NATURA E BIODIVERSITA'
IL BREVE VOLO DI CLARA
31/01/2019
di Marco Fiori

L’uccisione del capovaccaio abbattuto da un bracconiere in Sicilia ricorda la dura battaglia della natura sostenuta dall’impegno di pochi uomini contro la violenza irrazionale di altri loro simili

FOTO APERTURA ©MassimilianoDiGiovanni_ArchivioBioparco_DSC_0144 alb CAPOVACCAIO

Il suo volo migrante sembra che voglia, da millenni, tenere unito un bacino, quello mediterraneo, che è da sempre una miscellanea di paesaggio, civiltà, culture e natura: il capovaccaio (Neophron percnopterus) è un uccello ancestrale, sacro a Iside come raffigurato nei geroglifici egizi. Clara era una giovane femmina di capovaccaio, o avvoltoio degli Egizi, appunto, ma dai natali maremmani. Veniva da un “Progetto Capovaccaio” del Centro Rapaci Minacciati (CERM) di Rocchette di Fazio in provincia di Grosseto, uno dei più importanti in Europa per la tutela di questa straordinaria specie, con la collaborazione dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA). Liberata assieme a sua sorella Bianca nel Parco Regionale della Murgia Materana, dopo solo sei giorni Clara è stata abbattuta a 10 km da Mazara del Vallo. Insieme al maestoso avvoltoio degli agnelli o gipeto, il capovaccaio è il più affascinante avvoltoio per biologia ed etologia. È necrofago ma non disdegna qualche piccola preda viva. Usa gli utensili come le scimmie e alcuni pappagalli. Infatti in Africa rompe le dure uova di struzzo utilizzando pietre. Clara era partita verso sud, da migrante quale era si è aggirata qualche giorno per raccogliere le forze prima di attraversare il grande canale di Sicilia e approdare sulle coste tunisine. Lì avrebbe riposato ancora prima di dirigersi verso i paesaggi desertici, sino al Sahel, superandolo per poi stazionare mesi nella fascia subsahariana.

FOTO B©MassimilianoDiGiovanni_ArchivioBioparco_DSC_Z0130 alb CAPOVACC tglSENZA UNA LOGICA
Questo viaggio è stato interrotto da una fucilata, senza motivo, senza senso, senza una logica. Né quella del bracconiere da “polenta e osei”, né di quello da anatre o allodole di passo, né del collezionista di ridicoli trofei come l’“Adorno”, il falco delle api che passa sullo Stretto di Messina e deve la sua maledizione alla moltitudine di “morfismi” che presenta. Non la logica commerciale che caratterizza il bracconaggio di piccoli e uova di pellegrino, lanario e Aquila di Bonelli, pagati anche migliaia di euro sul mercato nordeuropeo e arabo. Infatti il profilo, diremmo criminale, di soggetti che arrivano con disinvoltura a sparare ad un maestoso rapace come un capovaccaio, un nibbio, o a una rara aquila di Bonelli, è sui generis. Il gesto di questo bracconiere di Mazara sembra piuttosto essere generato da una logica di rivalsa, dispetto, offesa, un atto al limite del rabbioso autolesionismo. Chi uccide così nasconde probabilmente una paura, una fragilità, è affetto da assenza di personalità, da assenza di umanità. L’essere umano ha spesso condotte, seppure criticabili, guidate da regole legate al vantaggio, alla sopravvivenza, all’egoismo di specie. In questo caso il gesto travalica il senso delle cose. Esseri quindi “non umani”, che avvertono di essere inconsistenti, “non vivi” dentro. Soggetti quindi che sembra quasi trovino sfogo togliendo rabbiosamente la vita, come se questo serva a ricollocarli, anche se per poco, al centro dell’attenzione della “vita” stessa che li circonda. Sparando ad un essere vivente senza apparente motivo, senza un “interesse” preciso, che almeno li caratterizzerebbe come specie legata al ciclo della vita da regole opportunistiche ed utilitaristiche, questo tipo particolare di bracconiere spara in realtà a se stesso. I pastori, i contadini, gli allevatori non sono così, in genere, essi vengono comunque da culture antiche dove il rispetto per la natura e gli animali è nel patrimonio genetico. Un codice consolidato dovuto in parte alla tendenza “egoistica” della specie umana alla sopravvivenza, ed in parte alla sovrastruttura culturale tramandata, quella sì tipicamente umana, positiva, che permette di individuare nell’uccello, nell’albero, nel vento e nella maestosità della natura un valore da rispettare. A Mazara questo evidentemente non è accaduto. Il bracconiere non perde neanche tempo a cercare la preda che ha abbattuto, che ha ferito, e che si trascina tra i vigneti per almeno due giorni prima di morire, là dove neanche l’ultimo segnale GPS diretto ai “genitori adottivi” del CERM servirà a salvarla (due anziani volontari la cercheranno per giorni senza successo).

FOTO CMIGRAZIONI A RISCHIO
Clara ha fatto parlare di sé tutte le agenzie di stampa italiane ed europee. Solo gli avvistamenti di pantere e l’uccisione di Daniza, l’orsa trentina, si contendono il primato del clamore suscitato da questo atto di bracconaggio scellerato. Come non bastasse poi, Clara sembra chiamare la morte, da lì a pochi giorni, della sorella Bianca nell’entroterra tunisino a causa di un probabile boccone avvelenato. Lei era riuscita ad attraversare il Mediterraneo e ad approdare sulla costa africana, a differenza di Clara. Quest’anno poi atti del genere hanno interessato anche un’aquila di Bonelli a Trapani, due nibbi bruni e sono stati segnalati reiterati atti di depredazione dei nidi di Lanario e di Bonelli nei siti del nisseno e dell’agrigentino, mettendo a dura prova l’attività delle forze in campo, i volontari, i ricercatori, le forze dell’ordine, per la tutela delle specie animali, soprattutto dell’avifauna migratoria. L’Italia, insieme alla Spagna e alla Grecia è un importante corridoio faunistico, un’autostrada confortevole e fitta di oasi, per milioni di uccelli che dal Nord Europa vanno, dopo un grande “salto”, a svernare in Africa. Abbatterli quando si poggiano sfiancati su Ponza, Ischia, o in uno specchio d’acqua, su un valico montano, è un gioco da ragazzi, ma certamente sleale, come pure attirarli con marchingegni elettronici da richiamo, oggi sofisticate ed economiche applicazioni da smartphone.

IL PIANO DI AZIONE

L’Italia risulta essere tra i Paesi più a rischio per l’alta incidenza di abbattimenti illegali al punto di essere interessata per la individuazione di almeno sette hotspot, luoghi di alto rischio ove le azioni future di tutela e protezione dovranno concentrarsi. È il Piano di Azione per il contrasto degli illeciti contro gli uccelli selvatici, redatto nella Conferenza Stato Regioni del 2017 che delinea le strategie che Ministeri, Regioni, Organi di vigilanza, ISPRA e portatori d’interesse s’impegnano ad attuare per contrastare il fenomeno. Un piano articolato in 32 azioni in 5 aree d’intervento che prevede un coordinamento degli interventi (cabina di regia) dei Carabinieri Forestali del Raggruppamento CITES. Un primo rapporto è stato già presentato al Ministro dell’Ambiente Costa. In realtà molte azioni sono già svolte “a regime” dai Carabinieri Forestali e verranno sempre più implementate. Quest’anno infatti sono state effettuate le campagne antibracconaggio “Adorno” nello stretto, “Pettirosso” nelle valli bresciane, “Isole Pontine”, “Saline di Margherita di Savoia”, “Bonelli” nelle aree di nidificazione di aquila di Bonelli e Lanario in Sicilia, “Sirene di Ulisse” contro il prelievo di uova di Berta maggiore nell’Isola di Linosa. Assieme a una miriade di azioni e indagini sul traffico internazionale di avifauna, di indagini locali o nazionali.

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