FOCUS
ECO-ANSIA E PERDITA DEL LUOGO
16/06/2020


donna-ecologiaViviamo un tempo complicato in cui la natura sta mettendo a dura prova la presunta supremazia dell’uomo. È il ritorno delle paure come quella cronica della rovina ambientale. Può provocare attacchi di ansia e a soffrirne sono soprattutto i giovani. In cima alle loro preoccupazioni ci sono i cambiamenti climatici. La chiamano eco-ansia e consiste nel timore di una catastrofe naturale imminente a cui si aggiunge quello di non riuscire a sopravvivere. La fascia di età più a rischio è quella tra i 10 e i 30 anni, in cui personalità ancora in evoluzione vivono una sensazione di assoluta impotenza di fronte a queste tematiche. Ma l’eco-ansia, che deriva principalmente dall’incapacità adattiva a un problema, si manifesta con sintomatologie importanti, come panico, insonnia, depressione e riguarda anche il senso di colpa o la sensazione di impotenza per il mancato controllo sulla natura. E, specialmente nei giovani, questa sensazione coincide con il timore di non riuscire più a trovare lavoro in una realtà complessa e senza prospettive. Gli eco-psicologi confermano che esiste una stretta relazione tra il crescente disagio individuale, esistenziale e sociale e l’aumento del degrado ambientale. Il modo migliore per superare questi disagi sarebbe il ricongiungimento con la natura, anche attraverso la partecipazione e l’attivismo ambientale. Oltre ai giovani, i più colpiti sembrano essere le donne in gravidanza, le neomamme, le persone con patologie mentali pregresse e i soggetti economicamente più svantaggiati.

C’è poi la paura di chi viene colpito da disastri naturali improvvisi che comportano migrazioni forzate, perdita di tradizioni culturali e identitarie. Questi eventi possono far insorgere la solastalgia, neologismo coniato nel 2003 dal filosofo australiano Glenn Albrecht il quale indica così il sentimento di nostalgia che si prova per un luogo devastato dalla furia naturale, nonostante si rimanga in quel luogo. Questo particolare stato emotivo si manifesta quando il proprio ambiente viene alterato da mutamenti repentini che esulano dal nostro controllo. E in certi casi prevale la rassegnazione contro la forza distruttrice di una natura che si ritiene alterata dalla responsabilità umana, fino ad arrivare ad eccessi come quello del Birth Strike, gruppi di persone che si rifiutano di avere figli fino a quando non si fermerà il cambiamento climatico. La perdita di un luogo così come lo si conosce non è un’esperienza banale, spiega un rapporto dell’American Psychological Association, la sua alterazione fa perdere stabilità, identità personale, felicità e ottimismo, influenzando negativamente il lavoro, le relazioni interpersonali e la salute fisica. Tra le misure per prevenire questi disagi, l’educazione alla salute pubblica e una giusta comunicazione del rischio possono contribuire a mitigare effetti così devastanti sulla nostra vita.