AMBIENTE
TERRA DEI FUOCHI: MILIONI DI RIFIUTI
01/04/2017
di Fabrizio Capecelatro

Diventano un romanzo le dichiarazioni del pentito del clan dei Casalesi oggi collaboratore di giustizia che ricostruisce l’intera filiera del traffico illecito di rifiuti


FOTO A

«Nell‘89 l’avvocato Cipriano Chianese, che era un caro amico di Francesco Bidognetti (capo dell’omonima fazione del clan dei Casalesi, NdR), gli spiegò il business dei rifiuti, sia urbani che tossici, provenienti da molte regioni del Nord Italia, che oramai iniziavano a essere sature e quindi non sapevano più dove smaltirli». In quel momento, secondo quanto mi ha raccontato Domenico Bidognetti, collaboratore di giustizia già appartenente al clan dei Casalesi, è nato il traffico illecito di rifiuti, anche tossici, che ha trasformato l’agro aversano nella Terra dei fuochi.

«Fino al 1989 - ha, infatti, spiegato Bidognetti - il clan si era limitato a chiedere il pizzo sia alle società che avevano l’incarico di raccogliere i rifiuti urbani dai comuni della provincia di Caserta o da altri enti, come gli ospedali, sia alle discariche che legalmente ritiravano e smaltivano questi rifiuti, così come faceva per qualsiasi altra attività remunerativa che si svolgeva nella zona.

Successivamente, invece, si trattava di prendere i rifiuti dalle aziende del Nord, sia quelle che si occupavano della raccolta dei solidi urbani, avendo quindi l’appalto con le amministrazioni comunali, sia con le aziende che avevano rifiuti industriali da smaltire, e portarli al Sud, dove poi sarebbero stati sotterrati nelle cave».

È, pertanto, una ricostruzione precisa e puntuale quella che Bidognetti, FOTO Bsoprannominato ‘o Bruttaccione, mi ha fornito e che io ho poi raccolto nel libro “Il sangue non si lava – Il clan dei Casalesi raccontato da Domenico Bidognetti”. Precisa come fu precisa e puntuale quella che fornì ai magistrati, tanto da portare il dottor Giovanni Conzo, attuale Procuratore Aggiunto a Benevento, a scrivere nella prefazione: «Una preziosa e decisiva collaborazione fu quella offerta da Domenico Bidognetti a noi magistrati della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli e, in particolare, a quelli del pool che seguiva il clan dei Casalesi».

Talmente precisa da mettere in evidenza ogni singolo passaggio della filiera illecita dei rifiuti: «Circa 70 lire al chilo andavano alla cava, quando smaltivamo i rifiuti nelle cave regolari, altrimenti anche quei soldi restavano nelle casse del clan. Circa 60 lire al chilo li prendeva il trasportatore, che in un viaggio riusciva a spostare fino a 300 quintali di spazzatura, ma la maggior parte delle volte se ne occupava la società di trasporti dei fratelli Roma comunque collegata alla nostra organizzazione.

Gli imprenditori, invece, ci pagavano fra le 180 e le 220 lire al chilo e, quindi, nel migliore dei casi, ovvero quelli in cui questi rifiuti venivano effettivamente smaltiti nelle discariche regolari, il clan dei Casalesi guadagnava fra le 50 e le 90 lire al chilo. Se, invece, venivano sotterrati nelle cave abusive il nostro guadagno arrivava anche a 160 lire al chilo. Ogni notte, dal lunedì al venerdì, si facevano dai 20 ai 30 viaggi e quindi si portavano fino a novemila quintali di monnezza al giorno. Se, quindi, guadagnavamo soltanto una media di 70 lire al chilo, dando i rifiuti alle discariche regolari, incassavamo fino a circa 63 milioni a notte. Se invece li smaltivamo nelle nostre discariche abusive arrivavamo a incassare anche 126 milioni a notte. Ovvero quasi 2 miliardi e mezzo al mese».

FOTO CInsomma, sotterrare i rifiuti nelle discariche abusive era, per il clan dei Casalesi, sicuramente più conveniente e poco o nulla importava se questo rendeva lo smaltimento ben più pericoloso e nocivo per il territorio.

«Fu così che - ha spiegato Bidognetti, che ha pagato la scelta di collaborare con la Giustizia con l’uccisione del padre Umberto - iniziammo a versare i rifiuti, inizialmente soprattutto quelli solidi urbani, nelle cave abusive, ovvero in quegli scavi che sempre imprese a noi collegate, avevano realizzato già dai primi anni ‘80 per prelevare il terreno per costruire le superstrade, ad esempio quella fra Nola e Villa Literno, o il tufo per i Regi Lagni. Anche perché quelle regolari, benché fossero profonde anche fino a 50 metri, iniziarono a riempirsi prima del tempo, visto che stavano accogliendo molti più rifiuti di quelli previsti».

Nel frattempo che anche le cave abusive iniziarono a riempirsi, «i cavaioli decisero di proporre ai contadini i rifiuti tossici, che noi chiamavamo “fanghi”, come concime per il terreno. Così i contadini venivano doppiamente truffati: da un lato mischiavano con il loro terreno materiale tossico, che veniva sparso e poi arato per essere meglio mescolato, dall’altro lo pagavano come concime».

Secondo la ricostruzione che, grazie alla testimonianza esclusiva di 'o Bruttaccione, ho potuto fare nel libro “Il sangue non si lava”, la società “Ecologia ‘89”, intestata a Gaetano Cerci, venne creata appositamente per controllare meglio i quantitativi di spazzatura, in modo da non perdere neanche un centesimo di pizzo e per renderlo perfino legale, visto che le società di Gaetano Vassallo e Cipriano Chianese potevano facilmente mettere a bilancio il pagamento a “Ecologia ‘89” con un qualsiasi pretesto.

Ma il racconto di Domenico Bidognetti non è finito qui: «Intanto, Gaetano Cerci, con i fratelli Roma, iniziò anche a prendere commissioni per il trasferimento dei rifiuti e lo smaltimento anche direttamente per conto di “Ecologia ‘89”. In quel caso, se i rifiuti venivano effettivamente smaltiti nelle discariche di Chianese e Vassallo una parte del nostro guadagno andava a loro, ma nella maggior parte dei casi loro facevano soltanto la fattura in modo che figurasse l’effettivo smaltimento. In realtà andavano nelle cave abusive».

Alla ricostruzione dell’intera filiera del traffico illecito di rifiuti si aggiungo i ricordi FOTO Dpersonali di Domenico Bidognetti, collaboratore di giustizia dal 2007 e in 10 anni mai smentito in Tribunale, che tuttavia non risultano meno importanti per meglio capire chi sono i veri responsabili della Terra dei fuochi. «Una volta, nei primi anni ‘90, andai anche io, con Gaetano Cerci ed Elio Roma, a Milano, per trattare con alcuni imprenditori lombardi lo smaltimento dei loro rifiuti: alcuni di loro avevano l’appalto per la raccolta dei rifiuti solidi urbani con amministrazioni comunali locali. Lì capii che in realtà gli imprenditori facevano soltanto finta di non sapere con chi trattavano il trasporto e lo smaltimento di questi rifiuti, perché gli conveniva, visto che risparmiavano fra il 30 e il 40% rispetto a quello che avrebbero dovuto pagare smaltendoli legalmente. Poche lire risparmiate su ogni chilo di spazzatura diventavano poi miliardi sui grandi quantitativi».

«All’epoca, che il clan dei Casalesi era ancora ben organizzato e strutturato, - conclude Domenico Bidognetti, che ancora oggi testimonia in Tribunale contro i suoi ex amici e affiliati e con il libro “Il sangue non si lava” ha deciso di portare questi racconti fuori dai palazzi di giustizia - faceva in modo di nascondere bene questi rifiuti per non attirare l’attenzione dell’opinione pubblica: solo successivamente le nuove generazioni, meno organizzate e strutturate di noi, hanno iniziato a sversare questi rifiuti un po’ ovunque e, così facendo, l’attività è diventata ben più evidente e ha quindi attirato più facilmente le indagini e le attenzioni dei media».

 

IL SANGUE NON SI LAVA

IL SANGUE NON SI LAVA FRONTDal traffico illecito di rifiuti all’omicidio di Don Peppe Diana, attraverso la storia del clan dei casalesi, sono questi alcuni degli argomenti svelati dal collaboratore di giustizia Domenico Bidognetti al giornalista Fabrizio Capecelatro, che li ha raccolti in un romanzo verità su oltre 20 anni di storia criminale italiana. L’autore del libro “Il Sangue non si lava” edito da ABEditore (16,90 euro pp. 190), è nato e cresciuto a Milano ma si sente napoletano di “spirito” per le sue origini campane. Attualmente è Content Supervisor di “NanoPress”, cura la rubrica "La mafia è Donna" sul magazine femminile “PourFemme” e conduce un programma di approfondimento su “Vanilla Radio”. "Il sangue non si lava" è il suo terzo libro sulla camorra.