Introduzione
Il dissesto idrogeologico è riconducibile a un sistema complesso di cause, tra le quali assumono un ruolo primario l’inadeguata gestione del territorio (che si manifesta, ad esempio, nell’eccessivo consumo e impermeabilizzazione del suolo, nella pianificazione non corretta degli insediamenti residenziali, commerciali e industriali e della rete viaria, nella impropria modificazione dei corsi d’acqua e nell’occupazione delle loro naturali aree di espansione) nonché, in misura rilevante, i cambiamenti climatici in atto. Il fenomeno presenta una diffusione molto ampia in Italia: secondo ISPRA (2025), circa il 94% dei Comuni è esposto al rischio idrogeologico per frane, alluvioni e/o erosione costiera, mentre il 18% del territorio nazionale ricade nelle classi di maggiore pericolosità per frane e alluvioni; circa 1,3 milioni di abitanti risultano esposti al rischio di frana e 6,8 milioni al rischio di alluvione nello scenario di pericolosità idraulica media (corrispondente a tempi di ritorno compresi tra 100 e 200 anni).
In questo contesto, il ruolo protettivo delle foreste è riconosciuto da secoli. Già durante il Medioevo esistevano decreti che proibivano il taglio di legname in foreste che assicuravano protezione agli insediamenti montani: per ridurre il rischio di caduta massi o valanghe venivano istituite le cosiddette “bandite forestali”, ovvero porzioni di bosco a monte dei centri abitati all’interno delle quali le attività di pascolo e di taglio di legname erano vietate. Oggi, nel nostro Paese, la funzione protettiva del bosco è normativamente sancita, con riguardo alla prevenzione del dissesto idrogeologico, dal R.D.L. 3267/1923, dal L. 183/1989 e dal D.lgs. 152/2006. Il vincolo idrogeologico, istituito ai sensi del R.D.L. 3267/1923, insiste attualmente su 87% della superficie a bosco, con valori superiori a 95% in Trentino, Alto Adige, Veneto, Umbria e Toscana.
Funzioni idrogeologiche del bosco
Una rassegna dettagliata delle funzioni idrogeologiche del bosco è riportata in Corona et al. (1996), e in un interessante esempio quantitativo è reperibile in van Meerveld et al. (2021). Il contributo del bosco alla mitigazione del dissesto si esplica principalmente attraverso quattro meccanismi, di seguito sinteticamente richiamati.
-Intercettazione delle precipitazioni: la chioma trattiene una quota parte della pioggia, riducendo l’impatto diretto delle gocce sul suolo e limitando il distacco delle particelle fini; in funzione della specie arborea, della struttura e densità del soprassuolo e della stagione vegetativa, l’intercettazione può incidere mediamente per il 15–30% delle precipitazioni annue.
-Incremento dell’infiltrazione nel terreno: la presenza di lettiera, humus e apparati radicali migliora la struttura del suolo, aumentandone la porosità e favorendo l’assorbimento dell’acqua meteorica; in suoli forestali ben conservati, la capacità di infiltrazione può raggiungere valori dell’ordine di 40–80 mm/h, mentre in suoli degradati o compattati può ridursi a 10–25 mm/h.
-Riduzione del ruscellamento superficiale: l’evapotraspirazione, la protezione fisica del suolo e l’aumento dell’infiltrazione determinano una diminuzione significative del volume d’acqua che defluisce superficialmente rispetto ad aree senza copertura boschiva, anche fino a cinque volte; ne consegue una minore erosione diffusa, una riduzione del trasporto solido e un rallentamento dei picchi di piena nei reticoli idrografici minori.
-Consolidamento meccanico del terreno: l’apparato radicale degli alberi esercita un’azione di rinforzo sul suolo, incrementandone la coesione apparente; nelle condizioni ordinarie dei versanti forestali, il contributo radicale può determinare un aumento della coesione di circa 2–8 kPa, con valori anche maggiori in popolamenti ben strutturati.
Mediante i suddetti meccanismi i boschi assolvono a una funzione di protezione diffusa nei confronti della conservazione del suolo e della regimazione delle acque. In alcuni soprassuoli il ruolo protettivo è inoltre svolto direttamente anche nei confronti di abitazioni, strade, insediamenti turistici e industriali: secondo Motta et al. (2003), in Italia circa 61000 ettari di bosco assolvono a questa funzione di protezione diretta, cioè in corrispondenza dei quali si ha contemporaneamente un pericolo naturale e la presenza dell’uomo con i suoi insediamenti, attività economiche e vie di comunicazione.
Cura selvicolturale
La gestione colturale del bosco costituisce uno strumento tecnico di primaria importanza per la stabilità dei versanti e la mitigazione dei fenomeni di dissesto idrogeologico. La funzionalità protettiva del bosco dipende infatti, in misura significativa, dal suo stato strutturale e fitosanitario: un popolamento degradato, interessato da schianti, incendi e fitopatie, tende progressivamente a ridurre la propria efficacia nel contenimento del ruscellamento superficiale, nella regimazione delle acque e nel consolidamento meccanico del suolo. Al contrario, un’adeguata cura selvicolturale consente di mantenere nel tempo la stabilità ecologica e funzionale del sistema “suolo - soprassuolo boschivo” (Corona e Tomao, 2011).
Quanto più la struttura del bosco risulta complessa e stabile, in termini di articolazione orizzontale e verticale della vegetazione, sviluppo degli orizzonti organici del suolo e buona strutturazione del profilo edafico, tanto maggiore risulta la sua capacità di controllo dei deflussi, di contenimento dei fenomeni erosivi e di salvaguardia della qualità delle acque (Corona et al., 1996). A questo proposito, sotto il profilo degli interventi di cura selvicolturale possono essere annoverati i diradamenti selettivi finalizzati alla regolazione della densità del soprassuolo, l’eliminazione parziale dei fusti instabili o deperienti, il contenimento della competizione tra individui arborei, la promozione della rinnovazione naturale.
Più in generale, nell’ambito di un approccio complessivo di gestione forestale per la prevenzione del dissesto idrogeologico, gli indirizzi operativi prioritariamente auspicabili nel nostro Paese sono:
- rinaturalizzazione dei rimboschimenti, per aumentare la complessità del sistema creato artificialmente, esaltandone così anche gli effetti sulla conservazione del suolo;
- mantenimento e recupero della complessità della composizione dendrologica e della struttura orizzontale e verticale dei soprassuoli di origine naturale, ove opportuno ed economicamente possibile, agendo con interventi puntuali, calibrati in base alle diverse situazioni, ripetuti a brevi intervalli di tempo, svincolati da parametri derivanti da schemi rigidi e prestabiliti, secondo i principi della selvicoltura sistemica e della gestione adattativa (Ciancio e Iovino, 1995);
- miglioramento della gestione dei boschi cedui in relazione all’impatto del taglio di fine turno sulla conservazione del suolo, modulando l’ampiezza delle tagliate, in funzione della pendenza dei versanti e delle caratteristiche pedologiche, e programmando la loro distribuzione spaziale in modo da aumentare l’intervallo tra utilizzazioni contigue; importante, inoltre, la scelta, per quanto possibile, di periodi di utilizzazione non coincidenti con quelli di massima concentrazione delle precipitazioni;
- adeguata manutenzione della viabilità forestale (sistemazione e regimazione delle acque lungo strade e piste forestali) e realizzazione di nuova viabilità, laddove non sufficiente, in modo programmato su scala vasta e non sulla spinta di motivazioni contingenti legate alle esigenze di singoli interventi di utilizzazione boschiva.
Se rapportati ai costi connessi al ripristino di frane, erosioni spondali o danni alle infrastrutture, gli interventi preventivi di carattere selvicolturale risultano generalmente economicamente vantaggiosi. Essi non sono, di per sé, sufficienti a eliminare il rischio di dissesti profondi in presenza di assetti geomorfologici critici, litologie instabili o eventi pluviometrici eccezionali, ma rappresentano una misura preventiva che, se realizzata in modo diffuso e continuo, è capace di concorrere significativamente alla riduzione della vulnerabilità idrogeologica di un territorio, in particolare in ambito montano e collinare.
Tutela idrogeologica e Strategia Forestale Nazionale
Le tematiche della tutela idrogeologica rappresentano lo sfondo concettuale di numerose azioni previste dalla Strategia Forestale Nazionale (SFN), il principale documento di indirizzo in materia forestale a supporto delle Amministrazioni centrali, regionali e delle Province autonome (v. art. 6, comma 1, del D.lgs. 34/2018, Testo unico in materia di foreste e filiere forestali, di seguito TUFF).
In particolare, la Sotto-Azione A.3.1 della SFN è finalizzata al mantenimento, all’incremento e al monitoraggio delle funzioni protettive dirette delle formazioni forestali a difesa di beni, infrastrutture e persone. Essa prevede, in primo luogo, l’individuazione dei boschi di protezione diretta nell’ambito dei Piani forestali di indirizzo territoriale (PFIT), di cui all’art. 6, comma 3, del TUFF, anche con riferimento alle bandite storiche, nonché la gestione e il monitoraggio delle aree riconosciute come potenzialmente instabili. In questa prospettiva, il decreto interministeriale 563765/2021, concernente la definizione dei criteri minimi nazionali per la pianificazione forestale, stabilisce che nei PFIT debbano essere appositamente cartografati i boschi con funzione di protezione diretta e che per essi siano definiti specifici indirizzi gestionali. La medesima sotto-azione contempla inoltre il mantenimento e il monitoraggio delle opere di idraulica forestale: emerge l’esigenza di realizzare, nei diversi contesti regionali, un vero e proprio catasto delle opere di sistemazione idraulico-forestale, analogamente a quanto già realizzato nelle Province autonome di Trento e di Bolzano. È infine prevista, ove necessario, la realizzazione o l’adeguamento delle opere idrauliche e delle infrastrutture forestali di tutela, promuovendo interventi di sistemazione idraulico-forestale, il ricorso all’ingegneria naturalistica e, ove tecnicamente fattibile, l’adozione di soluzioni basate sui processi naturali (nature-based solutions), nonché la rimozione delle alterazioni prodotte da opere divenute inutili o dannose.
La Sotto-Azione A.3.2 riguarda invece il rafforzamento del ruolo diffuso della gestione forestale nella difesa dell’assetto idrogeologico e nella tutela delle acque. In tale ambito è prevista, anzitutto, l’incentivazione del recupero e della ricostituzione delle aree forestali degradate da disturbi naturali o antropici, incendi, calamità naturali ed eventi catastrofici, mediante azioni e interventi volti al controllo dell’erosione del suolo, al recupero delle funzioni ecologiche del sistema forestale con riferimento al suolo, alla vegetazione e alle componenti biotiche correlate. La sotto-azione prevede altresì la promozione e il riconoscimento degli impegni silvo-ambientali nell’ambito della Politica Agricola Comune, orientati al rafforzamento della difesa dell’assetto idrogeologico e della tutela delle acque. Un ulteriore profilo riguarda l’agevolazione di un effettivo governo del territorio mediante meccanismi di sostituzione temporanea della proprietà, in attuazione dell’art. 12 del TUFF, al fine di recuperare le capacità protettive delle superfici abbandonate sotto il profilo gestionale. In questa prospettiva si colloca l’opportunità di favorire il recupero ecocompatibile delle attività selvicolturali per rendere le aree interne e montane più resistenti e resilienti ai fattori ambientali di rischio. Questa necessità è resa particolarmente evidente dal fatto che circa il 40% della superficie forestale non risulta attualmente interessato da attività di gestione selvicolturale. Per contrastare questo fenomeno sono oggi disponibili interessanti forme innovative di collaborazione tra proprietari forestali, tra cui le associazioni fondiarie, le cooperative di comunità, le comunità del bosco, gli accordi di foresta, le reti di impresa, i contratti di filiera.
Quanto agli strumenti di finanziamento, le principali fonti per l’attuazione delle azioni previste dalla SFN sono riconducibili ai fondi europei strutturali, ai fondi per la coesione territoriale e agli strumenti per lo sviluppo agricolo e rurale. A essi si affianca il Fondo Foreste, attivato dal MASAF a specifico supporto della SFN, che rappresenta un ulteriore canale di sostegno finanziario per l’implementazione delle relative misure, con una dotazione di 30 milioni di euro l’anno per il biennio 2022-2023 e di 40 milioni l’anno per il periodo 2024-2032.
Considerazioni conclusive
Oltre a un’adeguata pianificazione urbanistica e ambientale, finalizzata a rendere i territori più resistenti e resilienti rispetto al rischio di dissesto idrogeologico (attraverso, ad esempio, la riduzione del consumo e dell’impermeabilizzazione del suolo, la creazione di aree destinate all’espansione naturale dei corsi d’acqua e il contrasto ai fenomeni di abusivismo edilizio) risulta necessario, con riferimento al settore forestale, favorire pratiche responsabili di gestione colturale, nonché il ripristino e la manutenzione delle opere di sistemazione idraulico-forestale e, ove occorra, la realizzazione di nuove secondo criteri di compatibilità ambientale.
La cura colturale del bosco è una misura tecnica di primaria importanza nella prevenzione del dissesto idrogeologico. L’interruzione, o l’alterazione significativa, della continuità e della capillarità della gestione selvicolturale può infatti contribuire ad accrescere la vulnerabilità di un territorio e a favorire il verificarsi di eventi dannosi spesso qualificati come “naturali”, ma in realtà frequentemente connessi, almeno in parte, a rilevanti responsabilità antropiche, in un contesto aggravato dai cambiamenti climatici in atto.
Risultano prioritarie scelte programmatiche e operative orientate non solo al mero rispetto dei vincoli normativi, ma anche, e soprattutto, alla implementazione di proposte nelle quali la cura selvicolturale assuma una rilevanza pari a quella degli interventi di ingegneria idraulica. I progressi conseguiti nell’ambito delle scienze forestali consentono di operare in modo puntuale e appropriato in questa prospettiva (Iovino e Marchetti, 2010), a partire da: (i) una conoscenza aggiornata dello stato dell’arte e degli avanzamenti della ricerca, opportunamente integrata da attività sperimentali mirate ai problemi specifici del contesto locale in cui si opera; (ii) la realizzazione di indagini preliminari sostanziali, e non meramente formali, finalizzate a individuare, caso per caso, i principali caratteri del sistema e i fattori limitanti rispetto a un dato intervento; (iii) un’approfondita valutazione comparativa degli interventi già realizzati, nella prospettiva di una gestione adattativa basata su successivi aggiustamenti; (iv) un’adeguata integrazione della pianificazione forestale con la pianificazione territoriale e la programmazione urbanistica; (v) un rafforzamento delle attività di supporto tecnico e controllo, volte a ridurre il divario tra pianificazione, progettazione ed esecuzione degli interventi.
Bibliografia
-Ciancio O., Iovino F., 1995 - I sistemi forestali e la conservazione del suolo. In: Atti, Le piante, la regimazione delle acque e i dissesti idrogeologici, Accademia dei Georgofili, Firenze, pp. 85-146.
-Corona P., Iovino F., Lucci S., 1996 - La gestione dei sistemi forestali nella conservazione del suolo. EM-Linea Ecologica (3): 2-10; 4: 4-15.
-Corona P., Tomao A., 2011 - Gestione forestale sostenibile nella prevenzione del degrado idrogeologico del territorio. Quaderni dell’Osservatorio Foreste e Ambiente (11): 57-62.
-Van F., Marchetti M., 2010 - Selvicoltura: conservazione del suolo, risorse idriche, lotta alla desertificazione. L’Italia Forestale e Montana (65): 121–130.
-ISPRA, 2025 - Dissesto idrogeologico in Italia: pericolosità e indicatori di rischio. Rapporto 415, Roma.
-Motta R., Actis F., Collatin A., Dovigo L., Haudemand J.C., Lingua E., 2003 - Selvicoltura e foreste di protezione diretta nel Comune di Cogne (Valle d'Aosta). Sherwood (9): 9-15.
-Van Meerveld H.J., Jones J.P.G., Ghimire C.P., Zwartendijk B.W., Lahitiana J., Ravelona M., Mulligan M., 2021 - Forest regeneration can positively contribute to local hydrological ecosystem services: implications for forest landscape restoration. Journal of Applied Ecology (58): 755–765.