NATURA E BIODIVERSITA'
Ali di Farfalla
07/06/2019

di Valerio Sbordoni
[Accademia Nazionale delle Scienze, detta dei XL]


In Italia i lepidotteri rappresentano un archivio di dati unico sullo stato di salute dell’ambiente

FOTO APERTURA - DIDA Foto di Chiara Ascolinio

È ormai nozione comune che la biodiversità, ossia il principale valore che caratterizza il nostro pianeta, è in progressivo impoverimento. Diverse specie di piante e animali sono ormai estinte o si trovano sul filo dell’estinzione, e moltissime altre, come documentato da una lunga serie di ricerche, riepilogate nelle liste rosse dell’International Union for Conservation of Nature (IUCN), vanno incontro ad un preoccupante livello di declino demografico e di contrazione dell’areale di distribuzione.

Siamo relativamente meglio informati sui vertebrati. La maggior parte degli studi sulla conservazione sono infatti focalizzati sulla salvaguardia di specie di mammiferi, uccelli, anfibi e rettili. Lo scopo della biologia della conservazione oltre a proteggere le specie e gli habitat “a rischio”, è anche quello di preservare la diversità genetica ed i processi ecologici ed evolutivi ai quali le specie sono legate.

FOTO B Melanargia arge_M.Tancia _V Sbordoni (20)In questo contesto, rispetto alla maggior parte dei vertebrati, gli insetti sono ubiquitari e straordinariamente più abbondanti, ma anche molto più sensibili e interattivi con le caratteristiche dell’ambiente, basti solo pensare alla molteplicità di rapporti che hanno con le piante e con gli altri viventi.

Tra gli insetti, i lepidotteri (l’ordine delle farfalle) contribuiscono significativamente alla biodiversità: circa 180mila specie descritte e molte ancora da scoprire. Non è un caso che queste creature siano oggetto di attenzione da parte del grande pubblico, che abbiano avuto un posto in tutte le arti, che siano oggetto di raccolta per la loro bellezza e soggetto di ricerca scientifica e delle pratiche di conservazione. Le farfalle hanno cicli di vita brevi, stagionali e/o annuali e reagiscono quindi rapidamente ai cambiamenti dell’ambiente. Inoltre la specializzazione delle larve di molte specie su determinate piante alimentari, e la loro stretta dipendenza dalla fisionomia e configurazione spaziale del paesaggio e del microclima, rendono molte specie di farfalle sensibili ai cambiamenti anche a piccola scala spaziale e temporale. Per questi motivi le farfalle rappresentano anche un sistema di allerta precoce per la perdita di biodiversità e altri effetti del cambiamento climatico sugli ecosistemi, e il loro utilizzo come bioindicatori è riconosciuto e largamente adottato nella maggioranza dei Paesi della Comunità Europea e del Nord America.

FOTO C - Hipparchia sbordonii_Ponza 18.VII.14 VS (3a)
IL DECLINO DEI LEPIDOTTERI

Ha creato grande allarme un recente articolo sulla rivista Biological Conservation, divulgato dal New York Times, che stima che più del 40% delle specie di insetti conosciute è in costante declino. È preoccupante che queste stime si riferiscano in larga misura a insetti impollinatori come i lepidotteri. Le farfalle di montagna, in particolare, sono risultate particolarmente sensibili al riscaldamento climatico che può alterarne la fenologia, provocare spostamenti verso aree più settentrionali e/o verso quote più elevate, e contribuire all'estinzione delle popolazioni presenti ad altitudini più basse e/o in aree marginali dell'area di distribuzione. La percezione degli effetti del cambiamento climatico sugli ecosistemi comincia a chiarirsi proprio grazie alle farfalle in quanto basata sull’analisi di grandi serie di dati (big data). Disporre di previsioni attendibili, a varie scale spazio-temporali, richiede ancora molto lavoro e le farfalle occupano un posto in prima fila come migliori descrittori delle mappe della biodiversità. Mentre la produzione di big data è già pratica comune in alcuni settori, come il telerilevamento, la previsione meteorologica e i mercati finanziari, la loro applicazione nel campo della biodiversità è ancora frammentaria. Tuttavia, i dati digitalizzati rappresentano una base essenziale per descrivere la distribuzione temporale e spaziale degli organismi, modellizzare la loro presenza passata e presente e prevedere la loro distribuzione futura in diversi scenari. Aggregatori internazionali di dati, come GBIF, Geobon, NCBI, TREEbase e Tree of Life sono esempi di sforzi per la raccolta di big data sulla biodiversità. In Italia il contenitore istituzionale è rappresentato dal Network Nazionale della Biodiversità con la sua banca dati gestita dall’ISPRA.

Tuttavia, gravi lacune limitano ancora l'uso di questi dati su scala globale. Queste lacune sono principalmente la conoscenza tassonomica delle specie e la copertura geografica delle segnalazioni, che devono essere rigorosamente georeferenziate.

La partecipazione di cittadini volontari nel quadro di programmi di Citizen Science può essere estremamente utile per colmare queste lacune, visto che gli strumenti di modellizzazione richiedono molti più dati rispetto al passato. Combinati con nuovi strumenti di analisi, i big data raccolti dai cittadini sono un'innovazione dirompente, che sta riconfigurando l'idea sulla conduzione delle attività di ricerca.