NATURA E BIODIVERSITA'
IL GRAN BOSCO DELLA MESOLA
15/10/2021
di Michele Ravaglioli

Secondo una recente ricerca coordinata dall’Università degli Studi di Ferrara, la Riserva Naturale gestita dai Carabinieri ospiterebbe più di un terzo delle specie presenti nella provincia emiliana

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Recentemente è stata pubblicata dall’inglese Springer la prima Flora della Riserva Naturale Statale del Bosco della Mesola. Lo studio è il risultato di un lavoro di un team di studiosi, tra cui anche carabinieri forestali, caratterizzati da differenti competenze ed estrazione professionale, coordinato dall’Università degli Studi di Ferrara.

Questo gruppo, che include floristi ed ecologi vegetali, si inserisce in uno più vasto organizzato per analizzare sotto vari punti di vista uno dei più estesi lembi di foresta planiziale ad oggi conservatisi. La sua rilevanza è notevole sia per l’elevato numero di specie ospitate, tra cui merita particolare attenzione l’endemismo del cervo della Mesola, sia per la sua posizione litoranea. La porzione orientale del Boscone infatti si affaccia sulla Sacca di Goro, importante zona umida tutelata dalla Convenzione di Ramsar del 1971 e compresa all’interno del Parco Regionale del Delta del Po nonché inclusa in Rete Natura 2000. La Riserva del Bosco della Mesola è stata istituita con Decreto Ministeriale del 13 luglio 1977 ed è classificata come Sito di Importanza Comunitaria (SIC) ai sensi della Direttiva Habitat 43/92 e come Zona di Protezione Speciale (ZPS) ai sensi della Direttiva 409/79. Attualmente è gestita dal Reparto Carabinieri Biodiversità di Punta Marina attraverso il Nucleo di Bosco Mesola. Lo studio della flora si è svolto a partire da ricerche d’archivio fino ai primi anni del secolo scorso, al 1909 e 1910 risalgono le prime informazioni generali sulla zona per proseguire poi negli anni Cinquanta. Al 1964 risale la prima check list ad opera del prof. Piccoli. Successivamente, assieme ai dati di Erbario e a rilievi periodici, si è ottenuto tutto il materiale necessario per la stesura della Flora “The vascular flora of the Bosco della Mesola Nature Reserve” (Alessandrini et al. 2021), la prima specifica ed esaustiva su questo bosco.

La Flora è, per definizione, l’elenco dei taxa, cioè delle specie vegetali presenti in una cenosi. Si tratta di un’informazione di tipo qualitativo, necessaria ma non sufficiente per l’assunzione di decisioni inerenti alla gestione sia forestale sia naturalistica. Per questo si è deciso di arricchire la Flora con aspetti di natura vegetazionale relativi all’abbondanza delle specie presenti e alla loro dinamicità con particolare riferimento agli aspetti relazionali tra le specie e tra esse e i relativi habitat.

FOTO B - Foto ValbonesiRISULTATI DI RILIEVO

Sono state riscontrate 480 specie, un numero notevole considerando la superficie della Riserva di 1.058 ettari, e che rappresenta più di un terzo delle specie vascolari presenti nella provincia di Ferrara. Questo aspetto conferma quanto le Riserve naturali siano veri e propri rifugi per specie di grande valore conservazionistico e fungano da preziosi scrigni di biodiversità svolgendo un ruolo di prim’ordine nella conservazione di ecosistemi ormai sempre più rari. Altro aspetto che si ritiene opportuno sottolineare è il fatto che è stato rilevato il 12% di specie in più rispetto a quelle riscontrate negli anni Sessanta, la maggior parte delle quali autoctone, anche se non si sono fatte attendere le esotiche, il cui numero è aumentato di circa l’8% rispetto a quello constatato in precedenza. Tuttavia il ritmo di affermazione di specie esotiche all’interno della Riserva risulta molto più contenuto e lento rispetto alle limitrofe aree esterne. Alcune specie registrate negli anni Sessanta sono scomparse a causa del mutamento delle condizioni ecologiche. Questo conferma ulteriormente quanto gli ecosistemi siano dinamici e in continua evoluzione, influenzino le aree circostanti e a loro volta subiscano influenze dall’esterno. Dall’analisi della distribuzione geografica d’origine delle specie è emerso un leggero incremento di quelle mediterranee e, nel contempo, un lieve decremento delle specie temperate e delle cosmopolite, il che significa che, grazie anche all’azione mitigatrice svolta dal bosco, gli effetti dei cambiamenti si sono fatti sentire in maniera più contenuta rispetto alle aree circostanti. Delle 480 specie rilevate, circa il 12% è costituito da specie protette a vario titolo, di cui 5 in lista rossa nazionale. In particolare, l’ibisco di palude (Kosteletzkya pentacarpos), classificato come “Vulnerabile” a livello europeo e ricompreso nell’Allegato II della Direttiva Habitat 43/92 CEE e nella Convenzione di Berna, è oggetto di importanti progetti di ricerca anche di carattere internazionale.

FOTO C - 07©_IMG_3601_jpegIBISCO DI PALUDE

Si tratta di una malvacea caratterizzata da fiori di colore rosa-violetto, in cui spiccano gli stami gialli al centro fusi a colonna, che compaiono da metà estate. La pianta deve il nome al professore Kosteletzky (1801- 1887) ordinario di Botanica all’Università di Praga, mentre l’epiteto della specie fa riferimento al frutto diviso in cinque logge. L’ibisco litoraneo è caratterizzato da un areale molto vasto che comprende gran parte del NordAmerica, in particolare gli Stati Uniti sudorientali, e alcune regioni mediterranee dove colonizza le aree umide deltizie. Attualmente in Europa è presente in modo molto frammentato a causa delle notevoli pressioni che l’uomo da sempre ha esercitato sulle aree palustri provocando perdita di biodiversità. A livello italiano la specie si è estinta in diverse regioni quali Puglia, Lazio e Toscana e attualmente sopravvive solo nel Delta del Po, tra Veneto ed Emilia-Romagna (Ercole et al. 2013). La pianta è in grado di tollerare sia accumuli di nutrienti nel suolo, sia variazioni di salinità (Abeli et al. 2017, Brancaleoni et al. 2018). Specie colturale ottimale su suoli salmastri, in America e in Asia è anche coltivata per la produzione di biomassa e biocarburante.