AMBIENTE
Furti di natura e terrorismo
17/08/2016
di Marco Fiori

È maturo, per l’Italia, il momento di fornire la propria esperienza per salvare i monumenti naturali nel Mondo

Un importante evento, organizzato dal Corpo forestale dello Stato alla Casa del Cinema di Villa Borghese il 28 Febbraio scorso, ha posto forse per la prima volta in Italia al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica il drammatico tema, per il quale arrivano da fonti ufficiali internazionali sempre più conferme, del collegamento tra il terrorismo, per lo più di stampo jiahadista, e il wildlife crime. Presenti personalità importanti come il procuratore di Roma Salvi, il Capo del CFS Patrone, il Prof. Alleva, biologo dell’Accademia delle Scienze, la Dr.ssa De Donno del Jane Goodall Insitute,il Dr.Crosta dell Ong “Elephant Advocacy League”. Questo tema era emerso già in un precedente convegno organizzato nel 2015 dal la prestigiosa rivista di geopolitica Limes cui hanno partecipato, lo stesso P.G. Giovanni Salvi, la Prof.ssa Louise Shelley, criminologa della George Mason University, il Direttore Caracciolo e presieduta dal Presidente del Senato Grasso. La rivista Limes ha inteso poi dedicare uno spazio ad un articolo su questo tema, a cura del Corpo forestale, e che ha evidenziato, con cifre ed informazioni provenienti da fonti ufficiali, le dimensioni del fenomeno che si prospetta come una delle principali minacce per la flora e la fauna in via d’estinzione, soprattutto in Africa, Asia e Centro-sud America. Da queste analisi proviene uno spaccato preoccupante. Le stime prodotte dai massimi organismi che monitorano il fenomeno al livello mondiale parlano di oltre 20 miliardi di dollari l’anno (fonte: UNEP, 2014). Su un totale stimato di 160 miliardi di dollari di commercio legale di risorse naturali, che include anche le risorse della pesca e forestali. Si’, perché non bisogna dimenticare il quotidiano prezzo per la sopravvivenza di oltre sette miliardi di persone a spese della natura. Ecco alcuni numeri. 826 milioni di dollari il valore del commercio degli animali vivi, 40 milioni di dollari quello dellamedicina tradizionale, 2000 milioni di dollari per la moda e l’ornamento, 705 milioni di dollari per l’alimentazione (esclusa la pesca), 250 milioni di dollari per lepiante vive, 11 milioni di dollari i prodotti secondari forestali (escluso legname). Per il legname e i prodotti forestali addirittura si stima un valore annuo di oltre 320 miliardi di dollari.

 

Un corno di rinoceronte può fruttare da 250 mila a 400 mila dollari (sino a 60.000 dollari al chilo), una zanna di avorio grezzo di 20 chili puo’ fruttare ai trafficanti “sul campo” 1.300 dollari, per arrivare a quotazioni di 3.500 dollari al chilo se ridotta in statue, collane, timbri (i famosi Hanko), bracciali o altro nel mercato di Hong kong ed occidentale, una tartarughina di terra egiziana (in un solo sequestro operato dalla Forestale al porto di Palermo se ne contarono 2.500 stipate nei doppifondi di una jeep), viene venduta poi nel mercato del porto di Napoli a 100 euro. Poi ancora animali vivi, soprattutto scimmiette e rettili, uccelli, anfibi, coralli e conchiglie. Tra i derivati si pensi che uno scialle di shatoosh, prodotto con lana di antilope tibetana, puo’ fruttare sino a 20.000 dollari, un chilo di caviale beluga (dallo storioneHuso huso del Mar Caspio) può essere pagato anche 8.000 dollari, una borsetta griffata in caimano dagli occhiali o alligatore viene pagata migliaia di dollari nelle boutique di mezzo mondo, un cappotto in lana di vigognapuo’ costare anche 8.000 dollari, un pappagallo Ara giacinto puo’ costare fino a 15.000 dollari, la lista sarebbe lunga e variegata. Le nuove frontiere del commercio illegale di specie protette sono ben rappresentate, proprio in Africa, dal recrudescènte traffico dell’”oro bianco”, l’avorio di elefante, del corno del rinoceronte bianco e nero, dal taglio illegale delle foreste oillegal logging per il commercio di legname tropicale e per il carbone, del traffico di animali vivi e di pelli di rettili.

 
 

Fiumi di denaro

 

Sono settori che permettono di ricavare grandi quantità di denaro pur presentando limitati coefficienti di rischio. I governi dei Paesi di origine delle specie, spesso i più poveri, cercano di combattere il fenomeno del bracconaggio e del prelievo illegale di queste risorse ma la percezione della gravità del fenomeno rispetto ad altre forme di crimine è ancora molto bassa. I mezzi impiegati ancora scarsi, le risorse finanziarie men che meno. Fioriscono rapporti di intelligence sempre più dettagliati che organismi internazionali, non governativi (WWF, GREENPEACE), o governativi (Interpol, Europol, CITES, Word Bank, WCO, UNEP, UNOCD), producono annualmente sul fenomeno ormai conosciuto come Wildlife Crime. Un gruppo Wildldife Crime, cui partecipa anche la Forestale italiana, è stato istituito già a metà degli anni ’90 dall’Interpol (Organizzazione internazionale di polizia criminale) e si riunisce tutti gli anni mettendo insieme polizie, dogane, forestali, di tutto il mondo e nel meeting di Lione di quest’anno è stata istituita una sezione dedicata al Forestry Crime. Questo gruppo ha promosso e coordinato operazioni globali tese a combattere questo fenomeno come l’operazione TRAM (2010) sulla medicina tradizionale cinese che impiega specie protette, o l’Operazione Ramp sul traffico internazionale di rettili. Ancora l’Operazione Worthy (2012) sul traffico di avorio che ha coinvolto 14 paesi dell’Africa sub sahariana portando al sequestro di tonnellate di avorio, di corni di rinoceronte e circa 200 arresti. A Singapore a fine novembre 2015 , ancora Interpol ha raccolto i risultati delle operazioni LOG e AMAZON II. La prima ha visto coinvolti 9 stati dell’Africa occidentale (Benin, Burkina Faso, Costa d’avorio, Gambia, Ghana, Mali, Mauritania, Senegal e Togo), sul legname tropicale che ha portato al sequestro di 200 milioni di dollari di valore di legname (palissandro africano) e all’arresto di 44 persone. Nella seconda hanno collaborato 12 Paesi del centro-sud America e ha portato al sequestro di 53.000 m cubi di legname segato, oltre a 2.500 tronchi, e all’arresto di 200 persone.

 
 

Wildlife trafficking e terrorismo

 

Il fenomeno del “Wildlife trafficking” e delle sue connessioni con il finanziamento al terrorismo è talmente cruciale da essere stato inserito nell’ordine del giorno, su richiesta di USA e Germania, del G7 riunitosi a Berlino nel Marzo e Novembre 2015, dove i capi delegazione hanno condiviso le analisi e le strategie per contrastare, al livello dell’intelligence, questo fenomeno proprio perché ritenuto una nuova fonte di finanziamento e sostegno dei gruppi criminali e terroristici operanti in varie aree del Mondo. Proprio uno di questi rapporti, “The Environmental crime Crisis” redatto da UNEP e INTERPOL nel 2014 propone un quadro drammatico e dettagliato del fenomeno. Da questo emerge, ad esempio, come il traffico di avorio costituisca la prima fonte di finanziamento di gruppi armati collegati, in vario modo, con i terroristi affiliati ad Al-Qaeda e all’ISIS e il denaro ricavato sia una parte considerevole delle entrate di milizie irregolari in molti Paesi africani e si rivelino principali, ad esempio, per le truppe della LRA (Lord’s Resistance Army) che operano nel triangolo tra i confini di RDC, Rep.Centrafricana e Sud Sudan. L'avorio, proveniente dai massacri di elefanti (circa 25.000 abbattimenti/anno) effettuati in varie zone d'Africa, dalla Tanzania, Kenya, Mozambico, Congo ecc. viene nascosto in depositi illegali dove staziona in attesa di essere trasferito verso nord, verso l'Etiopia, la Libia per essere poi imbarcato per la Cina o l'Europa. Ogni anno la lotta al traffico di avorio costa la vita a centinaia di ranger africani,il rapporto parla di oltre 1.000 rangers deceduti negli ultimi 10 anni, sopratutto in Congo, Kenya, e Rep.centrafricana. Una squadra intera di 12 rangers fu sorpresa in preghiera,nel 2012, in una remota zona del Nord del Kenya durante una pausa di una operazione antibracconaggio e trucidata senza pietà. Tra di loro una donna. Nel mese di ottobre altri tre rangers, tra cui un ufficiale, sono stati uccisi a mitragliate nel Parco di Garamba, in Congo, eccidio che fa salire a 9 i ranger morti quest’anno, dove la popolazione di elefanti è stata decimata, contando, nel 2013 una riduzione del 90%. Il rapporto parla anche di degli estremisti islamici di Al-Shabaab che sono coinvolti storicamente nel traffico di avorio e di carbone vegetale tra Somalia, Kenia ed Etiopia. Quest’ultimo frutta miliardi di dollari, dai 3 ai 9 miliardi USD stima riferita all’area Sub Shariana (Est, Centro, Ovest Africa). Il commercio illegale di carbone e legna da riscaldamento rappresenta in Africa il 90% del consumo di legname, in massima parte sottratto illegalmente in aree forestali protette. Da fonti dell’intelligence internazionale sembra che anche il tristemente famoso attacco al centro commerciale di Westgate a Nairobi nel settembre 2013, ad opera di Al-Shabaab, sia stato in gran parte finanziato con il commercio illegale dell’avorio. Secondo l’EAL (Elephant advocacy League) e l’ACCORD (African Centre for the Resolution of Disputes) il 40% dei finanziamenti del gruppo terroristico è legato a questa fonte di finanziamento. I temibili Janjaweed del Sudan, famosi predoni a cavallo del deserto, assoldati dal governo del Sudan e responsabili di violenze indicibili contro le popolazioni civili in Darfur, ma anche nelle regioni del Sud Kordofan e nel Blue Nile, si finanziano con il commercio dell’avorio, del corno di rinoceronte e di animali bracconati in Paesi limitrofi (come la Rep. Democratica del Congo e la Rep. Centro Africana). In Nigeria, Boko Haram, l’organizzazione jiahdista con base in Nigeria, si finanzia con il commercio dell’avorio di elefanti bracconati in Camerun e Chad e con la gestione delle risorse forestali; I Mai Mai del Congo con il commercio dell’avorio. Il RENAMO in Mozambico, il Gruppo di resistenza nazionale si finanzia con il commercio dell’avorio e corni di rinoceronte, bracconati soprattutto entro i confini sudafricani (fonte ADN KRONOS).

 
 

Economia di guerra

 

Quindi sembra accertato, gruppi armati ribelli, non governativi, spesso anche governativi ma operanti in una sorta di regime di self-financing, e gruppi terroristici riconducibili al cartello di Al Qaeda e del neo autoproclamato stato jiahdista islamico fanno soldi con il controllo delle concessioni di taglio delle foreste, la vendita armi ed equipaggiamenti, il bracconaggio di specie di alto valore conservazionistico come rinoceronte ed elefante, l’esazione abusiva di tasse sui passaggi stradali e un opportunistico ricorso al commercio di wildlife in genere (Environmental Crime Crisis,Unep-Interpol,2014). Addirittura in casi particolari come per l’LRA in Congo, in mancanza di altre risorse o mercati illeciti, l’utilizzo delle risorse naturali diventano una “raison d’etre” dei conflitti stessi. Significa che economie di porzioni di territorio africano, in mancanza di presidio delle autorità costituite e di alternative fonti di finanziamento, si autoalimentano, creando una economia di guerra, con queste risorse. Questo meccanismo provoca l’impoverimento di masse di persone che assistono impotenti alla distruzione di opportunità di sviluppo sostenibile legale delle risorse naturali, in realtà abbondanti in tutto il continente africano. Provoca l’esacerbazione di violenza interetnica e inter-comunità, alimenta la criminalità, la corruzione e l’instabilità. Favorisce la proliferazione di armi e il loro utilizzo per bracconaggio ma anche per la commissione di altre violenze e crimini. Le comunità locali, continua il rapporto Interpol, sono sottoposte a minacce, privazione di diritti, abusi, lavoro forzato, reclutamento di bambini soldato, traffico di esseri umani, schiavitu’ sessuale. Drammatico e rappresentativo di questo fenomeno, rilevato soprattutto in Africa, è il caso del parco nazionale di Garamba, emblematico della situazione di tutto il Congo (RDC) Accoglieva fino al 2000 una popolazione del rinoceronte bianco, estinto in pochi anni dalle bande Janiaweed sudanesi. La popolazione di elefante decimata (-90%). Operano in questa area simultaneamente, contendendosi il territorio, LRA, Janiaweed, Forza di difesa del Rwanda, Mai-Mai Morgan, e altre bande locali. In tutto il Congo queste bande gestiscono anche il legname, il carbone, l’oro e le altre attività estrattive. Anche il famoso parco del Virunga, che ospita gli ultimi gorilla di montagna (non più di 880) (Fonte:living Planet Report,WWF 2014), non è stato risparmiato ed è rifugio per sfollati e ribelli armati (tra cui i temibili M23).

 

Dal 1996 sono stati uccisi 200 rangers e nel 2007 in risposta alle azioni del Parco contro i tagli abusivi un intero gruppo di gorilla fu sterminato a colpi di MK27. Anche il direttore, De Merode, è scampato ad un’imboscata proprio quest’anno. Per meglio comprendere quanto sia drammatico questo fenomeno vale la pena citare anche un dettagliato reportage realizzato da Bryan Christy per National Geographic ed in edicola in Italia, che riporta un resoconto di razzie di elefanti operate dalle truppe del Gen. Joseph Kony, responsabile di violenze e rappresaglie contro le truppe governative e i civili, e che opera spostandosi tra RDC, RCA, Sudan e Ciad e risulta abbia contatti con Boko Haram ad Ovest e con i guerriglieri dell’IS (ISIS o ISIL) in Siria, Iraq, Libia ed Egitto. Kony compare nella lista dei Global Terrorists redatta dal Dip.di Stato USA. Le informazioni arriverebbero anche da due importanti ONG africane (Invisible Children ed Enough Project e Resolve), che, sullo stile del lavoro fatto da Greenpeace in Brasile con il legname illegale (Amazon’s silent crisis), hanno tracciato il movimento di avorio illegale apponendo un sofisticato rilevatore GPS su una zanna di avorio. Da questo esperimento, ancora in corso, unitamente alle informazioni raccolte da settori e soggetti interni alle bande criminali operanti in Africa, NG è riuscita a resocontare i flussi di avorio illegale, la sua destinazione, dimostrandone l’utilizzo per sostenere bande criminali come quella famosa capeggiata dallo stesso Kony. L’avorio viene trasferito in mesi e mesi di viaggio, spesso a dorso di cammello, verso Nord attraverso il deserto, immagazzinato addirittura in depositi di fortuna sotterranei in mezzo al deserto, quelli usati per l’acqua, da dove poi viene trasferito a tappe verso la Somalia, o l’Etiopia, per essere poi imbarcato verso la Cina, Taiwan, Hong Kong la Thailandia. Altro avorio esce dai porti di Mombasa in Kenya, Dar es Salaam in Tanzania o Gibuti nel mar Rosso e viene occultato in container di legname o altri materiali. L’ultima frontiera del traffico di risorse naturali interessa gli ultimi lembi di foresta primaria soprattutto nel centro e sud America, nel Sud Est Asiatico e in Centro Africa. Ramino, palissandro, mogano, afrormosia per citare le essenze legnose più ricercate nei mercati occidentali, che almeno però giovano di un sistema di tutela legato alla CITES (Convention on Interntional Trade of Endangered Species), ma vanno aggiunte l’Ipè, la imbuia, il moabi, il bubinga, l’ayous, il wengè, e centinaia di altre, tutte essenze pregiate per ottenere le quali si tagliano a raso le foreste, si aprono piste forestali in aree demaniali e remote senza autorizzazione. E’ il fenomeno chiamato illegal logging con forti implicazioni criminali che frutta ogni anno dai 30 ai 100 miliardi di dollari e che produce violenze contro i nativi, abusi, omicidi, limitazioni di diritti primari, e contribuisce a distruggere uno degli ecosistemi più preziosi del pianeta. Dal 10% al 30% del volume totale del legname commercializzato al mondo è stimato essere di origine illegale con punte che arrivano al 90 % se consideriamo alcuni paesi come il triangolo centroafricano Camerun, Gabon, Congo.

 
 

#Le reazioni internazionaliLe reazioni internazionali

Come reagisce la comunità internazionale che assiste a questa nuova potente aggressione alla natura? Da anni Paesi che hanno consolidato una expertise in questo campo, sia nelle tecniche di investigazione, incluse le Forensic Laboratory tecniques, di intelligence, operative o tecniche si sono esposte e offrono la loro esperienza ai paesi in via di sviluppo e di origine delle specie minacciate. Soprattutto inglesi, americani, canadesi e tedeschi partecipano da anni a traninig e forniscono equipments. Gli israeliani forniscono fondi e expertise ai paesi dell’Africa subshariana e, su progetto, anche mezzi (piccoli aerei da ricognizione, visori, strumenti di radioascolto, manuali, divise,ecc.), partecipano direttamente a operazioni di intelligence, quando non ad attività operative antibracconaggio (antipoaching) sul campo. l'Italia, con il CFS, ha dato il suo contributo anticipando tale approccio, attraverso contributi formativi di propri specialisti in Kenya e Tanzania dall’inizio del 2000.
Inoltre opera una significativa attività di prevenzione e repressione dei Wildlife Crime attraverso l'azione di intelligence e la cooperazione di polizia in ambito INTERPOL, CITES ed Europol (recente la partecipazione italiana all'Operazione Europol Cobra III sul traffico illegale di wildlife) ad opera del Servizio CITES del Corpo forestale dello Stato. Si cerca di contrastare il fenomeno implementando i controlli in dogana e all’interno. Da più parti si invoca sempre più la costituzione di una forza qualificata internazionale, che sotto l’egida dei massimi organismi mondiali come l’ONU, sulla falsariga dei “CASCHI BLU della CULTURA” istituiti, proprio su proposta dell’Italia e che hanno avuto già il riconoscimento dell’UNESCO per salvare le opere archeologiche e artistiche sotto il mirino di terroristi e criminali, la sua azione di sostegno e, se necessario, di intervento ufficiale a tutela della natura e della biodiversità che sono da considerare, ora più che mai, alla stregua di monumenti viventi da proteggere a tutti i costi perché patrimonio dell’Umanità. In questo contesto l’insostituibile esperienza del Corpo forestale dello Stato potrebbe offrire un valido contributo.


ornella mutiL'Italia distrugge l'avorio illegale

 

Con l’obiettivo di tenere alta l’attenzione dell’opinione pubblica e dei governi di tutto il mondo, molti Paesi hanno simbolicamente distrutto l’avorio confiscato negli anni durante cerimonie pubbliche, dette «ivory crush», nelle più importanti città del mondo. Tra i Paesi che finora hanno distrutto pubblicamente i propri stock di avorio ci sono Stati Uniti (già due volte), Cina, Francia, Belgio, Filippine, Kenya, Gabon ed Etiopia. Un’azione simbolica che si è trasformata in movimento che è arrivato in Italia con il primo “Ivory Crush”, svolto a marzo, al Circo Massimo di Roma. di avorio. Durante l’evento, organizzato dal Ministero per l’Ambiente e dalla Ong Elephant Action League, in collaborazione con il ministero delle Politiche Agricole e Forestali e il Corpo forestale dello Stato è stata distrutta circa mezza tonnellata di avorio.

 

 
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#Natura - anno XVII - N. 91   Gennaio-Aprile 2016