ANIMALI
Il grande sonno
01/09/2016

Il letargo dei mammiferi può durare pochi giorni, settimane o mesi e in alcune condizioni essere interrotto. Prima, però, tutti gli animali necessitano di immagazzinare energia sufficiente per il periodo di inattività

Il letargo può essere definito come uno stato di inattività durante il quale un animale muta il ritmo delle proprie funzioni vitali. Tale adattamento non è proprio solo dei mammiferi ma interessa, pur con meccanismi fisiologici diversi, molti gruppi animali: rettili, anfibi, invertebrati.
Per questi animali, comunemente detti a “sangue freddo”, per i quali la temperatura corporea dipende da quella dell’ambiente esterno, il letargo è un percorso obbligato poiché la stagione fredda determina automaticamente una drastica riduzione delle funzioni vitali. Invece tra gli animali a “sangue caldo” o omeotermi (mammiferi e uccelli) solo alcune specie hanno sviluppato forme di adattamento di tipo letargico. In realtà negli uccelli tale fenomeno risulta piuttosto raro ed è stato verificato con certezza solo per una specie di uccello notturno del Nord America. Durante il letargo i mammiferi riducono drasticamente il loro dispendio energetico a riposo, altresì definito scientificamente “metabolismo basale”, che comprende l’energia necessaria per la respirazione, la circolazione sanguigna, la digestione, l’attività del sistema nervoso, ecc.

Il letargo in alcune specie può comportare una riduzione sensibile del metabolismo basale (ad esempio nell’orso polare fino al 75%) e tale riduzione viene ottenuta attraverso un abbassamento della temperatura corporea, una vasocostrizione della circolazione periferica, un rallentamento della respirazione e del battito cardiaco, ecc. Un altro adattamento importante consiste nel mantenere inalterate le funzioni renali avendo un organismo capace di riassorbire nel corpo durante il letargo i propri bisogni fisiologici. Il letargo è necessario per superare stagioni sfavorevoli dal punto di vista climatico nelle quali diventa difficile reperire le risorse alimentari. Il letargo ha Il grande sonno di Marco Panella come funzione principale il risparmio di energia e come ovvio diventa più comune nelle specie procedendo verso i climi polari e montani. una questione di metabolismo.

Lo stato letargico però contrariamente a quanto generalmente pensato non è esclusivo dei mesi invernali e dei climi freddi poiché alcune specie, al contrario, rallentano il proprio metabolismo anche in situazione climatiche miti. Un esempio in tal senso è una specie appartenente ai lemuri, gruppo di scimmie primitive del Madagascar, che entra in letargo per molti mesi durante i quali le piante di cui si nutre non sono disponibili.
È questa una recente scoperta di grande interesse scientifico perché per la prima volta riguarda il letargo in una specie “superiore”. Si possono genericamente distinguere gli animali che presentano un vero letargo annuale obbligatorio o “ibernazione” da quelli che entrano in un letargo con modificazioni fisiologiche più blande. Sono tipicamente caratterizzati da un letargo “profondo” il riccio, le marmotte, alcuni pipistrelli e diverse specie di roditori: tra questi il ghiro è divenuto un’icona del sonno. Recenti studi hanno appurato che in situazioni di carenze alimentari i ghiri possono entrare in letargo in qualsiasi periodo dell’anno e per alcuni individui il letargo annuale si è protratto 11 mesi! Il cuore di un ghiro, che in condizioni di veglia batte a un ritmo superiore ai 200 battiti al minuto, durante il letargo batte 10 volte al minuto e la sua temperatura corporea scende da 38 °C a 2-3 gradi! Più comunemente nel regno animale il letargo può però avere livelli di intensità minore e può talvolta essere assimilabile ad uno stato di quiescenza o torpore. Tale variabilità dipende da vari fattori, anche nell’ambito della stessa specie, a seconda delle condizioni climatiche e dello stato individuale di salute dell’animale.


Quindi in alcuni organismi esso può durare pochi giorni, settimane o mesi. Tra le specie viventi in Italia sono soggetti a questo genere di letargo, ad esempio, gli orsi bruni e i tassi. Questi animali qualora se ne presentino le condizioni possono interrompere per alcuni periodi il loro letargo ed entrare in attività anche nella stagione sfavorevole. Le modalità e la localizzazione delle aree di letargo sono molto variabili a seconda delle esigenze ecologiche delle specie. Alcune di esse, tra cui le marmotte, svernano in tane o ricoveri appositamente allestiti. Le marmotte preparano camere sotterranee collettive tappezzate con grandi quanBiodiversità di materiale vegetale raccolto appositamente. Inoltre il tunnel, di qualche metro di lunghezza, che collega la camera alla superficie viene ostruito con un tappo isolante formato da un miscuglio di terra e pietre. La sCorta energetica Tutti gli animali prima di entrare in letargo necessitano di immagazzinare una quantità di energia sufficiente per far fronte all’intero periodo di inattività. La maggior parte delle specie attraversano la fase cosiddetta dell’iperfagia mangiando grandi quantità di cibo e accumulando così grandi quantitativi di grassi nel corpo. Nelle specie soggette al letargo oltre al tessuto adiposo normale, comunemente detto “grasso bianco”, ne esiste un altro tipo detto “grasso bruno”, per lo più localizzato sul petto, sul collo e sulle spalle dove forma depositi anche detti impropriamente “ghiandole ibernanti”. Il grasso bruno può generare rapidamente una considerevole quantità di energia a disposizione dell’organismo ed è quindi particolarmente importante al risveglio. In ricerche effettuate sui ricci, ad esempio, è stato dimostrato che il grasso bruno può essere prontamente mobilizzato in modo da portare la temperatura corporea dell’animale in solo tre ore da 1 a 5 gradi centigradi fino alla temperatura basale di 35 °C.
La necessità di disporre in inverno di energie in eccesso è anche maggiore nelle femmine di alcune specie di mammiferi poiché il periodo del letargo coincide con la gestazione e con il parto. Pertanto nella tana invernale la madre dovrà anche provvedere al primo allattamento dei cuccioli. È questo il caso dell’orso bruno. Il letargo rappresenta un momento molto delicato nella vita di un mammifero soprattutto per le specie minacciate di estinzione. L’orso bruno marsicano necessita di tane di svernamento poste in cavità rocciose indisturbate che, in condizioni favorevoli anche durante la stagione fredda, può abbandonare senza rischio per brevi sortite esterne. In tali aree la femmina partorisce e comincia l’allevamento dei cuccioli e con la ripresa primaverile la famiglia deve godere della massima tranquillità. Sarebbe pertanto fondamentale la tutela rigorosa e integrale delle aree limitrofe a quelle di letargo che dovrebbero sempre essere protette dall’accesso degli uomini. La stessa attenzione è basilare nella salvaguardia delle aree di alimentazione pre-letargica poiché il superamento dell’inverno e la riproduzione dipendono in buona parte dalla capacità di accumulo dei grassi.


In Abruzzo è soprattutto il frutto del faggio che fornisce il maggiore apporto energetico. Il disturbo causato dalle attività umane agli orsi durante la fase dell’iperfagia può avere conseguenze gravi e in tal senso può risultare particolarmente critico l’impatto dell’attività venatoria con particolare riferimento alla caccia al cinghiale praticata con l’ausilio di mute di cani. Per tali motivi nelle aree di presenza dell’orso le istituzioni coinvolte e tra esse il Corpo forestale dello Stato lavorano, nel contesto del Piano d’Azione nazionale per la Tutela dell’Orso bruno Marsicano (PATOM), per la definizione e il rispetto di una disciplina della caccia compatibile con la conservazione dell’orso.

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