni diretti a flora, fauna e paesaggio, il conflitto ha lasciato un’eredità ancora più pericolosa, ovvero le mine. Il Karabakh è una delle regioni con più mine antiuomo di tutto lo spazio post-sovietico, con vaste aree contaminate da ordigni inesplosi che rappresentano una grave minaccia per la sicurezza delle persone e dell’ambiente. Nonostante la fine del conflitto armato, la mancanza di mappe complete e affidabili delle aree minate fa sì che le mine inesplose continuino a causare vittime, sia tra i civili che tra il personale addetto allo sminamento. Ciò rappresenta uno dei principali ostacoli agli sforzi di ricostruzione postbellica, in quanto i terreni devono essere ripuliti dalle mine prima che gli sfollati possano trasferirsi nuovamente nella regione.
Iniziative sostenibili nel Karabakh postbellico
Nonostante le gravi sfide ambientali, il conflitto del Karabakh offre anche un'opportunità unica per far rinascere la regione su basi sostenibili. La devastazione ecologica, infatti, può diventare una leva per la ricostruzione, se gli sforzi di recupero vengono orientati verso soluzioni green e una gestione più responsabile delle risorse naturali. Investire in iniziative sostenibili potrebbe trasformare la regione in un simbolo di resilienza e innovazione ecologica. Questo è l'obiettivo della leadership azerbaigiana, che, a partire dalla fine della seconda guerra del Karabakh, ha avviato un programma ambizioso per ricostruire la regione ponendo al centro la sostenibilità, l'innovazione e le energie rinnovabili. La selezione di Baku come città ospitante della COP29, la conferenza climatica delle Nazioni Unite, ha ulteriormente rafforzato il focus sulla sostenibilità, lanciando una sfida significativa in un'economia tradizionalmente dipendente dagli idrocarburi. Tuttavia, come l'Azerbaigian sta dimostrando gradualmente, questa è una sfida che può essere affrontata con successo.
Il Karabakh è ora considerato una regione di punta per i progetti basati sull’utilizzo di diverse forme di energia rinnovabile. Nel tentativo di differenziare la propria economia e renderla meno dipendente dalle esportazioni di gas e petrolio, l’Azerbaigian negli ultimi anni ha iniziato, infatti, a portare avanti una politica climatica sempre più orientata verso le rinnovabili, e il Karabakh è una delle regioni dove si stanno implementando progetti chiave per questa strategia[3]. A tal proposito, nel 2022 il governo ha approvato un piano d’azione[4] per la trasformazione della regione in una zona a energia pulita entro il 2026[5]. In questa cornice si inserisce la costruzione di una centrale solare in collaborazione con British Petroleum (BP) a Zangilan e Jabrayil, che fa parte di una strategia più ampia per ridurre le emissioni di carbonio e promuovere l'indipendenza energetica. Notevole attenzione è stata dedicata anche allo sviluppo di una serie di centrali idroelettriche, per via della ricchezza di risorse idriche della regione[6]. Ci sono inoltre progetti per lo sviluppo di centrali eoliche nei territori di Lachin e Kalbajar, in cui sono interessate ad investire imprese emiratine, saudite e cinesi.
Un aspetto critico della ricostruzione postbellica del Karabakh è lo sviluppo dei cosiddetti smart villages, ovvero villaggi intelligenti, che mirano a integrare le tecnologie digitali con pratiche ecologiche per creare comunità sostenibili e autosufficienti. Il concetto di villaggio intelligente include una varietà di elementi, come edifici a risparmio energetico, agricoltura sostenibile e sistemi di gestione dei rifiuti ecocompatibili. Uno degli aspetti più innovativi di questi villaggi intelligenti è l'applicazione di sistemi di irrigazione con tecnologie avanzate, l’uso di droni per le attività agricole e l’introduzione di agricoltura di precisione per migliorare le rese delle colture riducendo al minimo l'impatto ambientale. Inoltre, si sta dando priorità alle infrastrutture sostenibili, come lo sviluppo di alloggi a risparmio energetico. Ad oggi, alcuni progetti pilota sono stati implementati a Zangilan e una parte degli sfollati vi si è già trasferita[7]. La creazione di questi villaggi mira anche a incentivare il ritorno della popolazione sfollata, ormai abituata alla vita urbana della capitale, verso le zone rurali del paese. Questo processo da un lato favorirebbe il ripopolamento delle aree rurali e dall’altro contribuirebbe ad alleggerire la pressione demografica su Baku, che attualmente ospita circa la metà della popolazione totale dell’Azerbaigian.
Come preannunciato, nonostante gli sforzi volti alla rinascita ecologica del Karabakh, la presenza di mine antiuomo e di ordigni inesplosi nei territori liberati dell'Azerbaijan rimangono un ostacolo significativo alla pace, allo sviluppo economico e al ritorno in sicurezza delle popolazioni sfollate. Nonostante gli sforzi compiuti dopo il cessate il fuoco del novembre 2020 dall'Agenzia nazionale per l'azione contro le mine dell'Azerbaijan (ANAMA), le stime suggeriscono la presenza di circa un milione di mine nelle regioni liberate, il che rende il processo di sminamento estremamente lungo[8]. La mancanza di mappe accurate dei campi minati complica gli sforzi e aumenta il rischio per coloro che lavorano o tornano in queste aree. A partire dal cessate il fuoco di novembre 2020, sono state registrate 382 vittime a seguito di incidenti con mine antiuomo[9]. La presenza di mine non solo mette a rischio i civili e ostacola il ritorno delle comunità sfollate, ma rallenta anche i progetti di ricostruzione fondamentali. Strade, scuole, ospedali e altre infrastrutture essenziali non possono essere ricostruite o utilizzate in sicurezza finché il sminamento non sarà completato. Inoltre, l’impossibilità di sfruttare appieno le terre liberate danneggia l’agricoltura, l’edilizia abitativa e altri settori cruciali per il ripristino dei mezzi di sussistenza, rallentando ulteriormente gli sforzi per garantire una pace e sicurezza durature.
Conclusioni
La ricostruzione del Karabakh dopo il conflitto è una vera opportunità per costruire un futuro più sostenibile e resiliente. Al centro di questa visione c’è la volontà di ripristinare l’ambiente e di puntare sulle energie rinnovabili, con l’obiettivo di trasformare la regione in un esempio positivo di come l’innovazione possa portare cambiamenti concreti anche in un’area segnata dalla guerra. Con progetti che spaziano dall’energia verde all’agricoltura sostenibile, dai villaggi intelligenti agli sforzi di sminamento, il Karabakh ha il potenziale di diventare una regione simbolo di sviluppo eco-compatibile
Il piano d'azione del governo azerbaigiano per il periodo 2022-2026 si concentra molto sulla creazione di una zona energetica verde nei territori liberati, che si affianca all’impegno di renderli una zona a zero emissioni nette. Tra gli obiettivi principali c’è la costruzione di infrastrutture energetiche moderne, con nuove reti per la trasmissione di elettricità e gas. Oltre alle già citate iniziative in merito alla produzione di energia rinnovabile, si punterà anche a valorizzare il potenziale bioenergetico e geotermico della regione. Questi interventi, uniti a politiche che incoraggiano investimenti privati e la partecipazione di partner internazionali, hanno il potenziale per trasformare il Karabakh in una regione all’avanguardia per lo sviluppo sostenibile.
Il percorso di ripresa è certamente lungo e complesso, a partire dalla presenza di mine e ordigni inesplosi, ma le iniziative già in atto offrono una prospettiva di speranza. La ricostruzione del Karabakh può dunque fornire un modello in cui recupero ambientale, crescita economica e stabilità vanno di pari passo, dimostrando che anche dalle cicatrici lasciate dalla guerra può nascere un futuro più sostenibile.