SICUREZZA AGROALIMENTARE
SUPERVIGNETI
02/10/2019

di Francesco D’Agostino


Da sempre l’uomo cerca di migliorare resa e resistenza delle viti attraverso incroci. La necessità di evitare l’utilizzo di antiparassitari, con minor danno per l’ambiente, e il cambiamento climatico in atto sollecitano la ricerca nel campo del miglioramento genetico tra varietà dello stesso genere

 


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Le tecniche avanzate di ibridazione realizzano viti più resistenti alle malattie, abbattendo il ricorso ai fitofarmaci, e sono già 14 le varietà di vitigno biotech sviluppate in Italia, alcune delle quali già alle prime vendemmie commerciali.



La vite è una pianta molto robusta, in grado di vivere anche in condizioni estreme di caldo, in luoghi quasi desertici, dove però non fa frutto. Parliamo ovviamente della Vitis vinifera, che produce uva da vino. L’uomo ha sempre cercato di migliorare gli individui che aveva a disposizione, incrociandoli con classiche tecniche di innesto. Un processo con evidenti risvolti genetici e che ha dato vita a nuovi individui, sempre nell’ambito della stessa specie. Nascono così nella storia, casualmente tramite seme o grazie all’intervento umano, la maggior parte dei vitigni che sono disponibili sulla Terra e l’Italia è il più grande custode di specie del Pianeta. Studi genetici possono condurre alla scoperta dei genitori di ciascun vitigno, ma il risultato è riscontrabile soltanto se entrambi i genitori sono ancora viventi e comunque è un lavoro molto complesso. Per esempio, è stato appurato che il Cabernet-Sauvignon è frutto dell’incrocio di Cabernet franc e Sauvignon blanc. Nel mondo moderno sono stati realizzati tanti incroci dagli studiosi proprio con la finalità di avere risultati qualitativi superiori. Famosi sono il Müller-Thurgau (incrocio tra Riesling e Silvaner realizzato in Germania e Svizzera) o l’incrocio Manzoni 6.0.13 (tra Riesling e Pinot bianco realizzato da Luigi Manzoni della scuola di Conegliano), codificati a metà del secolo scorso. Nascono così nuove varietà con un misto di caratteri genetici dei genitori e taluni propri che, nei casi menzionati, hanno una grande diffusione poiché producono vini di qualità.

LA DIFESA DAGLI ATTACCHI FUNGINI

Da ormai qualche decennio ci si pongono obiettivi diversi come quello di avere vitigni inFOTO B grado di difendersi senza l’utilizzo di antiparassitari dagli attacchi fungini più diffusi (oidio e peronospora) che portano alla perdita del frutto. Da una parte la voglia di sostenibilità, dall’altra il cambiamento climatico che comporta manifestazioni meteo violente, responsabili della diffusione delle crittogame, nell’arco di decenni hanno portato allo sviluppo di nuovi individui tramite innesti successivi, coinvolgendo anche specie di vite americana, resistenti naturalmente a tali agenti. Giova ricordare che l’origine di tali patogeni è proprio in America, come anche la fillossera che da fine Ottocento obbligò la scienza a trovare soluzioni poiché il parassita mangia le radici dei vitigni europei. Dopo anni di ricerca si capì che le nostre piante dovevano essere innestate su una radice americana con evidenti, seppur piccole, modifiche genetiche nell’individuo frutto dell’innesto.

Oggi esistono molte viti resistenti ai funghi (chiamate piwi, contrazione della parola tedesca che ha questo significato) e alcune sono state autorizzate per la produzione di vino. Ovviamente non esiste alcuna controindicazione, il lavoro importante è stato quello di creare nuovi individui che, vinificati, dessero vino di qualità.

La nuova frontiera è quella di tagliare i tempi individuando quali siano i geni che consento a specie di vite americane o asiatiche di sopportare gli attacchi fungini andandoli a inserire nella vite da vino. Oppure ci si può “limitare a spostare” un gene del genoma proprio di una specie da vino per sollecitare, per esempio, una reazione di autodifesa alle crittogame: il primo metodo si chiama cisgenesi, il secondo è il genoma editing. La cisgenesi si differenzia dalla transgenesi poiché i geni inseriti nel Dna di una specie nel primo caso provengono dallo stesso genere vegetale, nel secondo da un altro estraneo. Nel caso del genoma editing addirittura non c’è alcun tipo di immissione esterna.

FOTO CPensiamo allora al vitigno rosso più diffuso in Italia, il Sangiovese, e alle sue espressioni più nobili, apprezzate in tutto il mondo come per esempio il Brunello di Montalcino o il Chianti Classico. L’idea è quella di realizzare dei vitigni con le stesse caratteristiche qualitative, ma che necessitino di meno aiuti esterni per proteggersi dagli attacchi fungini. Nel caso della viticoltura biologica, si difende la vite utilizzando composti a base di rame che, seppur non lascino residui sul frutto, rispettando i tempi di carenza stabiliti dal Ministero della Salute, possono accumularsi nel terreno (il rame non è solubile), creando a lungo termine un possibile avvelenamento per la sfera animale. L’uso del rame è sottoposto a normativa europea e si stanno sperimentando altre soluzioni di anticrittogamici.

Questi gli elementi di discussione, solo un’importante annotazione: è bene familiarizzare con i termini scientifici perché si è fatto un uso sbagliato dell’acronimo Ogm, organismo geneticamente modificato, demonizzandolo, quando la modifica genetica è da sempre uno dei mezzi per migliorare le specie vegetali. Quando si parla di Ogm dobbiamo avere chiara la differenza tra cisgenesi e transgenesi.