AMBIENTE
LA TERRA E L’UOMO
12/04/2019


FOTO A
Contro l’effetto della bile nera Falstaff raccomandava uno sherry dolce. Ma qual era questo effetto e soprattutto cos’è la bile nera? Potrà sembrare strano partire così eccentrici per parlare di terra nella pittura, eppure, come ci hanno mostrato Klibansky, Panofsky e Saxl parecchi decenni fa a proposito della Melancholia – che è per l’appunto l’effetto splenico della bile nera secondo l’antica teoria degli umori, riemersa secoli dopo nel concetto di spleen baudelairiano – la storia dell’arte fa dei giri immensi e assorbe nel suo grembo succhi ed enzimi provenienti da tante parti e da tante epoche. Ebbene, la bile nera era associata in passato proprio all’elemento naturale-cosmico della terra e, a sua volta, a quello stato umorale malinconico che Calvino considerava tristezza in versione light. Di qui la necessità dello sherry shakespeariano.

Per fare una rapida crociera attraverso i secoli seguendo la corrente della terra dobbiamo pur salire a bordo da qualche parte e allora scegliamo l’imbarco del Viandante (1818) di Caspar Friedrich, in cui profondità di stato d’animo e potenza di visione della terra si fondono e in cui la maestosità del paesaggio terrestre contende all’uomo il ruolo di protagonista. Un altro paesaggio di terra si aggiunge per associazione al romantico e panico Viandante ottocentesco: quello magrittiano del 1933, in cui il gioco extra/intra si fa più acutamente ottico e filosofico, con quel cavalletto che sorregge una porzione di campagna trasposta dallo sguardo del pittore in modo perfettamente sovrapponibile al reale. Non a caso reca il titolo La condition humaine.

Però, affinché questo nostro excursus stile hop on, hop off ci offra un’idea sommaria e globale, diamo un’occhiata ad una mappa con tre modi in cui la terra è stata catturata su tela, tralasciando, per motivi di brevità, la vicenda pur cruciale della Land Art contemporanea sulle cui origini, percorsi, articolazioni e finalità ci soffermeremo in uno dei nostri prossimi appuntamenti.

EDENICA E RIGOGLIOSA

Le fantasiose e colorate giungle naif di Henri Rousseau col loro tratto realistico-magico fanno macchia nell’Ottocento col realismo naturalistico di Gustave Courbet, coi suoi paesaggi imbiancati da una neve così soffice e calda che par di affondarci dentro dall’emozione; a loro associamo pure le visioni di terre lontane, esotiche e selvagge di Paul Gauguin. In questo filone l’uomo, quando c’è, è metà accidente e metà pleonasmo, la terra non lo postula e non ne ha bisogno; lei vive da sé, d’una fertilità endogena, paradisiaca.

ACCUDITA E LAVORATA

FOTO B (1)Tutto il contrario in coloro che hanno narrato il sudore post-edenico dell’uomo, del contadino che con la terra ingaggia un fecondo dialogo colturale. Dal senese Ambrogio Lorenzetti che addita agli uomini, ancora con un piede nel Medioevo, gli Effetti del Buon Governo in città e in campagna a Pieter Brueghel con la sua Mietitura, uomini e donne in pausa tra spighe e covoni, su di una terra ch’è fonte di cibo. Decisamente al lavoro campestre sono invece Il Seminatore e Le Spigolatrici di Jean François Millet; van Gogh per parte sua di terra coltivata ne ha prodotta in quantità. E poi la delicatezza dell’Aratura di Segantini e lo sguardo sociale delle mondine di Morbelli.

ASPRA ED ESPLOSIVA

Alla terra cupa e rocciosa delle miniere del belga Constantin Meunier fa da controcanto il sottosuolo ipercromatico della Zolfara di Renato Guttuso, autore pure d’una rossissima colata eruttiva dell’Etna. E come tralasciare la serie warholiana dei Vesuvio vomitanti ogni sorta di colore? Un’allegria che si placa, e si estingue a Gibellina nel Grande Cretto di Alberto Burri, sudario terragno, ricamato di crepe, adagiato su macerie d’un paese sepolto vivo.


FOTO C