AMBIENTE
GUERRA ALLA NATURA
14/07/2017
Salvatore Santangelo

I conflitti non devastano soltanto popolazioni e città, ma creano spesso danni irreversibili anche all’ambiente

FOTO BAnimali uccisi, aree verdi distrutte, corsi d’acqua e aria inquinati, la terra avvelenata: ogni conflitto oltre a essere una catastrofe umana ed economica è spesso anche un disastro ecologico. Le conseguenze di una guerra possono essere dirette - come quelle provocate dalla distruzione degli ecosistemi da parte degli eserciti - oppure indirette, come quelle causate, sempre più spesso, dallo spostamento di masse enormi di profughi e rifugiati: la deforestazione indiscriminata, l’aumento esponenziale delle attività di bracconaggio, la distruzione degli habitat, l’inquinamento delle acque e del suolo, gli allontanamenti forzati di esseri umani verso aree marginali che danneggiano le biodiversità e con il cambiamento delle priorità, la drastica riduzione dei budget destinati alle politiche ambientali. Per esempio, nel corso della guerra civile in Ruanda all’inizio degli anni ’90, oltre mezzo milione di profughi fu sospinto dalla violenza dei combattimenti nel Parco Nazionale di Virunga nella Repubblica democratica del Congo: le foreste furono depredate del legname e della fauna selvatica (persino i gorilla di montagna, già specie in via di estinzione, furono uccisi come nutrimento).

Tornando al tema dell’inquinamento dovuto ai conflitti, occorre ricordare che - per anni - armi chimiche sono state gettate nel Baltico e in altri mari senza alcuna misura di sicurezza, con grave rischio per l’uomo e per l’ambiente. Questo è quanto risulta da uno studio condotto dal ramo russo dell’International Physicians for the Prevention of Nuclear War, federazione di organizzazioni mediche che da anni si impegna per prevenire qualsiasi forma di conflitto armato, in particolare nucleare.

 

LA SECONDA GUERRA MONDIALE

Le radici di questo problema affondano nella II Guerra mondiale, quando i Paesi coinvolti aumentarono considerevolmente la produzione di armi chimiche. Alla fine del conflitto, gli alleati trovarono stoccate in Germania 250mila tonnellate di queste armi, di cui 20mila di gas nervino. Una quantità considerevole a cui sommare quella prodotta da Gran Bretagna, Russia e Stati Uniti: oltre 150mila tonnellate.

All’inizio del 1946 le prime 200.000 tonnellate presenti nei territori occupati da inglesi e americani furono imbarcate nei porti di Kiel e Emden su navi destinate a essere affondate. Una vicenda a lungo dimenticata, almeno fino al 1990 quando nello stretto di Skagerrak vennero rinvenute nove di queste navi. Da allora sono stati scoperti almeno altri sei siti per un totale di 302.875 tonnellate di sostanze altamente tossiche: iprite, tabun e bombe al fosforo. Tutte stoccate a profondità che oscillano tra i 30 e i 200 metri: in queste acque è stata registrata una vera e propria moria di stelle marine e pesci.

La lista delle discariche sottomarine include anche tratti di mare danesi come quelli vicino a Skagen, lo stretto del Piccolo Belt e tra l’isola di Fyn e la terraferma.

Inoltre, 120mila tonnellate di agenti chimici sono stoccate anche sui fondali dell’Atlantico (vicino alle Ebridi), del Mare di Irlanda e in prossimità della costa orientale del Canada. Anche i russi non sono stati da meno, ma in questo caso il numero di tonnellate riversate in mare è incerto. Quindi il solo Mar Baltico risulterebbe inquinato da 3, forse 4 milioni di tonnellate/chilometro di agenti tossici, incluso 1 milione di nitrogeno e suoi derivati e 50.000 tonnellate/chilometro di fosforo.

 

FOTO CDAL VIETNAM AGLI ANNI ‘90

Ma, al di là di questi singoli episodi, è stato a partire dagli anni ’60 che cominciarono a crescere in modo esponenziale gli effetti negativi dei conflitti armati sull’ambiente. Quando le forze armate americane si trovarono a operare nel Sud-est asiatico, e in particolare nel Vietnam, dovendo affrontare i combattimenti nelle impenetrabili foreste, vennero sviluppati erbicidi e defolianti particolarmente potenti per sgomberare alcuni settori di giungla dalla vegetazione, soprattutto ai lati delle principali strade di collegamento.

Durante la prima Guerra del Golfo, nel 1991, oltre 700 milioni di litri di petrolio si riversarono nel Golfo Persico. Trecento chilometri di costa del Kuwait e dell’Arabia Saudita furono coperti di greggio, danneggiando le zone umide e le paludi. Tra 15.000 e 30.000 uccelli morirono come diretta conseguenza di questo conflitto e un alto numero di uccelli migratori non sopravvisse alla contaminazione da petrolio durante il transito nella zona. Gli iracheni sabotarono circa 600 pozzi di petrolio e conseguentemente agli incendi, furono rilasciate nell’atmosfera circa mezzo miliardo di tonnellate di anidride carbonica. Grandi laghi di petrolio si formarono a causa del più massiccio versamento di greggio sul suolo che si conosca. Durante lo svolgimento delle operazioni militari vere e proprie, anche gli ecosistemi desertici furono danneggiati dal movimento di attrezzature pesanti. I danni ambientali di questo con- flitto sono stati calcolati, secondo una stima assai approssimativa, in circa 108,9 miliardi di dollari dell’epoca.

 

FOTO DDAI CONFLITTI SERBO-CROATI AL KOSOVO

I conflitti meglio studiati dal punto di vista dell’impatto ambientale sono state le guerre che hanno scosso l’ex-Jugoslavia fino alla guerra del Kosovo del 1999.

A questo argomento ha dedicato grande attenzione il finlandese Pekka Haavisto, esperto di questioni ambientali internazionali che ha guidato lo specifico Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente nell’ambito della Task Force sui Balcani che ha dato vita a quello che è diventato il primo vero organo di “valutazione ambientale post-conflitto” a livello mondiale.

Il lavoro di questa Unità operativa è partito nel 1999 con il contributo finanziario dei governi di Austria, Repubblica Ceca, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Norvegia, Svezia e Regno Unito. Il primo rapporto pubblicato risale all’ottobre dello stesso anno - Il conflitto in Kosovo: ripercussioni sull’ambiente e gli insediamenti umani -. Si tratta di uno studio che riguarda soprattutto i danni causati all’ambiente dopo che obiettivi militari, come stabilimenti industriali e altre infrastrutture, erano stati distrutti: sono stati testati in particolare gli effetti sulle coltivazioni adiacenti alle zone colpite. Un’altra spedizione si è concentrata sugli effetti della guerra nella zona del Danubio, vista la preoccupazione suscitata dalle possibili conseguenze dell’inquinamento di un fiume così importante per l’equilibrio di quello specifico ecosistema. Un terzo studio ha considerato invece gli effetti della guerra sulla biodiversità.

Come ha concluso la sua riflessione Pekka Haavisto: «Non potrà mai esistere una guerra pulita, ma la valutazione post-conflitto dimostra come questo tipo di danni ambientali possa essere drasticamente ridotto. La comunità internazionale deve far sì che i civili del luogo colpito non soffrano dei danni ambientali provocati dalla guerra. È forse giunto il momento di riprendere in considerazione il bilancio costi-benefici degli attacchi agli insediamenti industriali, che come risultato portano senza dubbio all’inquinamento dell’aria e dell’acqua. I vantaggi a breve termine per le forze attaccanti è chiaro, ma una previsione di quelli a lungo termine richiede una lungimiranza decisamente superiore. Per concludere, il degrado ambientale causato dalla guerra e dai conflitti in genere ci motiva ancora di più nella ricerca di un’alternativa pacifica al conflitto. Un’alternativa che guardi oltre le risoluzioni militari».