NATURA E BIODIVERSITA'
LA VITA NEGLI ORTI BOTANICI
07/06/2019

di Franco Pedrotti
[Professore emerito, Università di Camerino]


Molte specie vegetali scomparse in natura sopravvivono soltanto in questi speciali giardini

FOTO A - Orto Botanico di Napoli - DIDA LUNGA


L'Orto botanico di Napoli, conosciuto come Real orto botanico, è una struttura dell'Università Federico II. Ha un'estensione di 12 ettari e ospita circa 9.000 specie vegetali e quasi 25.000 esemplari.



L’orto botanico è un luogo nel quale si coltivano le più svariate specie di piante per scopi scientifici, applicativi, paesaggistici e didattici. Il primo e il più antico del mondo è quello di Padova, fondato nel 1545 per la coltivazione delle piante medicinali e in seguito di tutte le altre specie. Dal Rinascimento ad oggi sono sorti molti orti botanici, giardini alpini, parchi dendrologici, arboreti, giardini e parchi storici con scopi e finalità diverse. Gli orti botanici riflettono il prototipo di quello di Padova e sono annessi alle sedi universitarie, alcuni sono comunali oppure collegati ad altri enti. I giardini botanici alpini sono istituiti in montagna per la coltivazione di specie della flora di alta quota. I parchi dendrologici sono formati da collezioni di specie legnose, come quello di Arco, mentre gli arboreti sono aree boscose naturali o create con piantagioni di specie autoctone. Il più noto arboreto italiano è quello di Vallombrosa fondato nel 1870.

Molti orti botanici contengono anche settori destinati agli alberi, come la “zonaFOTO B - Foto di G. Sibilio - Orto Botanico Napoli nemorale” dell'orto di Camerino. In qualche caso negli orti si trova vegetazione arborea spontanea, come ad Arcavacata di Rende (nucleo residuo di un bosco naturale di querce) ed allora si tratta di un arboreto all'interno dell'orto botanico classico. L'ultima categoria è quella dei giardini storici, annessi a ville e castelli, come i Giardini Hanbury, Villa Taranto, Villa Carlotta e Villa Sigurtà. Tutte queste istituzioni sono elencate in alcune opere recenti a cura di Raimondo (1992), Clauser e Pavone (2016) e Pedrotti (2017), che dovrebbero essere opportunamente integrate.

Accanto alle funzioni tradizionali, con l'aumentare dei problemi ambientali, gli orti botanici sono chiamati oggi a dare un contributo alla salvaguardia della biodiversità vegetale, di cui si possono distinguere tre livelli: diversità genetica (germoplasma, banca dei semi), specifica (individui e popolazioni) ed ecosistemica (vegetazione).

Da sempre, gli orti botanici hanno svolto un'azione di conservazione per le specie vegetali, alcune delle quali sono scomparse in natura. Il libro rosso della flora d'Italia elenca 458 specie, pari all'8,2% di tutta la flora italiana (Conti, Manzi e Pedrotti, 1992). Nella nuova edizione sono censite 297 specie secondo le nuove categorie approvate da IUCN (Società Botanica Italiana, 2013).

 

IN SITU ED EX SITU

FOTO D - Orto Botanico di Palermo - DidaLa tutela delle specie vegetali si può realizzare in situ, con varie misure tra cui l'istituzione di aree protette ed ex situ, in un ambiente artificiale, in modo da poterle reintrodurre nel loro habitat in un secondo tempo. Uno degli esempi più sorprendenti è quello di Sophora toromiro, una leguminosa dell'Isola di Pasqua che nel 1978 si riteneva “probabilmente estinta” (Lucas e Synge, 1978) e che invece grazie all'esploratore norvegese Thor Heyerdahl che ne aveva raccolto i semi durante un soggiorno nell’isola nel 1955-1956 è oggetto di un programma internazionale che ne prevede il trapianto nell’ambiente naturale.

Delle specie elencate nel libro rosso delle piante d'Italia, alcune sono conservate ex situ in diversi orti botanici, come la stella alpina dell'Appennino (Leontopodium nivale) nell'orto di Camerino, il fior di tigre (Caralluma europaea) e il cardo di Greuter (Ptilostemon greuteri) in quello di Palermo e la ruta patavina (Haplophyllum patavinum) in quello di Padova. Questa specie è stata prelevata dal prof. Carlo Cappelletti sui Colli Euganei negli anni Sessanta e trapiantata nell'orto, dove tuttora si mantiene.

 

LE AREE PROTETTE

Per quanto riguarda il terzo livello di biodiversità, conservare zone con vegetazione in pericolo mediante l'istituzione di aree protette e con il riconoscimento degli habitat prioritari secondo la Direttiva Habitat della comunità europea. La prima area protetta in Italia (1899) è il Bosco Ranuzzi Segni, 35 ettari di abetina sull'Appennino Bolognese.

Anche gli arboreti possono contribuire alla tutela della vegetazione per due ragioni ben precise: alcuni di essi contengono lembi di flora naturale come nel caso delle Viotte (torbiere e praterie a nardo), dell'arboreto di Camerino (salice bianco e roverella) e dell'orto botanico forestale dell'Abetone (faggete e abetine). In altri è stato possibile procedere all'impianto di boschetti di varie specie.