AMBIENTE
GLI ACRONIMI DEL LESSICO AMBIENTALE
22/04/2018


FOTO FOCUS

A gli inglesi piacciono molto gli acronimi e ne fanno largo uso anche nel dinamico e rissoso settore della tutela ambientale. Non sono solo le contestazioni sociali a bloccare la realizzazione delle grandi opere infrastrutturali, a volte è anche la politica locale che in situazioni complesse preferisce non decidere. Un atteggiamento che si sceglie per non correre rischi. E così dalla più nota e studiata sindrome Nimby, Not In My Back Yard, ossia “non nel mio giardino”, si passa alla sindrome Nimto, Not In My Terms of Office, cioè “non durante il mio mandato elettorale”. Si tratta però di due facce della stessa medaglia. Meno conosciuta è invece la Niaby, Not In Anyone’s Back Yard: se un’opera consuma risorse naturali e ha un impatto ambientale devastante, non deve essere fatta in nessun luogo! A queste si aggiunge l’estremizzazione della sindrome Banana che sta per Build Absolutely Nothing Anywhere Near Anything, cioè “costruire assolutamente nulla in nessun luogo vicino a niente”. In questo caso i risvolti più curiosi da un punto di vista psicologico sono relativi al disallineamento che si crea quando una persona è in teoria favorevole ad un’opera e poi si professa improvvisamente contraria quando essa invece si realizzerà nell’ambiente di suo interesse.

Secondo la mappatura delle opere pubbliche e private che hanno incontrato ostacoli e ritardi nel 2016, redatta dall'Osservatorio Media Permanente Nimby Forum, sono ben 359 gli impianti contestati con un aumento del 5% rispetto all'anno precedente, confermando al centro dei contrasti al primo posto il comparto energetico (56,7%) e quello dei rifiuti (37,4%). La stima complessiva del costo dell'inazione si aggira intorno ai 600 miliardi, entro il 2030. I più osteggiati sono gli impianti da fonti rinnovabili (75,4%): 43 centrali a biomassa, 20 strutture di compostaggio e 13 parchi eolici. Tra le tipologie di installazioni contestate al primo posto ci sono quelle relative a fonti di energia convenzionale da idrocarburi con ben 81 opere. Opposizione intransigente anche al ciclo di gestione della filiera dei rifiuti: 37 termovalorizzatori, 30 discariche di rifiuti urbani e 18 di speciali. Dati che non risparmiano nemmeno l'economia circolare, e addirittura la green economy in notevole aumento: 119 in più nel 2016. Un terzo delle contestazioni finisce inoltre nei tribunali, con allungamento dei tempi e un incremento dei costi di realizzazione. Insomma, un effetto a catena che interessa sempre di più il futuro delle politiche ambientali ed energetiche del nostro Paese.

Tra le ragioni della protesta, secondo il rapporto annuale dell’Osservatorio, al primo posto c’è l'impatto con l'ambiente. L'altra preoccupazione è la richiesta da parte dei cittadini di una maggiore partecipazione attiva ai processi decisionali, il 21,3% delle persone non si sente infatti adeguatamente coinvolto. Ed è proprio su questo aspetto che sostenitori e oppositori alla realizzazione di opere sembrano essere d’accordo. Gli Italiani vogliono comunque essere al centro delle decisioni che riguardano il loro territorio e lo stile vita, protagonisti in ogni caso delle scelte importanti. I primi chiedono un’informazione seria, asettica e scientificamente attendibile, scevra da allarmismi e vogliono conoscere quali garanzie siano state prese dagli organi preposti ad autorizzazioni e controlli, i secondi vorrebbero si parlasse di più e meglio delle loro ragioni e di possibili altre soluzioni ai problemi.