AMBIENTE
LA CACCIA NELL’ARTE. STORIA DI UNA METAMORFOSI
01/07/2018


Lucas_Cranach_Caccia_in_onore_di_carlo_V_a_Torgau

Luca Cranach - Caccia in onore di Carlo V a Torgau



C’è stato un tempo in cui per vivere e per rappresentare la vita l’uomo si è servito dello stesso strumento: la selce. Erano i tempi duri della preistoria, quando una pietra era la punta acuminata della lancia che i nostri progenitori brandivano per cacciare e un ciottolo altrettanto scheggiato serviva per realizzare graffiti sulle pareti delle caverne. E magari a volte l’attrezzo contundente era il medesimo attrezzo raffigurante che, dopo aver tolto la vita a un animale, gliela restituiva in effigie. Non è dunque un caso che agli albori della storia dell’arte vi sia il soggetto della caccia, come documentano le incisioni rupestri non solo nelle celeberrime Altamira e Lascaux, ma anche a Tassili nel Sahara algerino, oppure nei bassorilievi dell’irachena Nimrud (oggi al Louvre, come quelli mesopotamici di Horsabad o la “Caccia al leone del re Assurbanipal”, esposta al British Museum a Londra). L’homo pictor incide, pietrifica dunque, proprio il suo dialettico, vitale e viscerale rapporto con la natura animale per iniziare a raccontare di sé, in una relazione che, dismesso il movente esclusivo della sopravvivenza (mors tua vita mea, benché nella “Leonessa ferita” di Ninive traspaia anche il tema della potenza e del potere), acquista pochi secoli dopo un tono simbolico-religioso-mitologico che permarrà per l’intera antichità e proietterà i suoi strascichi fin dentro l’Ottocento.

DE ARTE VENANDI CUM AVIBUS
De arte venandi cum avibus
Nel mondo greco romano la fortuna, in affreschi, pitture vascolari, mosaici e sculture (splendide quelle dei Musei vaticani e del Museo nazionale a Napoli) del soggetto Diana-Artemide, divinità preposta alla caccia, denota l’inclusione dell’attività venatoria all’interno di un ordine cosmico, regolato e vagamente prescrittivo, in cui la morte dell’animale è legittimata in chiave di vaticinio (lettura delle viscere) o tout court sacrificale (“L’Offerta del toro al dio Mitra” nell’affresco del II secolo a Marino).

Il tema dell’alleanza uomo-animale in funzione della caccia - peraltro non assente dalle narrazioni antiche: la caccia al cinghiale con i cani a Pompei, o i cacciatori a cavallo di innumerevoli rappresentazioni - si arricchisce e si raffina con l’introduzione, nel Medioevo, del falcone, volatile addestrato ad usum venandi. Si affaccia così, in epoca cavalleresca e federiciana, la dimensione gentile e ludica della caccia (affreschi dell’Orcagna al Camposanto di Pisa) e il De arte venandi cum avibus, il prezioso trattato di falconeria conservato alla Biblioteca vaticana, è anche un vero e proprio atlante faunistico con oltre cinquecento specie di uccelli, in cui la caccia col falcone è ritratta con deliziosi disegni miniati. La caccia si sposta pian piano sul terreno del diletto, si trasforma in attività di corte in cui il sovrano esibisce simulate le sue capacità guerresche nonché la dovizia dei suoi possedimenti, ed ecco Lucas Cranach nella sua “Caccia data da Carlo V al Duca di Sassonia” (1530 ca.) o Diego Velázquez in “Caccia di Filippo IV di Spagna in recinto” (1638).

Saltiamo a pie’ pari le nature morte seicentesche, in cui le prede animali diventano pretesto per virtuosistici memento mori, menzioniamo solo il mitologismo delle scene venatorie di Poussin e gli sfarzi di Watteau e facciamo breve stazione nell’Ottocento, con i dipinti a tema caccia di Gustave Courbet, assetato testimone di realtà: nei suoi “Spoglia in pasto ai cani” (1857) e “Volpe morta appesa a un albero” (1865) il focus è sulla preda ma senza compassione, né idillio. È la natura, le cose stanno così, signor spettatore!

La sensibilità contemporanea ha relegato, anche in campo artistico, in secondo piano il

Novecento-foto Paolo Pellion di Persano
Foto P. Pellicon di Persano
tema specifico della caccia perché assimilato, non sempre appropriatamente, a una sopraffazione violenta dell’uomo sulla natura che diventa causa di squilibri potenzialmente nefasti. Le denunce parossistiche di artisti in recenti Biennali - per esempio Maurizio Cattelan, col suo cavallo appeso e i piccioni impagliati o Damien Hirst con la sua bestia squartata su una croce di Sant’Andrea - si innestano su un terreno sociale fertilizzato da animalismo, ambientalismo e veganismo. Addio Lascaux, bye bye Diana, l’homo venator non ha più voglia di raccontarsi.