AMBIENTE
NESSUNA TUTELA SENZA VINCOLO
12/02/2018
di Giuseppe Galasso

Secondo il promotore di una delle leggi fondamentali per la protezione ambientale, “il vincolo, invece di essere un imprigionamento della creatività delle nuove generazioni, va concepito e sentito come uno stimolo a ogni ulteriore creatività nell’ambito delle situazioni date”

FOTO BLe cronache politiche hanno visto ripetutamente affacciarsi in questi ultimi mesi il tema di una grande sanatoria dell’abusivismo, come si è soliti definirlo, “di necessità”: una nozione dalle insuperabili difficoltà concettuali per quel che riguarda la definizione giuridica (in termini semplici e chiari: come non sempre accade nella formulazione delle leggi italiane) di ciò che è abuso e di ciò che è necessità.
L’occasione sarebbe stata quanto mai opportuna per riportare l’attenzione sulle condizioni effettive della tutela paesistica e sullo stato attuale delle cose in Italia. Si è attenuata nel corso degli ultimi venti anni l’attenzione su questo problema, che ancora negli scorsi anni ’90 sembrava mantenere viva la tensione dei precedenti anni ’80. Eppure, dal gennaio 2000 è entrato in vigore il Testo Unico delle norme vigenti per ambiente, beni culturali e paesaggio, che avrebbe dovuto dare nuovo impulso e fornire una base normativa coordinata all’azione di tutela. Un’impresa non del tutto ardua, se si pensa che grazie alle norme di tutela, già allora vigenti, poco meno del 50% del territorio nazionale appariva in qualche modo sottoposto a vincoli paesistici e che la massima parte delle Regioni si è dotata, come per legge, di un qualche piano paesistico.
C’è, dunque, da chiedersi se vi sia qualcosa che al riguardo non va, e non ci vuol molto a capire che questo qualcosa deve essere soprattutto ravvisato nella prassi della tutela, che sembra rivelarsi insoddisfacente per la frequenza degli episodi variamente lesivi del patrimonio di beni tutelati o da salvaguardare. Si ha a volte l’impressione di essere ritornati alle condizioni di quaranta e più anni fa, quando la tutela e i relativi e indispensabili vincoli erano considerati come un ostacolo allo sviluppo economico e sociale o un pregiudizio intellettualistico ed estetizzante.

FOTO CIn altre occasioni ho avuto modo di indicare le ragioni, a mio avviso, di questa progressiva attenuazione delle condizioni richieste per un’azione che è indiscutibilmente fra quelle primarie di una politica che non riguarda soltanto l’assetto e la fisionomia territoriale del Paese, tra queste: il ricorso legalizzato e frequente alla deroga alle disposizioni vigenti, la frammentazione delle competenze territoriali in materia di tutela e la facilità dei ricorsi ai Tribunali Amministrativi con le loro frequentissime e micidiali sospensive nonché la scarsezza dei quadri tecnici e amministrativi per l’esercizio della tutela… A distanza di alcuni anni non è possibile fare a meno di aggiungere che ad essersi attenuata appare la stessa sensibilità generale ai valori naturali, storici e civili per i quali va concepita e praticata la tutela paesistica. L’insofferenza verso i vincoli paesistici si è trasformata in una larga insensibilità al dovere civico, oltre che di legge, di rispettare quei vincoli, e la stessa doverosa azione delle amministrazioni pubbliche in questo campo appare aduggiata in qualche misura dal contagio della sempre più diffusa insensibilità e insofferenza di cui si è detto.

FOTO DCome sempre l’imputato numero uno, l’oggetto dominante nell’allergia della grande maggioranza alla normativa paesistica è il vincolo. Questo è sentito, nei casi migliori, come una limitazione del diritto delle nuove generazioni a esprimersi anche sul piano dell’assetto del paesaggio con la stessa libertà della quale fruirono le generazioni passate che ci hanno trasmesso l’eredità che noi adesso tuteliamo. Ma questo è davvero un caso nobile di giustificazione. Di solito l’abuso è consapevolmente praticato senza remore né materiali, né morali, e il vincolo è sentito come una intollerabile prigione eretta per limitare una libertà che non si avvede di essere un arbitrio, o la soddisfazione di una necessità che è in realtà il portato di un particolarismo o egoismo asociale.
Dinanzi a tutto ciò è, quindi, più che mai il caso di ribadire con la massima possibile energia e chiarezza:
a) che nessuna azione di tutela dei valori paesistici (e ambientali) può mai essere concepita e, meno che mai, praticata senza la formulazione e l’imposizione di vincoli;
b) che il vincolo, invece di essere un imprigionamento della creatività delle nuove generazioni, va concepito e sentito come uno stimolo a ogni ulteriore creatività nell’ambito delle situazioni date;
c) che a formulare e imporre vincoli non è solo la logica della tutela del paesaggio, ma l’intero complesso della vita sociale, che in ogni suo campo e in ogni sua forma detta e impone vincoli anche molto maggiori e cogenti di quelli paesistici;
d) che la tutela, per essere davvero tale, non può essere episodica e frammentata, ma che, al contrario, dev’essere generale e costante;
e) che la tutela, invece che danneggiare o lasciare insoddisfatti piccoli o grandi interessi, è la via più sicura per garantire e promuovere, con la conservazione di un insostituibile e gigantesco patrimonio pubblico, interessi e necessità generali e particolari di oggi e di domani.

FOTO EDisconoscere o disattendere il senso di queste elementari osservazioni ha conseguenze che non sono visibili subito, ma sono dannose solo a distanza di tempo. Si può far conto che già nella breve durata esse si manifestino in tutta la loro carica eversiva di valori, tanto quanto dannosa a interessi e necessità.
Ecco, dunque, perché poi, nella pratica sociale e amministrativa, la semplificazione o la soppressione di qualche passaggio dell’iter procedurale della tutela non possono essere giudicate unicamente neppure col criterio dell’opportunità – presunta o reale – di dare una risposta a esigenze più o meno fondate di snellimento, ammodernamento o formale perfezionamento burocratico. Come si sa questo è un auspicio che ha riguardato e riguarda tanti aspetti della pubblica amministrazione in Italia, e al quale non si possono negare, in molti casi, motivi evidenti di fondatezza. Il fatto è, però, che nessun mutamento procedurale può essere considerato isolabile nel contesto complessivo della procedura, se davvero si vogliono mantenere fermi gli obiettivi di fondo e la funzionalità generale della tutela. Bene o male che sia, la procedura della tutela paesistica fa sistema, cioè non vale per i suoi singoli momenti, bensì per l’insieme delle sue prescrizioni.
Ed ecco anche perché, quindi, ogni discorso di condono comporta una lacerazione profonda della struttura sistemica della tutela e richiede un’attenta valutazione di tutte le implicazioni attuali e future prima di tradursi in una qualsiasi decisione politica e normativa.