La Convenzione di Washington meglio conosciuta come CITES dall’acronimo di “Convention on International Trade in Endangered Species of wild Fauna and Flora” regolamenta in ambito ONU dal 1975 il commercio di animali, piante e prodotti derivati, mirando a garantire l’equilibrato sfruttamento delle risorse naturali nel rispetto della conservazione dell’ambiente. In Italia la Convenzione è stata ratificata con la Legge 874/1975, ma solamente con l’entrata in vigore della legge 150/1992, che prevede sanzioni penali ed amministrative alla violazione delle norme della CITES, si è potuto iniziare ad operare in maniera concreta ed efficace nella sua applicazione. Il Corpo forestale dello Stato, oltre a collaborare con il Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, autorità amministrativa di gestione della Convenzione, è organismo di controllo sia su tutto il territorio nazionale sia in ambito doganale. L’Unione Europea si è impegnata a difendere in modo più incisivo la diversità delle specie viventi tramite l’adozione del Regolamento n. 338/97 relativo alla “protezione di specie della flora e della fauna selvatiche mediante il controllo del loro commercio” e dei successivi regolamenti di attuazione della commissione, che costituiscono l’attuale base normativa di riferimento per l’attuazione della Convenzione. Analogamente a quanto previsto dalla Convenzione di Washington le specie, elencate in tre appendici, sono state suddivise, a seconda del grado di controllo e protezione che si vuole esercitare, in 4 Allegati: A, B, C e D; il maggior numero di specie incluse nelle liste di quelle protette è relativo a specie vegetali, fra cui moltissime piante succulente e tutta la famiglia delle Cactacee. Con i Regolamenti comunitari succitati sono state stabilite precise norme per la commercializzazione da e per l’Unione Europea di piante e di loro parti e prodotti derivati e soprattutto sono state sancite precise regole per l’applicazione delle deroghe ai divieti di commercio di specie di appendice I/ allegato A propagate artificialmente fra le quali rientrano molte specie di succulente che, pur essendo molto rare in natura, sono spesso comunemente coltivate e scambiate da collezionisti e amatori di tutto il mondo. Luisa Corbetta - Funzionario del Servizio CITES
NATURA E BIODIVERSITA'
Un cuore sotto le spine
01/06/2016
di Flavio Rosati e Luisa Persia

Circa 35mila piante tra cui 10mila specie in via di estinzione. Questa la collezione del botanico Andrea Cattabriga, riconosciuta dalla Botanic Garden Conservation

1Le piante succulente, usualmente chiamate piante grasse, sono molto diffuse come piante ornamentali in quanto le loro forme curiose, sferiche, colonnari, a rosetta o appiattite le distinguono nettamente dalle altre. Il loro nome deriva dal fatto che, essendo originarie delle zone aride, immagazzinano una grande quantità di acqua da utilizzare nei periodi di siccità.

Questo avviene mediante tessuti chiamati parenchimi acquiferi che danno vita a foglie, fusti e radici carnosi e ingrossati. Le loro caratteristiche servono a ridurre al minimo la perdita di acqua: l’ispessimento epidermico, la secrezione di cere protettive, la peluria, la trasformazione delle foglie in spine e la fotosintesi clorofilliana effettuata dal fusto modificato. Per conoscere meglio questo mondo abbiamo rivolto qualche domanda ad Andrea Cattabriga, titolare del vivaio Mondocactus , tra i pochi certificati CITES in Italia. Ci parli della sua formazione, di come è nata questa passione, del percorso umano e professionale che l’ha portata ad esplorare l’affascinante “pianeta – piante grasse”.

La mia storia è comune a quella di tanti appassionati, che già in giovane età hanno scoperto il mondo delle piante e ne sono stati rapiti. Io frequentavo ancora la scuola primaria e mia madre, insegnante d’arte, da tempo aveva capito che in me pulsava la ‘vena verde’, forse per le tasche sempre piene di semi o la terrazza affollata di barattoli riempiti di bambagia umida in cui germinavano allegramente fave, fagioli e piselli. Poi l’incontro con le ‘grasse’: galeotta fu la nonna materna che amava ospitarmi nella sua casa di Finale Emilia (in provincia di Modena) e che mi fece conoscere e apprezzare le prime succulente, istruendomi su come propagarle mediante talea. Erano Chamaecereussilvestris (il cactus arachide), Echinopsiseyriesii (il mondo), Epiphyllum (le lingue di suocera). Quei cactus attecchirono e fiorirono.

Per me fu come una rivelazione… In breve tempo i pochi spazi disponibili in casa mia, a Bologna, cominciarono a popolarsi di succulente reperite qua e là: erano soprattutto talee sottratte da esemplari imponenti, lasciati incautamente alla mia mercé lungo le strade di paese e nei cortili incustoditi. Avevo quattordici anni allora e mia madre decise di accompagnarmi all’Orto Botanico di Bologna. Sapeva che nelle serre dell’istituto era possibile incontrare un anziano signore, un tempo professore di botanica farmaceutica, che passava il suo tempo a curare la collezione di piante succulente da lui stesso creata e poi ceduta all’orto. Il suo nome era Giuseppe Lodi, oggi come allora considerato uno dei più importanti pionieri del collezionismo di succulente in Italia.

Ricordo ancora la meraviglia, lo stupore incontenibile che provai nel varcare la soglia di quelle antiche serre. Rammento il profumo dei fiori esotici che riempiva l’aria carica di umidità, e quel calore sulla mia pelle. Ma soprattutto ricordo Lodi, col suo lento incedere tra i bancali ricolmi di cactus di ogni tipo, sordo come una campana ma vigile e sapiente, capace di cogliere il mio sguardo curioso rapito da un raro cactus che avevo visto solo su qualche vecchio libro e di cui, di lì a poco, mi avrebbe donato una piccola propagazione ottenuta da seme. Non contenta del tutto, mia madre quel giorno pensò bene di acquistare dallo stesso professore anche una copia del libro che aveva appena pubblicato. Si intitolava ‘Le Mie Piante Grasse’ e costituiva il primo e mai più superato contributo significativo dedicato al mondo delle succulente di un autore italiano. Sulla prima pagina Lodi scrisse una dedica a mio nome, definendomi ‘futuro amico delle piante grasse’! In seguito questa passione ha conosciuto un costante crescendo, condizionando le mie scelte di studio (diploma in tecniche agrarie e laurea in scienze naturali) e nella professione (attività di grafico editoriale, compresa la realizzazione di riviste sulle piante grasse per associazioni amatoriali). 2 Prima di avviare l’attività vivaistica ho quindi richiesto e ottenuto il riconoscimento di struttura autorizzata a livello nazionale e internazionale. Le piante grasse possono essere una risorsa anche in campo medico. In Italia però le coltivazioni intensive, a differenza di Paesi come la Cina, non sono diffuse. Qual è il suo punto di vista? In effetti, l’Aloe vera, una pianta grassa di origine africana dalle innegabili virtù curative e largamente usata nella cosmesi è capace di acclimatarsi egregiamente nelle regioni meridionali più aride d’Italia. In un rapporto ISMEA dell’Osservatorio

Economico del settore delle piante officinali del 2013 si evince come in Italia la superficie coltivata ad Aloe vera nell’ambito della Federazione Italiana Produttori Piante Officinali (FIPPO) fosse di appena 12 ettari, che producevano circa 180 tonnellate di succo all’anno per un valore stimato in 1,5 milioni di euro. Si potrebbe fare di più? Sebbene l’Italia come la Spagna abbia un potenziale rilevante nella produzione di succo d’Aloe di elevata qualità, il mercato preferisce il prodotto estero come quello cinese, indiano o dominicano, ancorché di qualità inferiore, perché conveniente grazie a politiche locali che ne sostengono la produzione e la distribuzione. Sarebbe auspicabile una precisa volontà politica capace di sostenere queste coltivazioni in ambito comunitario. Abbiamo letto che alcune piante grasse possono diventare una sorta di “strumenti musicali”. Una passione che l’ha portata a scoprire la potenzialità musicale di questi esseri verdi. Alcuni cactus possiedono spine rigide, durissime e tutte rivolte verso il basso. Negli anni ho imparato a manipolare queste piante senza ferirmi quando devo trapiantarle: in sostanza avvicino i polpastrelli facendo attenzione a rispettare la direzione delle spine, flettendole fino ad afferrare la pianta. Così facendo mi sono accorto che è anche possibile accarezzare i cactus, facendo vibrare le loro spine. Alcune specie emettono delle tonalità piacevoli, simili al battito leggero delle gocce di pioggia. Ora so che questa proprietà era stata già apprezzata da altri, come John Cage, famoso compositore californiano del ‘900. Nel romanzo di Daniela Amenta, “La ladra di piante”, la protagonista Anna sottrae all’incuria degli antri dei portoni di una Roma arsa dal caldo estivo piante dimenticate.

Ci sono nella sua vita una o più piante grasse per le quali si è improvvisato “Ladro di piante”, alle quali ha regalato la linfa stupefacente del riscatto? Lo confesso: anch’io ho ceduto alla tentazione! Avevo 15 anni quando vidi in un negozio a Bologna un vecchio esemplare di una rara specie di cactus. Nessuno poteva apprezzare quella rarità, per cui passavano gli anni e la pianta giaceva invenduta e sempre più deperita, giacché nessuno sapeva come curarla. Vincendo tutti i miei sensi di colpa ho finito per infilarmi quella pianta sotto al giubbotto e oggi è una delle piante più maestose e prolifiche della mia collezione. Sospetto ancora che il negoziante vide tutto, ma se ne rimase in un silenzio consenziente!