Rivista tecnico-scientifica ambientale dell'Arma dei Carabinieri                                                            ISSN 2532-7828

AREE PROTETTE, PARCHI E OASI
LA CONVENZIONE DI RAMSAR E LE SALINE DI TARQUINIA
03/04/2026

Tenente Colonnello CC Giovanni ADINOLFI
Reparto Carabinieri Biodiversità Roma


Le zone umide rappresentano ambienti naturali di grande rilevanza ecologica poiché contribuiscono in modo significativo alla conservazione della biodiversità. La Convenzione di Ramsar, firmata nel 1971 e ratificata in Italia con D.P.R. 448 del 13 marzo 1976, rappresenta il principale strumento internazionale per la tutela di tali ambienti. Il presente articolo analizza il ruolo di questo trattato internazionale, la Convenzione di Ramsar, nella tutela delle zone umide italiane prendendo in considerazione la Riserva Naturale Statale “Saline di Tarquinia”, situata lungo la costa tirrenica della provincia di Viterbo e gestita dal Reparto Carabinieri per la Biodiversità di Roma. Vengono esaminate le principali caratteristiche ecologiche delle saline, la biodiversità presente e le strategie di conservazione adottate. Analogamente si illustrano le prospettive di tutela e valorizzazione sostenibile del sito.


Wetlands represent natural environments of great ecological importance as they contribute significantly to the conservation of biodiversity. The Ramsar Convention, signed in 1971 and ratified in Italy with Presidential Decree 448 of 13 March 1976, represents the main international instrument for the protection of these environmentsThis article analyses the role of this international treaty, the Ramsar Convention, in the protection of Italian wetlands (Ispra, 2017) taking into consideration the State Nature Reserve “Saline di Tarquinia”, located along the Tyrrhenian coast of the province of Viterbo and managed by the Carabinieri Department for Biodiversity of Rome. The main ecological characteristics of the salt pans, the biodiversity present and the conservation strategies adopted are examined. Similarly, the prospects for the protection and sustainable valorisation of the site are illustrated.


 Introduzione

Nella grande varietà di ecosistemi naturali presenti nella biosfera, le zone umide figurano tra quelli caratterizzati dalla maggiore complessità ambientale e da elevati livelli di produttività biologica (Mitsch e Gosselink, 2015). Esse svolgono funzioni ecologiche di primaria importanza, tra cui la regolazione del ciclo idrologico, la depurazione naturale delle acque, la protezione delle coste e la conservazione di numerose specie animali e vegetali (Barbier et al., 1997; Mitsch e Gosselink, 2015). Nonostante la loro rilevanza ecologica, nel corso del XX secolo questi ambienti sono stati oggetto di una progressiva riduzione dovuta principalmente alle bonifiche agricole, all’espansione urbana e allo sviluppo delle infrastrutture costiere (Gibbs, 2000). Numerose ricerche internazionali indicano che, nell’arco dell’ultimo secolo, oltre la metà delle zone umide a livello globale è stata distrutta o profondamente modificata.

A partire dalla seconda metà del Novecento, la maggiore attenzione rivolta al valore naturalistico delle zone umide, ha favorito la nascita di strumenti di cooperazione internazionale orientati alla loro conservazione (Ramsar Convention Secretariat, 2016). In tale contesto si inserisce la Convenzione di Ramsar. Firmata il 2 febbraio 1971 nella città iraniana da cui prende il nome, essa rappresenta il primo trattato internazionale dedicato in maniera specifica alla conservazione degli ecosistemi tipici di ambienti umidi. L’accordo promuove la tutela e l’uso sostenibile di tali ambienti, con particolare attenzione agli habitat degli uccelli acquatici migratori.

L’Italia ha aderito alla Convenzione nel 1976, impegnandosi a individuare e proteggere le zone umide di maggiore rilevanza ecologica presenti sul proprio territorio. Tra queste assume un ruolo significativo la Riserva Naturale Statale “Saline di Tarquinia”, uno dei principali sistemi umidi della costa tirrenica centrale.

La Convenzione di Ramsar

La Convenzione di Ramsar nasce nel contesto di una crescente preoccupazione internazionale per la progressiva perdita delle zone umide e per il declino delle popolazioni di uccelli acquatici migratori (Finlayson et al., 1992; Ramsar Convention Secretariat, 2016).

A partire dagli anni Sessanta numerosi studi scientifici avevano evidenziato l’importanza delle zone umide come habitat fondamentali per molte specie di avifauna. In particolare, gli uccelli migratori dipendono da una rete di aree umide distribuite lungo le rotte migratorie che collegano i diversi continenti (Finlayson et al., 1992).

La distruzione anche di uno solo di questi ambienti può compromettere l’intero ciclo migratorio delle specie coinvolte. Per questo motivo si rese necessario elaborare un accordo internazionale capace di garantire una protezione coordinata di tali ecosistemi. Il processo diplomatico che portò alla firma della Convenzione fu promosso principalmente dall’International Union for Conservation of Nature (IUCN).

Nel corso degli anni, la Convenzione ha assunto un ruolo sempre più rilevante nelle politiche internazionali dedicate alla conservazione degli ecosistemi “umidi” (Ramsar Convention Secretariat, 2016). Attualmente più di 170 Paesi hanno aderito all’accordo, designando oltre duemila siti Ramsar distribuiti in tutti i continenti.

La Convenzione di Ramsar si basa su tre principi fondamentali che si possono riassumere nella conservazione delle zone umide di importanza internazionale, nella promozione dell’uso sostenibile delle risorse naturali che ne fanno parte e nella cooperazione internazionale riguardo la gestione degli ecosistemi “condivisi”. Per raggiungere detti obiettivi gli Stati aderenti si impegnano a:

  • designare almeno un sito Ramsar sul proprio territorio;
  • garantire la conservazione ecologica delle aree suddette;
  • promuovere politiche di gestione sostenibile delle zone umide;
  • cooperare con gli altri Paesi per la tutela delle specie migratorie.

La Convenzione incoraggia inoltre lo sviluppo della ricerca scientifica e delle attività di monitoraggio ambientale.

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Definizione di zona umida

Uno degli aspetti più innovativi della Convenzione di Ramsar riguarda la definizione ampia e inclusiva di “zona umida” (Ramsar Convention Secretariat, 2016). Secondo il testo ufficiale, il termine comprende:

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  • paludi e acquitrini;
  • torbiere;
  • bacini naturali o artificiali;
  • lagune costiere;
  • estuari;
  • tratti di mare con profondità inferiore a sei metri durante la bassa marea.

Risultano pertanto inclusi una grande varietà di ambienti naturali e artificiali caratterizzati dalla presenza permanente o temporanea di acqua.

Le zone umide costituiscono habitat estremamente dinamici, nei quali le condizioni ambientali possono variare rapidamente in funzione di fattori climatici, idrologici e biologici (Mitsch e Gosselink, 2015; Tiner, R. W., 2013). Proprio questa variabilità contribuisce a determinare l’elevata biodiversità che caratterizza tali ecosistemi (Mitsch e Gosselink, 2015).

Affinché un sito venga essere inserito tra le zone umide d’importanza internazionale, è necessario che siano soddisfatti alcuni specifici criteri scientifici (Ramsar Convention Secretariat, 2016). Tra questi:

  • la presenza di specie rare o minacciate;
  • l’importanza dell’area per la conservazione della biodiversità;
  • la presenza significativa di uccelli acquatici migratori pari ad almeno 20.000 presenze o una percentuale significativa della popolazione mondiale di una determinata specie.

La ratifica della Convenzione di Ramsar

L’Italia ha ratificato la Convenzione di Ramsar attraverso il Decreto del Presidente della Repubblica n. 448 del 13 marzo 1976 che ha reso operativo il trattato nel quadro normativo nazionale.

Da allora il nostro Paese ha progressivamente ampliato il numero delle aree protette riconosciute come zone umide d’importanza internazionale (Ispra, 2017) includendo una grande varietà di ambienti (Ispra, 2017). Tra queste le lagune costiere, i delta fluviali, gli stagni salmastri, i laghi interni, le paludi e le torbiere in particolare quelli che si trovano lungo le coste del Mediterraneo, dove svolgono un ruolo cruciale come habitat per le specie migratorie (Finlayson et al., 1992; Ispra, 2017).

Le Saline di Tarquinia

La Riserva Naturale Statale “Saline di Tarquinia” si estende per 170 ettari lungo la costa tirrenica della provincia di Viterbo nel Lazio, tra il fiume Mignone a nord e il torrente Arrone a sud. L’area comprende complessivamente circa 2.500 ettari di territori umidi costieri, di cui una parte significativa costituisce lagune, bacini salmastri e canali di collegamento con il mare.

Geomorfologicamente, il sito rappresenta un tipico esempio di pianura litoranea sedimentaria, caratterizzata da dune costiere fossili e da depositi alluvionali. La stratigrafia dei sedimenti rivela l’alternanza di sabbie marine, limo e argille salmastre, con presenza di depositi evaporitici associati alle antiche saline.

foto 2Le Saline di Tarquinia hanno una storia millenaria: le prime testimonianze dell’attività estrattiva risalgono all’epoca etrusca, con l’utilizzo del sale sia per la conservazione degli alimenti, sia come bene di scambio commerciale. Nel periodo romano, erano strutturate in bacini artificiali dotati di canali e sistemi di regolazione idraulica, come testimoniato da reperti archeologici rinvenuti nella zona. L’attività industriale moderna, iniziata nel XIX secolo, ha portato alla costruzione di bacini e vasche di evaporazione più ampie. La presenza di infrastrutture tradizionali, come le case dei salinari e i magazzini di stoccaggio, conferisce al sito rilevanza culturale e paesaggistica, oltre che ecologica.

Le saline rappresentano un mosaico complesso di habitat caratterizzati da gradienti di salinità variabili, che va dalle acque quasi dolci dei canali di ingresso a quelle fortemente ipersaline delle vasche di evaporazione finale. Tale variabilità favorisce la convivenza di diverse comunità biologiche (Mitsch e Gosselink, 2015; Tiner, 2013), ascrivibili a lagune e canali, vasche salanti e dune con cordoni sabbiosi.

Questi ecosistemi nel loro insieme creano un habitat estremamente ricco per l’avifauna (Scarton et al., 2013).

La flora delle Saline di Tarquinia è caratterizzata dalla presenza di piante alofile, in grado di tollerare elevate concentrazioni saline. Tra queste si ricordano:

  • Salicornia europea – pioniera delle vasche saline, favorisce la sedimentazione e stabilizzazione dei suoli.
  • Suaeda maritima – vegetazione erbacea, importante per la formazione delle praterie salmastre.
  • Limonium spp. – specie arbustive che offrono rifugio agli uccelli.

foto 3Le comunità vegetali alofile svolgono un ruolo fondamentale nella filtrazione naturale delle acque, nella riduzione dell’erosione costiera e nel mantenimento di microhabitat per invertebrati specializzati (Mitsch e Gosselink, 2015).






Avifauna, vertebrati e invertebrati

Le saline sono habitat per uccelli migratori (Scarton et al., 2013), tra questi:

  • Fenicotteri: utilizzano le vasche ipersaline per l’alimentazione;
  • Anatridi e limicoli: specie come il germano reale, la spatola, il Cavaliere d’Italia e il piovanello tridattilo;
  • Rapaci: nidificano nelle dune e pattugliano le lagune alla ricerca di prede;
  • Cavaliere d’Italia: specie sensibile al disturbo antropico;
  • Microinvertebrati, crostacei e insetti alofili: rappresentano la base trofica per molte specie di uccelli oltre ad essere indicatori della salute delle saline.

Le osservazioni ornitologiche, e i monitoraggi svolti dall’ISPRA, evidenziano una fluttuazione stagionale delle specie legata ai cicli migratori e alla disponibilità di acqua nelle vasche (Ispra, 2020; Baccetti et al., 2002).

Oltre agli uccelli, le saline ospitano, anfibi (ad esempio Bufo bufo e Rana dalmatina), rettili tra cui la lucertola muraiola, il ramarro verde e mammiferi come la volpe (Vulpes vulpes).

L’articolazione della rete trofica contribuisce a conferire una importante resilienza all’ecosistema.


Normativa e tutela giuridica

Le Saline di Tarquinia sono tutelate da una combinazione di normative nazionali e internazionali, principalmente:

  • La Legge n. 394/1991 sulle aree naturali protette;
  • La Convenzione di Ramsar (1971), che riconosce il sito come “zona umida di importanza internazionale”;
  • Le Direttive europee: in particolare la Direttiva Habitat (92/43/CEE) e la Direttiva Uccelli (2009/147/CE), che vincolano la gestione a criteri di conservazione delle specie e degli habitat.

Il quadro normativo impone vincoli di uso del suolo, regolamenta le attività turistiche e produttive e stabilisce protocolli di monitoraggio ecologico (Ispra, 2017).

Nel rispetto delle citate normative, la gestione della Riserva segue un approccio integrato basato su tre linee principali:

  1. Protezione degli habitat: controllo della salinità, mantenimento dei canali idraulici, gestione delle vasche e regolazione dell’ingresso delle acque marine.
  2. Conservazione della biodiversità: programmi di monitoraggio di uccelli migratori, tutela delle specie alofile e ripopolamento di anfibi e rettili minacciati.
  3. Sostenibilità delle attività antropiche: regolamentazione del turismo naturalistico e promozione di percorsi didattici.

Tra le azioni poste in essere nell’ambito del monitoraggio delle saline, rientra l’utilizzazione di indicatori multipli (Tiner, 2013) biologici (densità di uccelli, abbondanza di macroinvertebrati, presenza di specie alofile rare) e fisico-chimici (salinità, temperatura, pH e livelli di ossigeno disciolto). I valori riscontrati di questi indicatori, consentono di valutare la salute ecologica del sito e pianificare interventi mirati. La raccolta dei dati avviene in collaborazione con ISPRA (monitoraggio ornitologico) e Università della Tuscia (studi sugli ecosistemi salmastri, produttività primaria e flora alofila) (Ispra, 2017; Ispra, 2020).

Turismo sostenibile e didattica ambientale

La gestione della Riserva, affidata all’Arma dei Carabinieri, promuove forme di fruizione compatibili con la conservazione degli ecosistemi. I Carabinieri Forestali in forza al Nucleo Carabinieri per la Biodiversità di Tarquinia assicurano lo svolgimento di visite guidate su specifici percorsi di interesse naturalistico corredati di pannelli informativi sulle specie e sugli habitat.

foto 4.Analogamente, con l’ausilio di Carabinieri Forestali in forza al Reparto Carabinieri per la Biodiversità di Roma, vengono realizzati progetti di divulgazione e formazione appositamente concepiti per scolaresche, associazioni, gruppi di appassionati e visitatori comuni che richiedono di accedere alle saline nei periodi dell’anno in cui l’attività didattica non compromette i cicli biologici e riproduttivi degli animali presenti (in particolare l’avifauna). La divulgazione prevede, tra l’altro, laboratori sul ciclo dell’acqua, la salinità, la biodiversità e attività di citizen science per il monitoraggio di uccelli e flora. È favorito il birdwatching, mediante strutture in legno ben contestualizzate con l’ambiente naturale.

foto 5Le Saline di Tarquinia rappresentano un caso emblematico di incontro tra natura, cultura e storia. La loro conservazione non è solo una questione ecologica, ma anche un impegno culturale e sociale.

Solo attraverso un approccio integrato che combini protezione ambientale, educazione, ricerca scientifica e partecipazione della comunità, sarà possibile preservare questo ecosistema unico e garantire che continui a essere una risorsa preziosa per le generazioni future.


 Bibliografia

-Baccetti, N., Dall’Antonia, P., Magagnoli, P., Melega, L., Serra, L., Soldatini, C., Zenatello, M.., 2002 - Risultati dei censimenti degli uccelli acquatici svernanti in Italia. Bologna: Istituto Nazionale per la Fauna Selvatica.

-Barbier, E. B., Acreman, M., Knowler, D., 1997 - Economic valuation of wetlands: a guide for policy makers and planners. Gland: Ramsar Convention Secretariat.

-Finlayson, C. M., Hollis, G. E., Davis, T. J., 1992 - Managing Mediterranean wetlands and their birds. Gland. International Union for Conservation of Nature.

-Gibbs, J. P., 2000 - Wetland loss and biodiversity conservation. Conservation Biology, 14(1), 314 - 317.

-Ispra, 2017 - Rapporto sullo stato delle zone umide in Italia. Roma: Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale.

-Ispra, 2020 - Monitoraggio dell’avifauna acquatica in Italia. Roma: Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale.

-Mitsch, W. J., Gosselink, J. G., 2015 - Wetlands (5th ed.). Hoboken: John Wiley & Sons.

-Ramsar Convention Secretariat, 2016 - An Introduction to the Ramsar Convention on Wetlands (7th ed.). Gland: Ramsar Convention Secretariat.

-Scarton, F., Valle, R., Borella, S., 2013 - Le saline costiere come habitat per l’avifauna migratrice nel Mediterraneo. Avocetta, 37, 75 – 84.

-Tiner, R. W., 2013 - Wetland Indicators: A Guide to Wetland Identification, Delineation, Classification, and Mapping. Boca Raton: CRC Press.

Testi di riferimento indicati dall’autore

-Battisti, C., Luiselli, L., Teofili, C., 2009 - Atlante degli uccelli nidificanti nel Lazio. Roma: Edizioni Belvedere.

-Perennou, C., Beltrame, C., Guelmami, A., Tomàs Vives, P., Caessteker, P., 2012 - Existing areas and past changes of wetland extent in the Mediterranean region. Arles. Mediterranean Wetlands Observatory.