AMBIENTE
VALORE DOCUMENTARIO DELLE FORESTE DEI MONTI DELLA TOLFA
03/11/2021

di Francesco Spada  - Già Professore di Botanica sistematica e Fitogeografia presso l’Università degli Studi  di Roma “La  Sapienza”, ora studioso, ospite presso il Departement of Plant Ecology and Genetics, Evolutionary
Biology  Center, Università di Uppsala, Svezia



FotoVengono qui presentate le caratteristiche più rilevanti di alcune forme di vegetazione forestale diffuse nel distretto dei Monti della Tolfa, promontorio tirrenico del Lazio settentrionale e nei rilievi immediatamente adiacenti.  Il territorio è contraddistinto dalla presenza di faggete sotto-quota e da aspetti anomali della zonazione altitudinale delle foreste sempreverdi mediterranee e temperate decidue, oltre a una diffusa relittualità e affinità orientali nella composizione specifica dei consorzi, alcuni dei quali rappresentati da popolamenti vetusti di notevole interesse documentario e conservazionistico. Particolare riguardo viene riservato a disgiunzioni di queste formazioni lungo il gradiente topografico locale e al loro significato nella ricostruzione della genesi del popolamento vegetale della regione.

Herewith a selection of the most relevant forest communities of a Tyrrhenian coastal Inselberg in Northern Latium (Central Italy) is presented. In the area the local forest zonation along the altitudinal gradient displays anomalous traits, with frequent disjunctions throughout the sequence. The local beech forest of the upper summits grows at much lower elevations than in the zonal sequence of the main Apennine chain, suggesting a high generalized degree of relictuality in the assessment of the local forest communities, some of them represented by high-value, old-growth stands, mirroring former crucial events of environmental changes. Aspects of their geobotanical foundations are outlined focusing on the reconstruction of the vegetation history of the area.

Bastione montuoso che limita a occidente la platea subcostiera della Campagna Romana, il promontorio tirrenico dei monti della Tolfa si erge, rigoglioso di foreste, all’orlo di quel paesaggio pianeggiante e deforestato da tempo immemorabile, che fu lo spettacolare scenario del raduno autunnale e dello svernamento degli armenti, per millenni colà affluiti lungo gli itinerari della transumanza centro-appenninica.

Questo acrocoro di colline vulcaniche, dovuto a eruzioni di lave acide alto-plioceniche, intruse nelle argille e nelle calcareniti preesistenti, vanta un patrimonio di foreste che per estensione e stato di conservazione si presenta oggi del tutto insolito nel paesaggio del litorale tirrenico a queste latitudini. 

Nonostante la persistenza fin ai giorni nostri di una tenace tradizione di pastorizia brada basata sull’allevamento stanziale di bovini podolici ed equini maremmani, nonostante secoli di attività estrattiva per lo  sfruttamento delle miniere di alunite per la produzione dell'allume, cui è legata la storia locale (XVI-XIX secolo) e nonostante la densità di borghi d’altura di agricoltori protostorici dall età del bronzo in poi e, a millenni di distanza, di “CASTRA ” dell’incastellamento medievale dei secoli X-XIII, sorprendente è infatti la persistenza di aree boscate  così vaste e lembi di  foreste vetuste, in un territorio di così antica e intensa colonizzazione umana.  Verosimile è il contributo di una storica oculata gestione della provvigione legnosa locale necessaria ai processi di lavorazione dell’allume, così come il venir meno di questa industria nei primi decenni dell’Ottocento e il conseguente spopolamento e ruralizzazione sub-recente dell’economia locale, che hanno inevitabilmente innescato il recupero se non della superficie boscata, per lo meno di struttura e grado di maturità dei popolamenti.  

Comunque sia, uno dei pregi di maggior rilievo di questi boschi è rappresentato non solo dalla loro composizione floristica ma, soprattutto, dalla loro anomala zonazione altitudinale lungo il gradiente topografico che, dal livello del mare, raggiunge la quota massima di 633 m s.l.m. con la cima di Monte Maggiore.

 Vistose disgiunzioni vedono, in questo scenario, lembi di foreste mediterranee sempreverdi proprie della fascia orometrica basale sublitoranea a leccio (Quercus ilex) e sughera (Quercus suber), proporsi anche alla sommità del rilievo occupato da foreste decidue temperate di clima non mediterraneo, più freddo. È  il caso della lecceta extrazonale (rispetto alla classica zonazione appenninica) accantonata sulla vetta  di Monte delle Grazie a nord dell’abitato di Allumiere e di Poggio Elceto, quest’ultima contigua alla faggeta locale. Il caso più clamoroso è costituito dalle popolazioni di Sughere alla base del versante a mare del bastione trachitico su cui sorge Tolfa che, in consociazione a Corbezzolo (Arbutus unedo), Erica (Erica arborea), entrambe specie francamente  mediterranee  e Agrifoglio (Ilex aquifolium), specie sempreverde  di antica, verosimile segregazione mediterraneo-montana,  proseguono con individui residuali entro il tessuto urbano antico e recente  su spuntoni non edificati lungo il tracciato di  cresta fin alla località di Madonna della Sughera, ove entrano in contatto nientemeno che con una foresta decidua mista a Castagno (Castanea sativa),  Rovere  (Quercus petraea), Cerro (Quercus cerris), Carpino bianco (Carpinuns betulus),Carpino nero (Ostrya carpinifolia) e Faggio (Fagus sylvatica) delle pendici orientali e settentrionali di Monte Maggiore. Analoghi sono struttura e significato della sughereta di Sasso, sulla sommità delle vette dell’allineameto a mare del rilievo Cerite, minacciata irrimediabilmente dalle attività di estrazione di inerti. Si tratta pertanto di testimonianze preziose di escursioni altimetriche pregresse di vasta portata da parte  di intere fasce di vegetazione zonale, che han lasciato lungo il loro tragitto retroguardie, nuclei  relitti. Solo in questa prospettiva possono esprimere appieno il loro valore documentario di drammatiche fluttuazioni climatiche pregresse, i rari individui di Teucrium flavum, suffrutice termo-mediterraneo di garighe costiere, attestati  oggi sulla vetta del domo lavico  di Tolfa in un contesto di potenziale foresta temperata decidua. Ed è il caso degli individui di Assenzio arboreo (Artemisia arborescens), arbusto di grandi dimensioni, noto per le rupi costiere calcaree più aride a sud della latitudine di Terracina, a gravitazione mediterraneo-atlantica (di biomi subdesertici),  accantonato su di un emergente deposito gessoso nella cerreta subcostiera alla base del rilievo tolfetano, prossima alla foce del Rio Fiume in località Casale La Scaglia, a sua volta vicina alle stazioni di Anagyris phoetida, alberello dei semideserti Irano-Turanici reperibile, in rari esemplari, su detrito torrentizio alla foce del Mignone, analoga testimonianza di eventi marcatamente caldo-aridi della storia climatica del distretto.  

Foto2Il lembo di faggeta di monte Urbano (627 m s.l.m.) rappresenta uno degli elementi di valore documentario più pregevole del comprensorio e della vegetazione forestale medio-tirrenica tutta. Situato all’interno di una fascia altimetrica bassissima compresa fra 500 e 633 m s.l.m.(M. Maggiore), il celeberrimo “Faggeto di Allumiere”costituisce la copertura forestale della sommità dell’acrocoro tolfetano, esteso sulle sue quattro vette più elevate (M. Maggiore, M. Urbano, M. Faggeto, Poggio Elceto), con digitazioni anche ben al di sotto di tale quota, scendendo, con  popolazioni isolate o singoli individui di Faggio accantonati in alcuni  valloni  del bacino del Rio Fiume, anche a 150 m s.l.m. Comportamento eccezionale per la specie, che trova eguali solo alle falde settentrionali del Promontorio del Gargano, su substrati completamente differenti ma analoga  storia di colonizzazione a cavallo delle fluttuazioni climatiche tardo-Quaternarie. Su questi lembi di faggeta tolfetana, B. Anzalone (1961) costruì negli anni ’50 del secolo scorso il concetto di “faggeta depressa”, che in seguito G. Montelucci ribattezzo’ con efficace inventiva scientifico-letteraria “faggeta abissale”. Entrambi i termini  enfatizzano mirabilmente l’anomalo  comportamento locale del Faggio che, va ricordato, si colloca, di norma nella zonazione altitudinale classica della dorsale interna dell’Appennino (Pignatti 1979), nientemeno che al di sopra dei 900 m di quota, raggiungendo il limite assoluto della vegetazione arborea poco al di sotto dei 2000 m s.l.m., oltre al quale limite si estendono quelle brughiere e praterie di altitudine che, sulle  vette più elevate del massiccio laziale-abruzzese, si popolano addirittura di elementi della flora erbacea e arbustiva di filiazione artico-alpina.

La composizione floristica di queste faggete “abissali” subcostirere annovera eccezionalmente una significativa aliquota di specie sempreverdi di antichissima origine sub-tropicale, non comuni o del tutto estranee alle faggete zonali delle quote medio-alte della catena appenninica. Nel sottobosco  si accantonano tappeti di Edera (Hedera helix), qui confinata alla superfice del suolo dalla ombrosità del sito,  Pervinca (Vinca minor), Olivella (Daphne laureola), cospicue coorti di rinnovazione di Alloro (Laurus nobilis)  e soprattutto  Agrifoglio, presente in folte popolazioni che formano a tratti un piano subordinato al di sotto della volta forestale  dominata dalle chiome dei Faggi, pressoché monofitica e con esemplari vetusti e decrepiti solo in corrispondenza dell’impluvio della testata di valle compresa fra Monte Urbano e Monte Maggiore.  L’Agrifoglio  è oggi in vigorosa ripresa a seguito del divieto regionale di raccolta (1973) per scopi decorativi, che aveva ridotto in precedenza a basso cespugliame tutta le popolazioni locali. Questi nuclei di sempreverdi nel sottobosco della faggeta abissale possono esser considerati testimonianza del processo di ingressione del faggio nel corso del raffreddamento quaternario in forme di vegetazione mediterraneo-montana sempreverde a Ilex sp.pl., epigoni, relitti di quella foresta di  laurofille sempreverdi che ricopriva l’Europa meridionale alla fine del Terziario.

L’assetto delle faggete depresse del tolfetano è pertanto rappresentativo non solo di condizioni ambientali attuali del sito di vetta costiera, con cospicuo apporto di precipitazioni orografiche, quanto piuttosto retaggio di eventi della storia pregressa del clima locale nel corso del Quaternario superiore e della complessa storia della ricolonizzazione post-glaciale nel corso degli ultimi 15 mila anni da parte della flora arborea nell’Italia appenninica. Questa è regola generale, spesso trascurata nel computo delle causalità, dando le scienze ecologiche la preferenza a una dipendenza della composizione floristica del manto forestale da caratteristiche fisico-chimiche e idrologiche attuali dei rispettivi substrati. Queste condizioni hanno certamente agito come filtri nel processo di reclutamento delle specie che da allora in poi, nel corso del tempo, son venute a imporsi nel dominio della copertura vegetale degli ultimi millenni fino all’esordio della occupazione umana del territorio.  Ma il serbatoio di base, il complesso delle specie in gioco nel reclutamento selettivo prodotto dalle limitazioni dovute ai caratteri ambientali del sito, è piuttosto frutto delle alterne vicende della storia del clima locale, storia  che ha radici in premesse ambientali ed eventi di speciazione, colonizzazione, estinzione, ampliamento o ritiro dei rispettivi areali di distribuzione di queste stesse  specie,  ben più lontani nel tempo, restituiteci  solo dalla ricostruzione attraverso le indagini paleobotaniche effettuate su  carotaggi in sedimenti palustri delle regioni circostanti.

Il Faggio stesso, considerando la presenza alle quote sommitali dell’acrocoro di nuclei extra-zonali di vegetazione mediterranea termofila a Sughera e Leccio e la sua stessa clamorosa disgiunzione altimetrica e geografica dalle foreste del suo dominio appenninico zonale, rivela di aver saputo persistere in loco durante quelle fasi climatiche più calde rispetto all’attuale, che hanno determinato a suo tempo la risalita altimetrica della vegetazione mediterranea sempreverde.  Sulla persistenza locale del faggio ha certamente influito anche la sua capacità di emissione di getti dall’apparato radicale a distanza dalla pianta madre, fenomeno osservato con frequenza su individui di Monte Urbano. Ciò determina la formazione di popolazioni clonali, cosa che a sua volta può aver consentito alla specie la capacità di sottrarsi al disagio di periodi sfavorevoli alla riproduzione da seme, superando così vicende climatiche avverse anche per prolungati periodi.

Il grande assente nel tolfetano,  in questo consorzio di faggeta sotto-quota a carattere mediterraneo-montano, è il Tasso (Taxus baccata), compagno pressoché obbligato dell’Agrifoglio nel  piano subordinato della faggeta termofila delle basse quote dell’Appennino calcareo costiero e interno, indicatore, con quest’ultimo,  di aspetti mediterraneo-montani della foresta a sclerofille sempreverdi (Leccio e Sughera) nella Corsardinia, ma non rinvenuto finora nel comprensorio allo stato spontaneo. Indicazioni per Oriolo Romano si riferiscono a esemplare (o esemplari?) verosimilmente in coltura.

Questa lacuna biogeografica nella distribuzione peninsulare del Tasso è di estremo interesse scientifico per la comprensione degli eventi del popolamento vegetale attuale dell’Italia appenninica. Il Tasso non compare nella documentazione paleobotanica riferibile alla zona, almeno nel corso dell’ultimo ciclo glaciale e del Quaternario superiore, il che ne esclude una eventuale eliminazione da parte delle attività umane. La specie non sembra quindi esser riuscita a conquistare e imporsi competitivamente nella compagine della vegetazione dello scenario climatico sub-recente nei distretti laziali di questi substrati trachitici alto-pliocenici, per mancata  diffusione dai nuclei ben più antichi, verosimilmente finiterziari, localizzabili nelle dorsali calcaree lepine,  ausonio-aurunche  e sabine, già in posto anteriormente alla emergenza delle vulcaniti laziali.

Foto3Tanto più preziose testimonianze di questi eventi della storia ambientale locale sono pertanto i frammenti estremamente esigui di consorzi a Leccio, Alloro, Corbezzolo,  Agrifoglio e Faggio in località La Bianca, su morfologia rupestre dei contrafforti meridionali dell’acrocoro,  esasperata dalle trascorse attività di cava su affioramenti caolinitici, a 350 m s.l.m., nei quali va letta buona parte della storia del popolamento vegetale del Lazio tirrenico. Qui la distrofia del substrato ha agito e agisce ostacolando il realizzarsi della dominanza competitiva, favorendo così il persistere di una irrisolvibile coesistenza stazionale di specie di contrastanti esigenze climatiche ed edafiche. Su fanghi di risulta di cava, anch’essi estremamente distrofici, non è insolito incontrare ibridi fra Sughera e Cerro (Cerrosughera, loc. “Suverella”), di elevata variabilità morfologica ma di scarsa capacità competitiva nelle foreste del distretto, ove si mantiene per lo più ai limiti dei consorzi dominati dalle specie parentali.  

Alquanto inaspettata è la presenza di Rovere (Quercus petraea) nei boschi del comprensorio, rarissima nel resto del Lazio (Colli Albani, Monti Prenestini, Valle Latina, Sabina nel distretto di Casperia e dubbia nei querceti planari del litorale), ove sembra accantonata in lembi residui di foresta vetusta. Ciò suggerisce che una sua attuale rarefazione nelle foreste della regione sia conseguenza di prolungato rimaneggiamento umano, poiché la specie sembra poco incline a sopportar turni di ceduazione brevi, per la sua ridotta capacità di ricaccio dalla ceppaia rispetto a quella di altre specie quercine coesistenti (Cerro e Leccio). Verosimilmente favorita competitivamente su substrato cristallino o decalcificato, è comunque il caso più emblematico di persistenza, nel comprensorio, di foreste scarsamente affette dall’impatto umano nonostante le necessità dell’industria estrattiva locale del passato.

Perlopiù chiamata localmente “Farnia” dai locali, ingenerando errori di attribuzione (la Farnia dei Toscani e dell’italiano ufficiale è Q. robur !), è  frequente in numerosi consorzi, dalle pendici di M. Maggiore sull’acrocoro, attigui all’abitato di Allumiere, ove coesiste con Cerro, Faggio e Carpino bianco, alle vaste estensioni a settentrione dello spartiacque locale sull’ampio pianoro sommitale della dorsale di M. Piantangeli, ove costituisce strato emergente su una  aggregazione precedentemente governata a ceduo composto a Carpino bianco, cui partecipano imprevedibilmente specie mediterranee sempreverdi, quali Corbezzolo, Erica e Agrifoglio. E’ inoltre presente nel territorio del castagneto dei Cinque Bottini, in corrispondenza dell’accantonamento di Osmunda regalis, felce rara nel resto dell’Appennino laziale, relittuale di epoche climatiche caldo umide. Un suo analogo potrebbe esser ravvisato in rovereti con sottobosco mediterraneo a Corbezzolo delle colline a oriente del lago Trasimeno.

Si direbbe in attuale “esplosione” la sua rinnovazione negli ex castagneti da frutto dell’allumierasco ove, insieme a Carpino bianco, sembra naturalmente avviata a ricostituire l’originaria composizione di quella foresta appenninica mista a Castanea, trasformata nei secoli recenti per taglio selettivo in formazioni pure di castagno da frutto.

Ma la formazione arealmente prevalente nel paesaggio del comprensorio è indubbiamente la foresta decidua submediterranea mista, particolarmente ricca di legnose,  dominata da Cerro e Roverella (Q.pubescens), caratteristica delle quote intermedie  del rilievo. Spesso rappresentata in loco da consorzi pionieri su suoli superficiali o dossi rocciosi ad Acero trilobo, loc. “Stucchio” (Acer monspessulanum), Acero campeste (Acer campestre), Orniello (Fraxinus ornus), Carpino nero (Ostrya carpinifolia) e raramente Carpinella (Carpinus orientalis, alla Fontanaccia), con orli a Marruca (Paliurus australis), non si discosta da analoghi consorzi delle basse quote del rilievo laziale, indipendentemente dal substrato. 

Spettacolare è la concentrazione al suo interno di popolazioni di Albero di Giuda (Cercis siliquastrum), specie di lontana affinità Irano-Turanica  riconoscibili a tarda primavera, soprattutto lungo la bassa valle del rio Fiume,   per la esuberante fioritura di color rosato acceso. Questo assetto evoca piuttosto affinità con

analoghe formazioni di querceto submediterraneo della penisola balcanica, per la relativa densità di specie arboree a gravitazione sudeuropeo-orientale nella sua compagine.

Ma la generalizzata orientalità del manto forestale locale è paradigmatica in una formazione che, localizzata solo su siti pianeggianti dovrebbe pertanto rappresentare la risposta più consona ai condizionamenti del macroclima attuale della zona: la foresta zonale a Cerro e Farnetto (Q. frainetto). Le formazioni finora descritte sono, infatti, estese su pendii, sui quali si esplica l’esasperazione del clima locale (meso e microclima) in senso più caldo o più freddo a seconda della esposizione dei versanti, cosa che non fa pertanto fede sulla vegetazione potenziale del territorio legata al macroclima generale regionale. La Macchia Grande di Manziana, localizzata a oriente dell’acrocoro Tolfetano su di una vasta estensione planare o debolmente ondulata di espandimenti vulcanici spianati, è lembo eccellente di una tal formazione.  Residuale, poiché non intaccata dalla deforestazione pastorale, è costituita da una volta forestale a Cerro al quale si associa Farnetto, decisamente legato alla maggior ritenzione idrica della locale morfologia pianeggiante. 

Caratterizzata da un distinto piano subordinato a Carpinella, trova un suo più prossimo corrispettivo nei querceti decidui dei settori non soggetti a sommersione stagionale delle foreste sublitoranee della platea

subcostiera laziale (Castelporziano, Foreste pontine e del Nettunese) e della Maremma grossetana. Essa è del tutto omologa alle foreste zonali diffuse su gran parte dei territori pianeggianti della penisola balcanica e trova nella penisola italiana a queste latitudini, alcuni dei suoi avamposti più occidentali in Europa. Oltre a Cerro e Farnetto, nella sua compagine si trovano, in condizioni di discontinuità topografica e conseguente allentamento della competizione interspecifica, tutte le Cupulifere della flora laziale (Leccio, Sughera, Cerrosughera, Roverella, Rovere, Castagno e anche qualche individuo di Faggio), oltre ad Agrifoglio, Carpino bianco, Carpino nero.

Caratteristica di straordinaria valenza documentaria e conservazionistica è rappresentata dalla frequenza al suo interno di nuclei decisamente vetusti, con individui senescenti e decrepiti, sopravvissuti anche grazie al regime di governo collettivo dei terreni boscati esercitato per secoli, dal periodo comunale in poi, dalle cosiddette “Università Agrarie” locali.  In questi nuclei vetusti e solo in essi, è rilevabile come in questo assetto polispecifico della volta forestale, le varie specie possano coesistere alternandosi nel dinamismo successionale a seguito di schianti naturali. Ciò esige quindi una loro conservazione avulsa da ogni intervento umano, come peraltro garantita dalla legislazione comunitaria, quale premessa irrinunciabile per poter disporre di esempi reali di consorzi forestali utili alla corretta interpretazione della vegetazione potenziale naturale di un territorio.

La Macchia Grande di Manziana già citata da autori classici (Silva Mantiana) come ardua barriera fra i domini territoriali di Roma e le aree di influenza etrusca sul Lazio settentrionale, rappresenta oggi l’ultima testimonianza di un consorzio di foresta planare a composizione polispecifica e struttura verticale della Tuscia romana e del Lazio subcostiero, quanto più prossima a quelle indisturbate delle origini.  Celeberrimo è il popolamento di Betulle (Betula pendula) della attigua Caldara di Manziana, uno degli elementi più anomali e inaspettati del patrimonio botanico laziale. La specie, a vasta distribuzione alpina ed  eurasiatica boreale, con centri di massa nella fascia di foresta zonale centro e nord-europea di conifere, in realtà è presente su gran parte dei rilievi di quasi tutte le regioni appenniniche in nuclei, tuttavia, di pochi individui e pertanto ovunque considerata rarissima nell’Italia peninsulare, soprattutto al centro.

La specie è accantonata intorno  alla Caldara,  depressione circolare derivata da un piccolo cratere del vulcanesimo Sabatino, nel quale si verifica la risalita di convogli gassosi di anidride carbonica e acido solfidrico. Queste manifestazioni di vulcanesimo secondario danno vita a polle gorgoglianti di acque sulfuree, la  cui azione ha determinato un vuoto nella vegetazione forestale locale e la formazione di una torbiera, a sua volta orlata dal popolamento di Betulla che giunge a sfidare, unica fanerogama legnosa,  i rigurgiti solforosi  e ancorarsi al proibitivo sostrato di fanghi biancastri  sulfurei delle sponde, per poi connettersi a monte alla vegetazione di cerreta  a castagno e, raramente, Sughera delle aree circostanti. Sono verisimilmente questi ambienti di spaventosa distrofia ad aver consentito la persistenza della tollerante Betulla, qui a 250 m s.l.m. in posizione subcostiera in ambito tirrenico, consentendole di far fronte alla competizione della flora moderna mediterranea e submediterranea del territorio appenninico. L’analogia con le stazioni di Betulla dei popolamenti toscani di Val di Merse, Val di Farma,  su substrati ugualmente distrofici derivati da residui di vulcanesimo secondario locale  e  con le sugherete a betulla della costa atlantica cantabrica, non gettano dubbi sul valore della specie quale autentico relitto locale di forme di vegetazione forestale di termini più freddi e umidi della storia climatica del Quaternario superiore peninsulare. Ogni interpretazione alternativa sulla introduzione artificiale di Betulla nella Caldera di Manziana, in un passato storico imprecisato, non tiene pertanto conto di queste evidenze scientifiche.

Le foreste del comprensorio sono inoltre documento della straordinaria capacità ricostituiva di una copertura forestale a un minimo allentamento della pressione umana sul territorio. Molti dei faggi più antichi del Faggeto presentano tracce di ramificazioni basse, testimonianza di una struttura di pascolo arborato fin a epoca subrecente. Già in un lontano passato un popolamento umano di elevata densità si era attestato sulle vette dell’acrocoro ove oggi domina la faggeta vetusta. Su Monte Urbano son stati rinvenuti resti di insediamenti proto-villanoviani del bronzo finale (fine del secondo millennio A.C.), oltre agli abitati d’altura proto-urbani della stessa epoca diffusi in tutto il comprensorio, testimonianza indiretta di un conseguente processo di deforestazione avviato già in età proto-storica. Analoga situazione si propone alla vecchia cava di M. Maggiore, abbandonata da più di 4 secoli, attigua  al faggeto di M.Urbano,  nella cui cavità si è ad oggi  ricostituita una  vegetazione di pendio a Olmo montano (Ulmus glabra) di specifico connotato  vetusto simil-naturale grazie al regime di mancato taglio o di taglio a scelta da epoca antica. O epoca immemorabile, a giudicare dalla immagine votiva di Madonna con Bambino, murata su dente trachitico all’ingresso del percorso che immette nella testata di valle dell’acrocoro, ricoperta da faggeta e relativo accesso alla immancabile sorgente nell’impluvio. L’immagine è verosimilmente  la trasposizione cristiana di una cultualità preistorica delle fonti, unica spiegazione della persistenza attraverso la storia di una copertura forestale evidentemente sacralizzata, a poche decine di metri da insediamenti antichissimi e moderni.

Sarà la collettività in grado di  amministrare e consegnare a un prossimo, confuso, incerto  futuro questo patrimonio di naturale  sacralità?