AMBIENTE
Occhio alla lince
20/06/2016
di Daniele Zovi

Un animale a forte rischio estinzione il cui habitat è protetto da trattati internazionali. A tutela del felino selvatico l’attività del Corpo forestale dello Stato e della Regione Friuli Venezia Giulia con un progetto che mira alla conservazione della specie

Devo iniziare da una considerazione triste: in Italia vi sono più linci “imprigionate” in recinti, zoo e aree faunistiche controllate che in natura, dove il numero è sceso sotto il limite del rischio di estinzione.

Uno potrebbe pensare alla lince come ad un grande gatto. In realtà è per carattere, abilità e forza una piccola tigre. Viene considerato un super predatore, cioè un animale che quasi sempre si nutre solo delle prede che cattura e proprio per questo la possibilità di vivere in un ambiente naturale è legata strettamente alla capacità di predazione. Come per tutti i felidi i caratteri anatomici e comportamentali concorrono a determinare un corpo adatto a catturare, uccidere, smembrare e digerire una preda di dimensioni piccole,medie e anche grandi, fino a tre volte più pesanti del predatore.

#I caratteri fisiciI caratteri fisici

Il corpo della lince adulta ricorda quello di un gatto, ma di dimensioni nettamente superiori. La lunghezza del corpo è compresa tra gli 80 e i 130 centimetri, ai quali va aggiunta quella della coda, che è piuttosto corta, non supera i 25 centimetri, e termina con un apice nero. L’altezza al garrese va dai 55 ai 70 centimetri. Il peso degli individui maschili va dai 20 ai 30 chilogrammi, mentre quello delle femmine è inferiore e va da 16 a 24 chilogrammi.
La colorazione del mantello è variabile, va dal bruno chiaro (crema) al bruno con sfumature grigiastre, giallastre o fulve fino al rossiccio. La sua caratteristica principale è la maculatura, che varia per intensità e numero di macchie tra individuo e individuo e tra territori di distribuzione. La maculatura è in un certo senso come un’impronta digitale; in alcuni individui è molto fitta, in altri è quasi assente o rappresentata da striature. Le singole macchie possono essere grandi e scure oppure piccole e chiare. Talvolta sul dorso si presentano striature longitudinali. Le parti ventrali e l’interno delle cosce sono più chiare, biancastre. Nel periodo invernale il pelame è più fitto e lanoso e di colorazione più chiara, sbiadita, mentre l’abito estivo si presenta con colori più contrastati e tendenzialmente rossastro.
Un elemento molto distintivo della specie è la presenza di vistosi ciuffi scuri sulla punta delle orecchie, che possono arrivare a quattro centimetri di lunghezza.
Sono molto caratteristici i lunghi peli che scendono dalle guance e formano delle specie di basette chiamate fedine.
Gli arti sono ben sviluppati e piuttosto lunghi, quelli posteriori di più di quelli anteriori e conferiscono al corpo un aspetto snello, meno tarchiato di altri felini. Le zampe hanno unghie retrattili e quelle anteriori sono più grandi di quelle posteriori. La loro grandezza e pelosità fa intuire uno spiccato adattamento ad ambienti innevati. Le unghie sono retrattili e molto affilate; durante la predazione la preda ne rimane agganciata.
La dentatura è costituita da 24 denti massicci, di cui quattro canini particolarmente lunghi. Mascella e mandibola, piuttosto corte, sviluppano un effetto leva molto efficace, che permette un morso fortissimo in grado di uccidere con una presa alla gola anche prede più grandi di lei.
La lingua presenta piccoli peli setolosi con funzione abrasiva, che la rendono particolarmente ruvida, adatta alla toelettatura e alla ripulitura delle ossa delle prede.
La vista è molto acuta e permette all’animale di agire anche di notte e in situazioni di ridottissima illuminazione. L’udito è finissimo e in grado di percepire anche il minimo fruscio. L’olfatto è molto buono, ma risulta più importante nella comunicazione sociale che nell’orientamento e nella caccia.
In natura, cioè allo stato libero, la lince può raggiungere i 15 anni di età, ma questo capita assai di rado. E’ più frequente una durata di vita di 5-6 anni, mentre in cattività il felino può superare i 20 anni.

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#LhabitatL'habitat

In epoche antiche la lince abitava tutte le foreste d’Europa, che erano diffuse a tutte le latitudini e a tutte le quote, dal livello del mare fino al limite della vegetazione. Dunque la sua presenza è legata soprattutto al bosco, che è andato riducendosi progressivamente nel corso dei secoli, fino a scomparire in molte nazioni europee in pianura e svilupparsi ormai solo in collina e montagna. Uno degli elementi fondamentali dell’habitat della lince è la copertura vegetale, necessaria soprattutto per poter avvicinare e sorprendere le sue prede. Ma vengono utilizzati anche gli ampi spazi aperti presenti sulle Alpi in quote oltre il limite della vegetazione. In Svizzera le linci occupano regolarmente territori fino ai 2200 m di altitudine e talvolta valicano ghiacciai posti a 3000 metri di quota. Il bosco fitto offre tutti i vantaggi derivanti dalla presenza di rifugi naturali e di abbondanti prede, ma il nostro predatore ha imparato a vivere in luoghi antropizzati e non è raro che uccida prede vicino ad una casa abitata o allevi i suoi piccoli poco lontano da una strada trafficata.

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#Il territorioIl territorio

La lince è un carnivoro territoriale, con delle differenze tra i sessi.
Le femmine necessitano di un territorio esclusivo, dove poter cacciare, nutrire e allevare la prole, senza la presenza e la concorrenza di altri individui. Questo territorio, detto home range, viene difeso contro le altre femmine, marcato e ben delimitato, in modo da distinguersi da altri territori confinanti, con i quali sono però possibili modeste sovrapposizioni.
Anche i maschi hanno dei territori esclusivi che difendono tenacemente da rivali dello stesso sesso. Home range maschili e femminili però si sovrappongono completamente e generalmente quello dei maschi, un po’ più grande, include quello di una o due femmine.
La lince è un carnivoro solitario. Maschi e femmine vivono separatamente, ma talvolta si incontrano. Ciò avviene di solito durante il periodo degli amori, durante il quale possono nutrirsi anche della stessa preda, quasi sempre catturata dalla femmina.
Nel resto dell’anno le linci si incontrano sporadicamente, di solito durante le loro escursioni notturne. Gli incontri sono di breve durata. La maggior parte delle comunicazioni avviene attraverso le marcature olfattive, sufficienti all’individuo per sapere cosa sta avvenendo sul suo territorio e per avere indicazioni su dove si trovino partner e rivali.
I territori sono molto vasti. Le linci radio collarate nelle Alpi e nella catena del Giura tra il 1983 e il 1997 hanno occupato un territorio medio di 120 kmq per le femmine e di 250 kmq per i maschi.
Considerate le sovrapposizioni territoriali di maschi e femmine e le più piccole sovrapposizioni tra individui dello stesso sesso, la densità media della popolazione di lince si aggira attorno ad un individuo ogni 100 kmq.
In aree di nuova colonizzazione i territori possono essere più piccoli o, in altre parole, la densità di predatori più elevata. Questo fatto è dovuto alla disponibilità di prede maggiore e più accessibile, nel senso che gli ungulati non sono ancora abituati alla presenza del carnivoro e sono prede più facili, quindi è sufficiente un territorio più piccolo. Appena però le prede percepiscono il pericolo, nell’arco di circa due anni, il territorio aumenta fino a raggiungere le dimensioni tipiche.

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#Lattività predatoriaL'attività predatoria

La parola-chiave è “sorpresa”. La lince, cacciatore solitario, per avere successo deve agire sempre rapidamente, deve cogliere alla sprovvista le sue prede e muoversi in un territorio ampio,di modo che l’elemento sorpresa non venga mai meno. E deve contare su un territorio esclusivo, dove la concorrenza sia assente o minima, altrimenti le prede finirebbero da una parte a elevare il livello di attenzione e dall’altra a cominciare a scarseggiare.
Da uno studio condotto in Svizzera è emerso che vi è una netta preferenza dei maschi per il camoscio rispetto alle femmine. Il capriolo viene predato da entrambi, ma le femmine puntano su categorie più leggere come i giovani di un anno (yearling) o quelli ancora più piccoli (kitz). E si rivolgono più spesso alle volpi e alle lepri.
Tra le prede vanno aggiunte alle quattro specie sopra riportate anche il cervo, lo stambecco, la martora, il tasso, la marmotta, lo scoiattolo, il gatto selvatico, i topi e anche volatili come il fagiano e il gallo forcello. Il tipo di dieta è naturalmente influenzato dalla compagine faunistica di ogni singolo territorio, nel senso che, indicata la preferenza per caprioli e camosci, la scelta della preda sarà improntata all’opportunismo e alla casualità, cioè ricadrà su quella che si trova a passare nei pressi dell’appostamento. Non tutte le prede corrono lo stesso rischio di essere predate. L’istinto anti predatorio è molto basso in aree dove la colonizzazione della lince è molto recente; qui le prede dimostrano una certa “ingenuità” rispetto al predatore, che tuttavia decresce con il passare del tempo e con l’aumento della consapevolezza del rischio.
Risultano molto vulnerabili anche specie, come daini e mufloni, introdotte in ambienti nuovi, probabilmente perché nei loro schemi antipredatori non compare la lince.
Nel capriolo una fase molto delicata è la ruminazione. Durante questa attività l’udito è praticamente fuori gioco a
causa del rumore provocato dall’effetto macinatorio di mandibola e mascella. Il camoscio per ruminare si ritira in aree molto ripide con visibilità dominante, in cui la lince ha poche probabilità di avvicinarsi inosservata.

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#Interventi urgenti di conservazioneInterventi urgenti di conservazione

La lince è stata spietatamente cacciata in tutto l'arco alpino, tanto che verso la fine del XIX secolo era scomparsa. Oggi la lince e il suo habitat sono protetti da trattati internazionali e da leggi nazionali in tutti i paesi alpini. Dal 1970, le reintroduzioni hanno  avuto luogo dapprima in Svizzera e poi in Italia e in Austria. Sulla base delle reintroduzioni effettuate in Svizzera nel 1970, si è affermata una popolazione di lince  che dalle Alpi nord-occidentali si estende anche nella vicina Francia. Per contro, le reintroduzioni in Austria e in Italia non sono riuscite a stabilire una popolazione sostenibile. Nel 2013 il quadro era drammatico: un esemplare in Trentino Alto Adige, munito di radio collare e di provenienza elvetica, un probabile (ma mai dimostrato con prove genetiche) esemplare in provincia di Belluno, due esemplari maschi nel Tarvisiano, di cui uno seguito per un periodo significativo grazie ad un radio collare, due nel Friuli centrale e forse uno o due individui tra il Piemonte e la Val d’Aosta.
Di fronte all’evidente rischio di estinzione si è creata nel 2014 una sinergia tra il Corpo Forestale dello Stato, la Regione Friuli Venezia Giulia e il Progetto Lince Italia,rappresentato da Paolo Molinari, con l’obiettivo di rinforzare la popolazione attraverso la introduzione di alcuni individui dalla Svizzera. L’operazione ha richiesto notevoli sforzi; si è dovuto tra l’altro approntare un recinto di acclimatazione in quota, che è stato fortemente danneggiato da abbondanti nevicate. Dopo il suo ripristino, un maschio e una femmina gravida sono stati collocati al suo interno per un paio di settimane e da lì sono stati poi liberati, dopo essere stati muniti di radio collare. La femmina dopo qualche mese ha partorito due cuccioli e così la popolazione si è arricchita non solo di nuovi individui ma anche di patrimoni genetici diversi.
Nell’arco alpino stiamo assistendo ad un clamoroso aumento di ungulati, tanto clamoroso da mettere a repentaglio la rinnovazione naturale di alcune foreste. Solo a titolo di esempio citiamo la faggeta del Cansiglio, in Veneto, dove le plantule nate da seme vengono sistematicamente brucate dai cervi, tanto che si è dovuto approntare recinti per salvare almeno in parte la rinnovazione, e la foresta di Paneveggio, in Trentino, dove è stata azzerata dal pascolo degli ungulati la rinnovazione di abete bianco e di sorbo degli uccellatori.
La difesa della lince va proprio nella direzione di potenziare negli ecosistemi alpini e prealpini la presenza dei carnivori come elementi di riequilibrio ambientale e il ruolo del Corpo Forestale dello Stato è in questo ambito decisivo.


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#Natura - Anno XVII N. 90/91 - Gennaio Aprile 2016