SICUREZZA AGROALIMENTARE
SE IL CIBO ITALIANO PARLA STRANIERO
11/04/2020
di Amedeo De Franceschi

L’Italian Sounding è un fenomeno sempre più diffuso che desta preoccupazione

 


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Si fa un gran parlare in questi anni di Made in Italy, di Italian Sounding e, da ultimo arrivato sulle etichette dei prodotti agroalimentari, di 100% italiano.

Prima di addentrarci nella spiegazione tecnica delle varie definizioni, occorre chiarire che non vi è alcun obbligo di legge imposto dall’Unione Europea agli operatori del settore circa la dichiarazione in etichetta dell’origine dei prodotti agroalimentari.

La linea di pensiero europea, in accordo con l’art. 16 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, è quella di evitare qualsiasi ostacolo alla libera circolazione delle merci, assumendo che se due prodotti provenienti da Paesi europei diversi non presentano alcuna differenza sul piano merceologico, chimico e organolettico, non vi sia bisogno di specificarne l'origine in quanto informazione non necessaria.

Esistono ad oggi altre eccezioni riguardanti l’obbligatorietà di indicare l’origine per alcune tipologie di carni (fresche, refrigerate o congelate di animali della specie suina, ovina, caprina e avicola), per il miele, per i prodotti ortofrutticoli freschi, per quelli della pesca non trasformati (pescato/allevato) per l’olio di oliva vergine ed extravergine, per il vino, per le uova e per le bevande spiritose.

Altri obblighi che valgono solo per gli operatori e il mercato italiani sono stati introdotti recentemente per il pomodoro, per il latte e derivati, per il riso e per il grano, così che il consumatore in Italia può avere dalla lettura dell’etichetta molte più informazioni rispetto a quello europeo.

Per i prodotti trasformati valgono invece le regole del codice doganale in cui si può indicare il Made in Italy a condizione che l’ultima trasformazione sostanziale avvenga nel nostro Paese, come ad esempio per la pasta ottenuta con grano canadese ma prodotta in Italia.

Il fenomeno cosiddetto dell’Italian Sounding, ovvero “suonare italiano” riguarda quasi sempre alimenti etichettati ingannevolmente con diciture, simboli e/o immagini che richiamano in particolare valori legati al contesto paesaggistico e culturale italiano ingenerando nei consumatori l’equivoco che l’intera filiera si sviluppi nel nostro Paese, e che le materie prime agricole utilizzate nel processo produttivo abbiano origine in Italia. Questa pratica ingannevole è diffusissima all’estero, in quanto non sempre il consumatore straniero riesce a distinguere un vero prodotto italiano da uno che “suona” italiano, ma anche da noi, vista la domanda crescente.

FOTO D (2)I PRODOTTI PIÙ IMITATI

A subire maggiormente il fenomeno dell’imitazione sono i prodotti ad indicazione geografica (DOP e IGP), ovvero le eccellenze italiane più richieste dai consumatori stranieri, nonostante per questi prodotti vi sia una forte protezione giuridica della denominazione a livello europeo. Ogni Paese membro della UE, infatti, è obbligato ad adottare le misure amministrative e giudiziarie adeguate per prevenire o far cessare l’uso illecito delle denominazioni di origine protetta e delle indicazioni geografiche protette.

Per i prodotti che “suonano italiano”, l’unione europea, con una disposizione contenuta nel Reg. Ue 1169/2011, sancisce che le informazioni sugli alimenti non devono indurre in errore il consumatore per quanto riguarda, ad esempio, il Paese d’origine o il luogo di provenienza, il metodo di fabbricazione o di produzione.

Raccomandazione che evidentemente non è sufficiente a fermare il fenomeno, visto che, secondo alcune stime di Coldiretti, il fatturato di questa “agro-pirateria” ammonterebbe a circa 100 miliardi di euro, ben 2 volte e mezzo il fatturato in export del nostro Made in Italy.

FOTO B - DIDAL’ATTIVITÀ DELL’ARMA

Da sottolineare che l’Arma dei Carabinieri, attraverso il Comando Tutela Agroalimentare e il Comando Tutela Salute, è organismo leader sul fronte della lotta alla contraffazione agroalimentare internazionale, in cooperazione con le agenzie Europol, Interpol e con la Commissione Europea. Proprio grazie a questa incisiva azione svolta in campo internazionale dall’Arma, l’Italia è riuscita nel 2012 ad ottenere la modifica della norma che obbliga gli Stati membri a procedere alla rimozione dei prodotti ad indicazione geografica ingannevoli rinvenuti in ambito UE.

Tuttavia, fuori dai confini europei, la pratica scorretta dell’Italian sounding e delle bandierine italiane che campeggiano sulle etichette non viene di fatto perseguita, e allora facciamo attenzione quando acquistiamo prodotti all’estero segnalando ai Carabinieri del Comando Tutela Agroalimentare qualsiasi caso sospetto.

Alcune novità ci giungono dall’Autorità garante della concorrenza che in data 20 gennaio 2020 ha irrogato ad una multinazionale una sanzione amministrativa pecuniaria di un milione di euro per avere commercializzato confezioni di pasta di semola di grano duro a marchio proprio, evidenziando in maniera ingannevole sulla parte frontale dell’etichetta indicazioni relative all’italianità del prodotto anche con l’uso dell’immagine della bandiera tricolore.

Nella stessa adunanza sono state sanzionate altre ditte, tutte per Italian sounding delle loro confezioni. L’Autorità garante osserva che in alcuni casi, “i claims presenti nelle confezioni descrivono l’origine italiana del prodotto, attraverso l’apposizione nella parte anteriore dell’etichettatura di elementi grafici rappresentativi dell’Italia e l’impiego di affermazioni che evocano la provenienza della pasta da un determinato territorio regionale della Penisola, omettendo di indicare il luogo di provenienza delle materie prime”.

Giova ricordare ai lettori che anche il Codice penale all’art. 517 punisce “chiunque pone in vendita o mette altrimenti in circolazione opere dell’ingegno o prodotti industriali, con nomi, marchi o segni distintivi nazionali o esteri, atti a indurre in inganno il compratore sull’origine, provenienza o qualità dell’opera o del prodotto”.

Qui possiamo essere tutti d’accordo nel definire opera dell’ingegno quella che scaturisce dai produttori del nostro patrimonio agroalimentare e come tale questa “opera d’arte” va tutelata e difesa dalle usurpazioni, dalle bandierine e dal falso d’autore.

FOTO BOXIL CASO PARMESAN

Grazie alla battaglia legale del Consorzio di Tutela del Parmigiano Reggiano, il nome Parmesan non potrà più essere utilizzato per formaggi non conformi al disciplinare della DOP “Parmigiano Reggiano” (sentenza n. C-132/05 del 26 febbraio 2008 della Corte di Giustizia Europea