AMBIENTE
IL FUTURO DELL’AGRICOLTURA
03/11/2021
di Massimiliano Giansanti - Presidente di Confagricoltura

IL CASO DELLA CARNE SINTETICA DI DERIVAZIONE VEGETALE E COLTIVATA IN LABORATORIO 

FotoSempre più spesso il settore agricolo e nello specifico quello degli allevamenti è sotto accusa da parte di una larga fascia dell’opinione pubblica ed i vari dibattiti, anche a livello politico nazionale ed europeo, hanno portato alla definizione di strategie che stanno indirizzando la nuova Politica Agricola Comune verso priorità che sicuramente non aiuteranno a sostenere la tenuta del comparto nel prossimo futuro.

La tendenza comune da parte dei consumatori mondiali è quella di rivolgersi ad alimenti di derivazione naturale o addirittura sintetica, la ricerca sta concentrando gli sforzi nella produzione di proteine sintetiche e molte industrie multinazionali stanno adeguando la produzione, ma davvero tali tipologie di cibo sono sostenibili? Quali impatti avranno nel prossimo futuro sulla produzione agricola, la biodiversità ed il paesaggio così come lo conosciamo oggi?

In Europa il settore zootecnico rappresenta il 45% dell’attività agricola con un valore di 168 miliardi di euro all’anno creando occupazione per quasi 30 milioni di persone.

More and more often the agricultural sector and specifically that of livestock is under accusation by a large band of public opinion and the various debates, also at national and European political level,  led to the definition of strategies that are guiding the new Policy “Agricola Comune” towards priorities that certainly will not help sustain the sector's stability in the near future.

The common trend by world consumers is to turn to foods of natural or even synthetic derivation, research is concentrating efforts on the production of synthetic proteins and many multinational industries are adjusting production, but are these types of food really sustainable? What impacts will they have in the near future on agricultural production, biodiversity and the landscape as we know it today?

In Europe, the livestock sector represents 45% of agricultural activity with a value of 168 billion euros per year, creating jobs for almost 30 million people.

Sempre più spesso il settore agricolo e nello specifico quello degli allevamenti è sotto accusa da parte di una larga fascia dell’opinione pubblica ed i vari dibattiti, anche a livello politico nazionale ed europeo, hanno portato alla definizione di strategie che stanno indirizzando la nuova Politica Agricola Comune verso priorità che sicuramente non aiuteranno a sostenere la tenuta del comparto nel prossimo futuro.

Diversi opinion leader e personaggi di fama mondiale, attraverso articoli e pubblicazioni, stanno indirizzando il pensiero comune sul consumo di alimenti a impatto zero, e nel caso specifico delle proteine animali che, affermano, dovranno essere di natura sintetica. Tutto ciò basandosi anche sulla strategia della UE “From Farm to Fork”, presentata dal legislativo unionale lo scorso maggio.

Tra i più importanti, Bill Gates ha dichiarato di voler investire nei prossimi anni nello sviluppo della carne sintetica di laboratorio per abbattere gli impatti negativi che il settore zootecnico sembrerebbe avere sull’ambiente.

Secondo il Good Food Institute, un’organizzazione no profit che lavora per diffondere il consumo di alimenti a base vegetale, mangiare animali sarà presto una pratica obsoleta. Nato nel 2016, l’istituto offre una gamma di servizi e approfondimenti per le aziende ai primi passi nel mondo degli alimenti a base vegetale e della carne sintetica. GFI riunisce anche la sua crescente community di appassionati a sostegno di produttori a base vegetale già affermati e festeggia i traguardi ottenuti in questo ambito—come la recente partnership di Dunkin con Beyond Meat—nel settore alimentare.

Bruce Friedrich, cofondatore e direttore esecutivo di GFI, crede che il futuro sia un mondo in cui le proteine derivano da carne non proveniente da animali o macelli. Secondo Friedrich, infatti, "l’innovazione arriverà a eliminare gli animali dai sistemi industriali" totalmente.  Lo stesso cofondatore in una recente intervista ha dichiarato: “Perché le aziende dovrebbero continuare a produrre carne di allevamento se la carne vegetale ed etica fosse più redditizia? Non lo farebbero, infatti" ha scritto Friedrich di recente. "La storia l’ha dimostrato più volte. Basta guardarsi intorno. Non usiamo più i cavalli come mezzo di trasporto, non usiamo i buoi per arare i campi, non uccidiamo le balene per l’olio, non utilizziamo i maiali per l’insulina e non usiamo i piccioni viaggiatori per recapitare la posta. Non c’è un esempio in tutta la storia per cui la creazione di un’alternativa all’uso degli animali ne abbia consolidato l’uso industriale".

Non solo dichiarazioni e organizzazioni no profit, anche le multinazionali del cibo si stanno indirizzando nell’offerta di alimenti vegetali e di natura sintetica. Tra queste Danone, che è oggi il primo player globale nei prodotti a base vegetale grazie all’acquisizione nel 2016 dell’americana WhiteWave, produttrice di organic food. Attualmente il 7% dei ricavi della multinazionale francese proviene dal business legato a prodotti di origine vegetale, ma ci si aspetta che arrivi al 25% entro il 2025.

Già nell’ottobre del 2018 la carne sintetica è sbarcata negli Stati Uniti dove è arrivato il via libera del dipartimento per l'agricoltura statunitense (Usda) e dell’Fda (Food and Drug Administration) alla vendita di bistecche ottenute a partire da colture cereali. I due enti americani si sono accordati, infatti, su come gestire la produzione del prodotto.

Un’altra linea produttiva che si sta sviluppando è quella della carne coltivata in laboratorio. Si tratta di carne a tutti gli effetti che viene coltivata in vitro partendo da cellule di pollo, di bovino o di pesce.

I primi esperimenti concreti di coltivazione in vitro della carne risalgono agli anni 1999-2002 quando la Nasa avviò un programma di produzione di cibo destinato ai viaggi spaziali. Trasportare carne macellata sarebbe stato impossibile dati gli spazi e la quantità necessaria.

Da quel momento sono nati consorzi di ricerca universitaria e industriale che hanno portato nel 2013 alla prima degustazione televisiva di carne coltivata.

Ora lo stesso hamburger che costava 330 mila dollari per essere prodotto, si ottiene con appena 15 dollari.

Le aziende che sviluppano questa tecnologia a sostegno di un business innovativo ed ecosostenibile sono sempre più diffuse nel mondo.

Di seguito sono elencate alcune tra le più importanti:

  • Integriculture. Giappone
  • Bio.Tech. Foods. Spagna
  • Avant.  Hong Kong
  • Alephfarms (Clean Meat Growers). Israele
  • Hs (Higher Steaks). Regno Unito
  • Memphis meats. Stati Uniti
  • Shiok Meats Seafood Reinvented. Singapore

Nonostante la tendenza generale, va sottolineato che la filiera agroalimentare secondo i dati pubblicati nel 2020, ancora contribuisce al 25% del Pil Nazionale ed è soprattutto espressione di un patrimonio gastronomico, umano, storico e culturale che deve essere assolutamente tutelato.

Inoltre, per quanto riguarda la carne e i suoi derivati, occorre considerare che le proteine animali sono ricche di amminoacidi essenziali rendendole più complete e nobili rispetto a quelle vegetali. In termini di salute, i complessi nutrienti presenti (vitamine, oligoelementi) e la qualità delle proteine, sono difficilmente replicabili. Alcuni amminoacidi essenziali tra i quali la Treonina, che ha la funzione di rinforzare il sistema immunitario e favorisce il metabolismo della vitamina B12, sono presenti nelle carni e totalmente assenti nei legumi.

La carenza degli amminoacidi funzionali alle attività dell’uomo, in un’ottica di abbattimento della produzione zootecnica a favore di alternative sintetiche o di estrazione vegetale, comporterà la necessità di assunzione di integratori che in buona parte hanno origine animale, si veda ad esempio la Carnitina.

Inoltre, l’impatto sociale ed economico che sarà legato all’abbandono del settore zootecnico potrà avere ripercussioni generali altamente negative per diversi aspetti.

La filiera zootecnica dei prodotti a base di carne rappresenta, con i suoi quasi 10 miliardi di valore della produzione, circa un quinto del valore della produzione agricola nazionale; in alcune aree si arriva anche a superare il 30 per cento del valore della produzione agricola. Il tutto attivando anche filiere a monte e a valle importantissime come, solo per citarne alcune, quella mangimistica, con un fatturato complessivo di oltre 7,5 miliardi di euro (fonte: Assalzoo) e quella dei prodotti di qualità: il valore alla produzione dei prodotti DOP ed IGP a base di carni è di 1,9 miliardi di euro che salgono a 5 miliardi al consumo (fonte: Fondazione Qualivita).

Notevole, anche dal punto di vista ambientale e sulla scia di quanto richiesto dal Green Deal, il ruolo che la zootecnia ha per la produzione di biogas, energia elettrica ed idrogeno, e più generale come elemento principale per l’economia circolare. I sottoprodotti degli allevamenti zootecnici permettono, attraverso le deiezioni, di avere letame, principale fonte di azoto ed altri minerali organici fondamentali utilizzati in agricoltura e soprattutto utilizzati in agricoltura biologica come ammendanti del terreno per migliorarne la fertilità. Si sottolinea che circa il 40% delle aree coltivate nel mondo utilizzano i fertilizzanti organici provenienti dalla produzione animale.

In più il tema legato alle proteine vegetali utilizzate come alimentazione del bestiame; queste sono in larga parte leguminose (favino, pisello proteico, soia, ecc.), hanno il ruolo di azoto fissatrici e le lavorazioni, dopo la raccolta dei baccelli, permettono all’interramento dei residui vegetali di ricostituire la sostanza organica nel suolo.

 

La mancanza di coltivazione di queste specie ridurrà sensibilmente la fertilità nel suolo impoverendo lo stesso e lasciando spazio a specie vegetali incontrollate, rischiando di aumentare le problematiche ambientali e il rischio incendi nel periodo estivo.

Ulteriore conseguenza sarà l’abbandono definitivo delle aree rurali, interne e marginali, dove il settore agricolo ed i servizi che fornisce rendono ancora vitali queste aree. L’allevamento è una componente fondamentale delle aree interne, svantaggiate e rurali, per le quali la politica nazionale sta impegnando risorse e proprietà intellettuali per definirne il rilancio. L’Europa, ed in particolar modo l’Italia, è caratterizzata da una ampia diversità di sistemi di produzione zootecnica differenziata in base ai contesti geografici, economici e sociali, concentrata principalmente nelle aree del Nord e frammentata nelle aree del Centro Sud con produzioni di piccola scala, ma con elevata qualità.

In Europa il settore zootecnico rappresenta il 45% dell’attività agricola con un valore di 168 miliardi di euro all’anno creando occupazione per quasi 30 milioni di persone.

L’abbandono delle aree rurali, che sarà generato a causa dell’assenza dell’attività zootecnica, comporterà inevitabilmente un esodo verso le aree urbane sovraccaricando le stesse e creando un elevato numero di persone disoccupate che il sistema pubblico di ammortizzatori sociali dovrà affrontare e farsene carico.

Si rischia di perdere, oltre all’apparato economico e sociale legato alle produzioni zootecniche, anche il patrimonio storico culturale che caratterizza il nostro Paese nel mondo e richiama milioni di turisti ogni anno.

Andrebbe a mancare tutta la cultura enogastronomica e si perderebbe il concetto di ruralità che, invece, sarebbe importante tornasse al centro della società e dell’opinione pubblica.

Si perderebbe la democraticità delle produzioni agricole e agroalimentari, diverse e diffuse in tutta Italia. L’industrializzazione della carne sintetica concentrerebbe le produzioni in mano di pochi e di poche nazioni. La carne disponibile sul mercato proverrebbe da paesi terzi che applicano scarsi controlli all’allevamento e alla successiva trasformazione.

Il diritto al cibo verrebbe così condizionato, non solo per effetto delle disponibilità delle risorse alimentari, ma anche per la possibilità dei vari soggetti ad accedervi, concentrando quindi il potere economico e sociale nelle mani di pochi produttori, venendo meno il principio del libero mercato e della libera concorrenza, limitando il consumatore nella libertà di scegliere in base al gusto e la disponibilità economica. Gusto e prezzo verrebbero standardizzati. Piccole botteghe e produzioni locali sarebbero destinate a sparire, assorbite da grande distribuzione e alimenti sintetici.

Indubbiamente le produzioni alimentari saranno sotto il controllo di poche realtà industriali su scala multinazionale e questo si ripercuoterà sulla biodiversità vegetale e alimentare, eliminando di fatto ogni tipicità storico culturale e standardizzando gusti, sapori ecc.

L’agricoltura non ha funzione limitata alla produzione di beni alimentari, ma assicura stabilità economica e sociale di molte aree rurali e marginali, soprattutto per quelle con diffusa ed evidente difficoltà di sviluppo. Tale capacità l’agricoltura l’ha dimostrata in diverse occasioni nel corso della storia, ed ora più che mai con la pandemia. Nonostante le difficoltà ha garantito sempre cibo e lavoro alle persone.

Queste sono solo alcune considerazioni di carattere generale che chiaramente necessitano dei dovuti approfondimenti. Certo è che la letteratura e la ricerca scientifica sono orientate solo a demonizzare un settore già debole come è quello agricolo e zootecnico, non riserva approfondimenti sugli impatti positivi in termini generali e specifici. Non approfondisce la tipologia di supporto che l’agricoltura e la zootecnia riservano all’economia, all’ambiente, al paesaggio ed al lavoro.

È indispensabile, oltretutto, riconoscere il valore della ricerca scientifica e lo sviluppo tecnologico in ambito agricolo ed investire sul capitale umano per tornare a dare piena dignità al settore agricolo. Avremo sfide importanti da affrontare e l’agricoltura, per il suo valore storico e culturale, non merita di essere cancellata.

In relazione alla situazione attuale di pandemia, e all’importanza che il vaccino avrà per sconfiggere il virus e far tornare la popolazione mondiale alla normalità, va ricordato che il primo vaccino contro il Vaiolo scoperto da Edward Jenner nel 1796, e ripreso da Luigi Sacco nel 1799, ha origini derivanti dalla zootecnia. Le persone erano vaccinate iniettando dosi di Vaiolo Vaccino che colpiva in forma lieve gli allevatori. Questa scoperta permise lo sviluppo e la crescita della popolazione mondiale

È indubbio per l’agricoltura la necessità di un cambio di passo, di un ammodernamento delle strutture e del settore in generale, con risorse destinate alla transizione tecnologica per ridurre gli impatti ambientali. Il settore deve applicare soluzioni volte a migliorare la produttività alimentare, ad aumentare l’efficienza nel trasporto e nella lavorazione e a massimizzare il contenuto nutrizionale degli alimenti che mangiamo.

Il PNRR potrebbe far parte della soluzione, mettendo a disposizione delle imprese le tecnologie che permettono di limitare la dispersione di elementi inquinanti nell’ambiente. Una agricoltura di precisione per la limitazione degli sprechi, sistemi sensoristici che indicano a seconda delle necessità i fitofarmaci, i nutrienti da utilizzare o le lavorazioni del terreno, lo sviluppo di infrastrutture per la logistica, rendendola più efficiente e limitare il trasporto su gomma.

Sicuramente la soluzione alla questione ambientale ed al cambiamento climatico non è l’abolizione del settore agricolo sperimentando alternative di laboratorio al cibo, ma serve maggiore impegno da parte di tutti, occorre preservare le nostre tradizioni in un’ottica di rivalorizzazione in chiave tecnologica della risorsa agricola.