NATURA E BIODIVERSITA'
A PESCA SU LAGHI E FIUMI
18/07/2019
di Lorenzo Baldi

La gestione delle acque interne secondo indicazioni scientifiche tutela la fauna autoctona e la qualità dell’ambiente

FOTO APERTURA - Foto S. Fattori

Un atlante completo dei fiumi, dei laghi e dei corsi d’acqua di tutta Italia non esiste, ma ci sono comunque regioni, come il Piemonte, che grazie a un piano paesaggistico regionale riesce a fornire l’elenco e la mappa interattiva di tutti i suoi 50mila corsi d’acqua. Un numero impressionante e forse nemmeno immaginabile che, se rapportato alle altre regioni, ci permette di poter ipotizzare un quadro di questo incredibile e variegato patrimonio di acque interne popolate da circa cinquanta specie di pesci autoctoni, di cui 13 endemiche, e da una trentina di specie alloctone, cioè immesse dall’uomo sia volontariamente che accidentalmente a scopo di ripopolamento.

Proprio queste immissioni, nel corso degli ultimi 15-20 anni, hanno letteralmente stravolto la fauna presente in molte delle nostre acque, permettendo ad alcune specie di prendere il sopravvento su altre, facendole praticamente sparire da quell’ecosistema.

FOTO B - Barbo europeo di grossa taglia catturato nelle acque del Po ferrarese - Foto s. FattoriTanto per rendere l’idea, basta pensare a come sono cambiate le cose nel giro di pochi anni nel medio basso corso del Po, il nostro grande fiume un tempo popolato da cavedani, carpe, alborelle, carassi, storioni, lucci, anguille e persici ed oggi invece regno indiscusso del barbo europeo, della breme e del siluro. Quest’ultimo grande predatore originario dell’est Europa che può raggiungere senza problemi i due metri di lunghezza e i 100 chilogrammi di peso. E che dire invece del tratto di Arno che scorre in provincia di Pisa, letteralmente invaso, come molti dei suoi affluenti e dei canali limitrofi, dall’Ictalurus punctatus, meglio conosciuto come pesce gatto americano o channel catfish, una specie molto vorace in grado di arrivare, nelle nostre acque, anche a oltre 10 chili, o dei canali che scorrono nella zona delle Terme Euganee, caratterizzati dall’acqua un po’ più calda del normale e dalla presenza massiccia della tilapia, un pesce appartenente alla famiglia dei ciclidi originario delle acque tropicali di Africa, Sud America e Asia.

FOTO CLE SPECIE ITALIANE

In mezzo a questo variegato zoo ittico, abbiamo fortunatamente anche il rovescio positivo della medaglia, con alcune acque italiane, tante delle quali spesso bistrattate, poco considerate e pure malate, ancora oggi ricche di importanti endemismi. Tra questi, la trota marmorata, il più grande salmonide italiano presente in molte acque pregiate del nord Italia, la trota macrostigma, tipica di alcune acque del Centro e delle Isole maggiori, per arrivare allo scazzone, al gambero d’acqua dolce, alla rovella, al barbo tiberino, allo Squalius lucumonis tipico di alcuni corsi d’acqua toscani ed alla meravigliosa ed unica trota fario mediterranea, indiscussa regina dei torrenti dell’Italia peninsulare e di alcune zone piemontesi e liguri.

Proprio per tutelare queste importanti peculiarità, da alcuni anni a questa parte, in molte zone d’Italia e specialmente nelle acque pregiate (quelle abitate da trote e temoli), le istituzioni e le associazioni dei pescatori hanno iniziato a lavorare per un obiettivo comune, rappresentato dalla corretta gestione di fiumi, laghi e torrenti secondo precise indicazioni scientifiche, volte soprattutto alla tutela della fauna autoctona, ottenendo risultati di assoluto valore che ci fanno sperare in un futuro migliore.

Nel 2017 è stato anche firmato un importante Protocollo d'Intesa tra la Federazione Italiana Pesca Sportiva ed Attività Subacquee (FIPSAS) e l’Arma dei Carabinieri per la prevenzione e il contrasto dell'illegalità e la tutela dell'ambiente fluviale, lacustre, della fauna autoctona ed esotica in essi esistente, per la realizzazione di progetti, studi e ricerche, nonché per la sensibilizzazione e l’educazione ambientale. La Federazione è presente sul territorio nazionale con circa 1.000 guardie giurate particolari ittiche che, in molti casi, hanno competenza anche in ordine alla tutela e salvaguardia del patrimonio naturale con particolare riferimento a quello circostante gli ambienti acquatici.

FOTO D - Piccolo esemplare di siluro pescato in Toscana - Foto S. FattoriLA PESCA SPORTIVA

Molto praticata nel nostro Paese è la pesca sportiva in acqua dolce, una disciplina tradizionale che oggi viene vissuta sempre di più all’insegna del No kill e del Catch & Release, le recenti e universali filosofie alieutiche che prevedono il rilascio immediato del pesce subito dopo la cattura. Ogni regione disciplina la pesca sportiva nelle proprie acque con regole diverse, ma la conditio sine qua non per praticare la pesca sportiva è quella di possedere la Licenza di pesca dilettantistica tipo B, documento indispensabile per pescare nelle acque interne italiane. Maggiori info si possono ottenere sui siti web delle varie Regioni o alle sezioni provinciali della Federazione Italiana Pesca Sportiva e Attività Subacquee.

FOTO FLA PESCA PROFESSIONALE

Molto meno praticata rispetto a quanto viene fatto in mare, la pesca professionale in acqua dolce è - in questo momento - certamente un tema spinoso e molto delicato da affrontare e per farlo in maniera obiettiva e senza pregiudizi, occorre distinguere nettamente il fenomeno del bracconaggio con la pesca sostenibile praticata da professionisti seri seguendo alla lettera le leggi in materia, che sono diverse da regione a regione. In molti corsi d’acqua della pianura padana la presenza di tanto pesce e la quasi totale assenza della pesca professionale indirizzata soprattutto a queste “nuove” specie ha attirato l’attenzione di gruppi di pescatori organizzati, perlopiù provenienti dall’estero, con l’obiettivo di catturare, con qualunque mezzo e senza limiti, più pesce possibile, per poi indirizzarlo sui mercati dell’est Europa, dove ha un buon mercato. Una piaga che le istituzioni e gli organi preposti alla vigilanza combattono ogni giorno nella speranza di vincere, in breve tempo, una battaglia decisiva per le nostre acque.

In Italia comunque, non ci sono solo i bracconieri, ma anche professionisti che nell’assoluto rispetto delle leggi e delle regole praticano la pesca professionale soprattutto nelle acque dei grandi laghi prealpini e del Centro Italia, con l’obiettivo di catturare persici reali, trote lacustri, coregoni, tinche, agoni e lucci, tutti pesci protagonisti di piatti tipici della tradizione rivierasca.

Alla domanda se il pesce d’acqua dolce è buono e sicuro in tavola, dobbiamo rispondere sostanzialmente di sì, ma non tutto, e soprattutto che questo fattore dipende principalmente da dove arriva sui banchi del mercato. Ad esempio, le trote provengono prevalentemente da allevamenti italiani, mentre persici reali, lucci e coregoni dall’attività di pesca professionale sui laghi prealpini. Poi ci sono i pesci che provengono dall’estero e qui la cosa diventa delicata.

I più comuni sul mercato italiano sono i filetti di persico africano e di pangasio. Il primo viene pescato principalmente nella zona del lago Vittoria in Africa, trasformato in filetti e trasportato in aereo in Europa dopo essere stato sfilettato e selezionato negli impianti di lavorazione locali. La sua fase di commercializzazione si conclude diversi giorni dopo la lavorazione. Il secondo invece, conosciuto come Pangasius hypophthalmus è un pesce che viene allevato in maniera intensiva in zone ad alto rischio di inquinamento come la Thailandia, la Cambogia o il delta del Mekong in Vietnam.