SCIENZE
IL DOLORE DELLE PIANTE
30/08/2021
di Alessandra Viola

La sofferenza vegetale è collegata alla difesa dell'integrità fisica e serve come campanello d'allarme per allontanare situazioni pericolose

FOTO ALe piante soffrono? Senza starci troppo a pensare, sembrerebbe di poter rispondere subito di no: non piangono, non gridano, non si lamentano e non scappano se qualcuno fa loro “del male”. Nessun segno visibile è dato della loro sofferenza, dunque - si sarebbe tentati di dire - non soffrono. Ma siamo certi che le cose stiano proprio così? In realtà, allo stato attuale delle conoscenze in materia (in campo vegetale piuttosto incomplete), l'unica risposta che si può dare è che non lo sappiamo. Non abbiamo elementi per dire se le piante provino dolore, perché anche se viviamo in loro compagnia da duecentomila anni, cioè da quando abbiamo fatto la nostra comparsa come specie sul pianeta Terra, non le conosciamo ancora abbastanza bene. Quali condomini riuscirebbero a ignorarsi tanto a lungo in un palazzo?

FOTO BLE RICERCHE

Per dirla tutta, i primi studi sul dolore applicati alle piante risalgono alla metà dell'Ottocento, quando decine di scienziati iniziarono a sperimentare gli effetti delle sostanze anestetiche. Cercavano un modo per sospendere la percezione del dolore, per operare i malati (e curare i denti) senza provocare atroci strazi. Negli anni in cui molti si rivolgevano all'ipnosi o al mesmerismo con scarse fortune, altri presero a interessarsi ai gas esilaranti e agli effetti delle inalazioni di diverse sostanze. Tra loro c'erano Charles Darwin, suo figlio Francis e il fisiologo francese Claude Bernard, oggi considerato il padre della medicina sperimentale. Quest'ultimo riteneva addirittura che fossero proprio le sostanze anestetizzanti a distinguere gli organismi viventi dalla materia non vivente (“Quel che è vivo deve sentire e deve poter essere anestetizzato, il resto è morto", scriveva). Ma come “anestetizzare” una pianta? Bernard pensò di metterla sotto una campana di vetro insieme a spugne imbevute di etere, in modo tale che durante il normale processo di respirazione l'organismo vegetale assumesse anche l'anestetico. Dimostrò così che i movimenti vegetali e alcune altre funzioni risultavano rallentate o “sospese” per un certo lasso di tempo e che dunque la sostanza agiva non solo sui neuroni animali ma su tutte le cellule, comprese quelle vegetali. Per essere anestetizzati non c'è dunque bisogno di un cervello! Questa scoperta portò il fisiologo a concludere che la sensibilità è una proprietà generale delle cellule, siano esse animali o vegetali e che questa proprietà di sentire l'ambiente può essere temporaneamente sospesa proprio come negli uomini. La stessa conclusione alla quale giunsero, più o meno negli stessi decenni, anche Charles Darwin e l'indiano Jagadish Chandra Bose. Gli esperimenti di Bernard e molti altri successivi hanno dimostrato che nelle piante esiste un sistema sensorio, eppure siamo ancora oggi molto distanti dal conoscere bene la sensibilità vegetale. Viene comunque da chiedersi: se le piante hanno un sistema sensorio in modo simile agli animali e se negli animali le sostanze anestetizzanti sono in grado di influenzare la percezione del dolore, una volta scoperto che le stesse sostanze anestetiche funzionano anche sulle piante... non è lecito ipotizzare che anche nel mondo vegetale l'effetto di queste sostanze sia quello di inibire la percezione del dolore? Il ragionamento ovviamente non è conclusivo, tutt'altro. È appena l'ombra di un'intuizione. Il dubbio però è lecito, e una volta sollevato ci obbliga (o dovrebbe) a iniziare a ragionare e a comportarci in modo nuovo.

Una ricerca giapponese del 2018, oltretutto, ha dimostrato che quando le foglie di una pianta vengono morse o comunque danneggiate da un erbivoro, emettono un'onda di ioni calcio che si sposta molto rapidamente all'interno del corpo vegetale. Quest'onda trasporta un messaggio di “segnalazione dei danni”, che la pianta interpreta e al quale risponde adottando vari tipi di contromisure. Negli animali un comportamento simile è collegato alla percezione del dolore, e sebbene anche di questo sappiamo davvero poco, siamo ormai in grado di ammettere che molte specie siano in grado di provarlo.

Nel 2021 il Regno Unito ha approvato una nuova legislazione in materia, tra le più avanzate nel mondo e certamente pionieristica in Europa, che riconosce gli animali come esseri senzienti. Non si tratta solo di una definizione - che del resto esisteva già nel Trattato di Lisbona del 2009 (art. 13), seppure subordinata alle leggi nazionali in materia - ma di un sostanziale cambio di paradigma nei loro confronti. Se si ammette che gli animali siano dotati di sensi e capaci di provare sensazioni (una consapevolezza diffusa, che però il diritto fatica ancora a recepire), preoccuparsi del loro benessere e di evitare che soffrano diventa un obbligo non solo morale, ma giuridico.

Niente di simile per il mondo vegetale: sul dolore delle piante, al contrario, all'interno della comunità scientifica esiste una specie di veto. Sbagliato parlarne, e anche solo ipotizzarlo, per un medievale e aprioristico convincimento che esse sentano “meno”.

FOTO CI PREGIUDIZI

Numerosi pregiudizi condizionano il nostro modo di guardare al mondo vegetale, ma non è solo questo. Esiste infatti almeno un ottimo motivo per pensare che le piante non provino dolore: esse possono essere predate con grande facilità ed è esperienza comune per una pianta essere in parte rotta o mangiata. L'evoluzione avrebbe dovuto essere davvero crudele per associare a questi eventi una percezione del dolore così come lo conosciamo noi umani! La sofferenza però è collegata alla difesa dell'integrità fisica: serve come campanello d'allarme per allontanarsi da situazioni pericolose e se negli animali dà origine in genere a strategie di fuga, nelle piante potrebbe essere la causa della messa in opera di strategie di tipo differente, come per esempio il richiamo di antagonisti biologici dei predatori o la secrezione di sostanze velenose o sgradevoli per i parassiti.

La ricerca degli ultimi decenni indica chiaramente che le capacità delle piante sono state finora straordinariamente sottostimate e che ancora moltissimo rimane da sapere su di loro. A oggi non possiamo affermare con certezza se provino dolore, ma bisogna sempre ricordare che questo non vuol dire che non ne provino. Semplicemente non disponiamo ancora di conoscenze adeguate, il che rende necessario adottare nei loro riguardi un principio di precauzione. Non è semplice buon senso, ma un cardine del nuovo diritto ambientale, in vigore da oltre vent'anni: secondo il legislatore, quando esiste il dubbio che una certa azione abbia conseguenze gravi per l'ambiente, bisogna astenersi dal compierla. Applicato alle piante, questo principio dice chiaramente che, se non sappiamo se le piante soffrano o meno, dobbiamo evitare di causare loro eventuale dolore.