ANIMALI
Che non sia " l'ultima occasione"
01/07/2016
di Flavio Rosati

Tra le pagine di un libro e di un diario di viaggio, una riflessione profonda singolare sullo stato del Pianeta, sulla convivenza tra uomo e altre specie dietro lo spettro dell'estinzione

ePer tutti noi presto potrebbe essere l’ultima occasione non solo per scongiurare la scomparsa di piante e animali sempre più rari, ma anche, semplicemente, per poterli osservare in tutta la loro formidabile bellezza. L’ultima occasione è il titolo di un libro che Douglas Adams, scrittore umoristico e sceneggiatore britannico scomparso prematuramente nel 2001 alla soglia dei 50 anni, autore della celebre
Guida galattica per gli autostoppisti, e lo zoologo Mark Carwardine hanno dedicato agli animali in via d’estinzione: dal terribile varano di Komodo in Indonesia all’indifeso kakapo della Nuova Zelanda, dagli imponenti rinoceronti africani ai delfini baiji del Fiume Azzurro. L’estinzione di piante e animali ha seguito il suo corso per milioni di anni, al ritmo di una specie ogni secolo. Il picco del fenomeno è stato però raggiunto negli ultimi cinquant’anni, con un’ accelerazione vertiginosa: ogni anno oltre un migliaio di specie diverse scompare.
Tra le pagine del libro uscito da poco in Italia si snoda il diario di un viaggio, realizzato nel 1990, intorno al mondo alla ricerca di creature esotiche minacciate da un imminente pericolo; un libro divertente nel narrare di circostanze e incontri paradossali, ma al tempo stesso venato di una tristezza che nasce nel toccare con mano la superficialità e l’avidità dell’essere umano nei confronti della natura. Nato come serie radiofonica per la BBC,“L’ultima occasione” ci offre uno sguardo appassionato sulla bellezza e la fragilità del mondo naturale. Douglas Adams aveva a cuore in particolare la sorte dei gorilla e dei rinoceronti, per i quali finanziò iniziative internazionali di tutela. All’inizio degli anni novanta iniziò ad appassionarsi in particolare di biologia evolutiva e zoologia. Considerava questo il libro più importante che avesse scritto in tutta la sua carriera. Iniziò in quel periodo un lungo rapporto di amicizia con il biologo evoluzionista Richard Dawkins, che ha curato l’introduzione del libro e che scrisse poi un commiato per Il salmone del dubbio, ultima opera di Adams rimasta incompiuta.
Al di là della caratteristica ironia di stile e della ricchezza di informazioni, il libro rappresenta un incitamento per ogni lettore a offrire il proprio personale contributo in un’ottica di tutela della natura e delle specie a rischio. È un monito da parte di chi ha visto in prima persona devastazioni difficili anche solo da immaginare. Per quanto la natura abbia una sua notevole capacità di recupero, c’è un limite a tutto. Nessuno sa quanto siamo vicini a questo limite. Più si fa buio e più noi guidiamo veloci. C’è un ultimo motivo per preoccuparsi, e io credo sia di per sé sufficiente.
È il motivo per cui così tante persone hanno dedicato la loro vita alla protezione di animali come i rinoceronti, i parrocchetti, i kakapo e i delfini. Semplicemente questo: senza di loro il mondo sarebbe un luogo più povero, più tetro, molto più solitario
. Disarmante e profonda è la verità di questo passaggio del libro come lo può essere lo sguardo di un gorilla, una delle tante specie minacciate (è inserita nell’appendice I della Convenzione Internazionale di Washington) che popolano le righe del testo e animano il diario di viaggio dei due autori. Sembrano umani, si muovono come persone, come loro tengono le cose fra le dita. Le espressioni che attraversano la loro faccia, e quegli sguardi, ci colpiscono immediatamente come fossero espressioni e occhi umani. Li guardiamo in faccia e pensiamo: «Ti conosco». Ma non li conosciamo… Anzi, proprio perché ci basiamo su facili analogie e ipotesi tentatrici rendiamo impossibile arrivare anche a una briciola di comprensione di quello che sono veramente. f
È dannatamente difficile non fare paragoni antropomorfi. Ma tutte quelle impressioni ti schiacciano, perché fanno scattare un riconoscimento immediato, per quanto illusorio. Tuttavia è solo un modo di descrivere quello che sembra. Guardai di nuovo il gorilla negli occhi. Erano intelligenti e saggi. Pensai a quelli che vogliono insegnare alle scimmie a parlare. Parlare la nostra lingua. Ma perché? Ci sono numerosi membri della nostra specie che vivono a stretto contatto con la foresta, la conoscono e la comprendono. E noi non li ascoltiamo neppure. E vorremmo stare ad ascoltare quello che ha da dirci una scimmia? E in che lingua potrebbe raccontarci della sua vita? Pensai che forse non sono le scimmie a dover acquistare un linguaggio, ma siamo noi ad averne perduto uno. Lo sguardo così simile al nostro ma misterioso e inafferrabile di un gorilla, di tanti gorilla che potrebbero diventare troppo pochi, può scuotere e far riflettere sulla nostra provenienza, sugli intrecci delle linee evolutive, su dove stiamo andando e come stiamo trattando ciò che in maniera inequivocabile ci accomuna e ci contiene: la ricchezza naturale del nostro Pianeta.

#Natura - anno XVII - N. 93   Luglio-Agosto 2016