ALTA QUOTA
GHIACCIAI E NEVI PERENNI TESTIMONI DEI CAMBIAMENTI CLIMATICI
27/10/2022
di Guglielmina Adele Diolaiuti e Antonella Senese
Dipartimento di Scienze e Politiche Ambientali, Università degli Studi di Milano Comitato Glaciologico Italiano



FOTO APERTURAIl Cambiamento Climatico in atto si manifesta principalmente con un aumento della temperatura dell’aria che ha effetti importanti su molti sistemi ambientali terrestri, tra questi, gli elementi della criosfera sono tra i più fragili e sensibili. Con il termine “criosfera” la comunità scientifica chiama l’insieme dell’acqua terrestre allo stato solido, ovvero ghiacciai, neve, ghiaccio marino e permafrost. I ghiacciai, in particolare, sono i migliori testimoni dei cambiamenti climatici. Non sono gli unici elementi del paesaggio naturale a rispondere al clima e alle sue variazioni, ma sono quelli che rispondono in modo più chiaro e inequivocabile. La temperatura media dell’aria è aumentata a livello globale di poco meno di 3° C in 150 anni (Brunetti et al., 2006; Ulbrich et al., 2012). A fronte di questo riscaldamento i ghiacciai di tutto il Pianeta sono arretrati, ovvero hanno ridotto la loro lunghezza, anche di parecchi km (Rott et al., 1996; Lowell, 2000; Cook et al., 2005; Frezzotti and Orombelli, 2014). Per esempio, in Italia il Ghiacciaio dei Forni, nel Parco dello Stelvio, è arretrato di oltre 2 km (Diolaiuti & Smiraglia, 2010), mentre in Alaska il ghiacciaio Muir è arretrato di circa 60 km . Una riduzione di tale entità è innegabile e rappresenta un chiaro segnale di un disequilibrio climatico. Il regresso dei ghiacciai porta a profonde trasformazioni paesaggistiche e ambientali: dove un tempo dominavano i ghiacci e le nevi perenni ora troviamo valli con boschi rigogliosi e con la vegetazione che sta rapidamente risalendo e riconquistando il territorio deglaciato (D’Agata et al., 2019). Il bosco e la foresta sono risaliti di decine di metri di quota negli ultimi decenni, ma solo l’occhio attento e allenato di botanici e scienziati forestali è in grado di cogliere queste variazioni. Allo stesso modo, alcune specie animali e vegetali sono in crisi e a rischio di estinzione, in quanto i territori di altissima quota dominati da temperature rigide anche in estate ormai scarseggiano. Pure in questo caso, però, solo pochi esperti professionisti, come ecologi, zoologi e biologi, possono cogliere le evidenze di tali fenomeni. Un ghiacciaio che prima occupava una valle e che oggi è arretrato di 2 o più chilometri è invece un’evidenza chiara a tutti e che pertanto può essere considerata il migliore testimone del clima che cambia.

Di seguito l’evoluzione del Ghiacciaio dei Forni (Alta Valtellina, Lombardia) grazie al confronto di quattro fotografie:

Fig1AFOTO 1A Foto V. Sella 1890















Fig1BFOTO 1B Foto Archivio Casati, 1929















Fig1CFOTO 1C Foto A. Desio, 1947















Fig1DFOTO 1D Foto C. Smiraglia, 2019

 

 

















Il semplice confronto di fotografie antiche con immagini recenti o con la realtà – questo nel caso ci si trovi in alta quota, magari sulla terrazza di un rifugio alpino – permette a chiunque di comprendere l’intensità degli effetti del cambiamento climatico sull’ambiente montano. Il confronto di foto e immagini permette di vedere e comprendere una variazione dimensionale enorme avvenuta in poco più di un secolo e questi mutamenti sono immediatamente comprensibili e rilevabili da tutti, senza bisogno di studi specialistici in campo ambientale.

Per questo motivo i ghiacciai sono considerati i migliori testimoni dei fenomeni in atto. Non sono certamente gli unici elementi del paesaggio naturale a reagire al clima e alle sue variazioni, ma sono quelli che rispondono in modo più chiaro e inequivocabile. Su questa evidenza è basato “On the Trail of the Glaciers – Sulle Tracce dei Ghiacciai” progettato e coordinato dal fotografo Fabiano Ventura (www. onthetrailoftheglaciers.com) che dal 2009 al 2021 ha visitato i principali settori glacializzati del Pianeta, ri-fotografando grandi ghiacciai per i quali erano disponibili antiche foto realizzate da studiosi ed esploratori come Vittorio Sella o padre Agostini. Per tutti i ghiacciai che presentavano un archivio fotografico consistente, Ventura ha acquisito nuove immagini dallo stesso punto di ripresa del passato (con una ricerca spesso non banale) e utilizzando lastre e macchine che permettessero un confronto reale con le immagini antiche. I raffronti ottenuti, oltre un centinaio ed estesi a tutto il globo, sono di grande qualità ed impatto e permettono ai visitatori delle mostre allestite dai promotori del progetto e ai lettori del catalogo fotografico di comprendere l’intensità degli impatti dei cambiamenti climatici in atto. L’Università degli Studi di Milano (unimi) ha partecipato come partner scientifico al progetto “On the Trail of the Glaciers” e sui ghiacciai visitati da Fabiano Ventura i ricercatori unimi hanno svolto ricerche scientifiche, con metodi e tecniche avanzati e moderni, per associare informazioni sui processi in atto su questi ghiacciai ai dati iconografici e qualitativi raccolti nell’ambito dell’iniziativa.

INSERIRE FOTO FIG2-ALASKA

 

Fig2_AlaskaConfronto fotografico del Ghiacciaio Muir (Alaska) prodotto da Fabiano Ventura nell’ambito del progetto “On The Trail of the Glaciers - Sulle Tracce dei Ghiacciai”. Si noti che questo ghiacciaio è arretrato di oltre 60 km in 150 anni e dove un tempo era presente la lingua glaciale c’è ora un braccio di mare che separa dalla fronte attuale.

I ghiacciai inoltre, non solo testimoniano le variazioni climatiche, ma sono in grado di registrare anche i principali impatti umani sulla qualità dell’aria e dell’acqua (Miner et al.; 2017). Per capire come riescano a svolgere questa funzione è necessario ricordare la loro origine. Il ghiaccio glaciale è infatti molto diverso dal ghiaccio marino, dal ghiaccio che si forma sopra i mari delle estreme latitudini e che viene anche chiamato pack o banchisa. Il ghiaccio marino è semplice acqua gelata. Quello dei nostri ghiacciai invece deriva dalla trasformazione della neve, un processo lento chiamato metamorfismo. Con la parola metamorfismo i ricercatori indicano la trasformazione della neve in ghiaccio. Strato dopo strato, la neve precipitata in inverno si accumula sulla superficie del ghiacciaio, si compatta, fonde, rigela e si trasforma in ghiaccio. Appena precipitata la neve è leggera, pesa solo 100 kg al metro cubo (Senese et al., 2018). È infatti molto porosa e ricca di aria. Con il passare delle settimane e dei mesi, la compattazione e la trasformazione dei cristalli fanno sì che il materiale diventi più denso e pesante; a fine stagione la neve “vecchia”, chiamata nevato o firn, pesa anche 500-600 kg al metro cubo. Il ghiaccio glaciale pesa 917 kg al metro cubo. Davvero molto di più della neve appena precipitata e questo per via del metamorfismo, della trasformazione che è avvenuta. Essa è molto lenta (richiede circa 10 anni sulle Alpi e addirittura un secolo in Antartide) e necessita non solo di nevicate abbondanti invernali, ma anche di estati fresche e quote adeguate affinché la neve precipitata in inverno e primavera non fonda completamente nella stagione calda e possa così proseguire a trasformarsi lentamente nella materia prima di cui sono fatti i ghiacciai.

Questa origine lenta del ghiaccio glaciale a partire dalla neve fa sì che in esso rimangano intrappolate moltissime sostanze che viaggiano in atmosfera. Tra queste non mancano gli inquinanti, sostanze volatili che viaggiano anche per migliaia di chilometri per poi precipitare con le nevicate e rimanere nel ghiaccio sino a che questo non fonde. È il caso del ddt utilizzato in passato, dei pesticidi, dei ritardanti di fiamma, degli aromi. Tutto rimane intrappolato nel ghiaccio glaciale che rappresenta quindi anche un archivio del nostro impatto chimico sull’ambiente e un documento da leggere per capire e conoscere come e quanto stiamo modificando la qualità dell’aria e dell’acqua.

Le sostanze intrappolate nel ghiaccio e nella neve vengono rilasciate al momento della fusione e sono quindi presenti nelle acque di torrenti e ruscelli di origine glaciale (Miner et al, 2017). La grandissima e accelerata fusione del ghiaccio glaciale degli ultimi anni (Cannone et al., 2008; Berthier and Vincent, 2012) ovviamente influisce anche sulla quantità degli inquinanti rilasciati e sulla velocità di rilascio, quindi il cambiamento climatico comporta non solo la riduzione areale e volumetrica dei ghiacciai delle nostre montagne, ma anche un peggioramento della qualità dell’acqua dolce derivata, a causa del rilascio degli inquinanti che il ghiacciaio aveva stoccato in passato.

Una volta rilasciati a seguito della fusione glaciale, soprattutto quella accentuata di questi ultimi anni, tali inquinanti finiscono di nuovo in circolo nei fiumi, nei laghi e nei mari, ed entrano nella catena alimentare fino a raggiungere il cibo di cui ci nutriamo (pesci di fiume, di lago o di mare). Non manca la plastica, sia micro che macro, purtroppo presente anche sui ghiacciai e che da lì raggiunge fiumi e mari (Ambrosini et al., 2019).

Studiando l’acqua di fusione glaciale e catalogando tutte le sostanze che racchiude, giunte in altissima quota con il trasporto atmosferico, possiamo descrivere la storia della circolazione degli inquinanti e quindi dell’impatto umano sulla qualità dell’aria e dell’acqua. Per osservare in dettaglio e con continuità le variazioni dei ghiacciai, preziosi archivi climatici e ambientali, sono possibili diverse tecniche che spaziano dai rilievi di campo alle indagini da remoto con droni e satelliti. Questa ultima tecnica si chiama Telerilevamento ed è la scienza che permette di studiare da lontano un oggetto, ricavando informazioni e immagini ripetutamente, su vaste superfici e in sicurezza.

Per i ghiacciai questa tecnica è particolarmente indicata perché permette di acquisire informazioni su estensione e caratteristiche della superficie glaciale (presenza di crepacci, detrito superficiale, laghi effimeri e tasche d’acqua, zone collassate, etc.) senza bisogno di salire sul ghiacciaio o di avvicinarsi alle aree più fragili. Ripetendo le indagini, si possono confrontare i dati acquisiti e quantificare le variazioni a scala settimanale, mensile o stagionale. Con aerei e satelliti si possono realizzare inventari o catasti dei ghiacciai, che descrivono la copertura glaciale di un’intera regione o di un intero Paese. L’Università degli Studi di Milano, utilizzando ortofoto ad alta risoluzione, ha prodotto nel 2015 e aggiornato nel 2016 il Nuovo Catasto Nazionale dei Ghiacciai, un inventario che descrive i 903 ghiacciai d’Italia (Diolaiuti et al., 2019; liberamente scaricabile dal sito https://sites.unimi.it/glaciol/index.php/en/italian-glacier-inventory/). Questo inventario è stato confrontato con quello precedente, che risaliva al 1962. È risultato che tutti insieme i 903 ghiacciai italiani si estendevano tra il 2005 e il 2011 per circa 369 km2 di area (più o meno la superficie del Lago di Garda) e hanno perso in mezzo secolo circa 157 km2 di superficie (pari all’estensione del Lago di Como). Il regresso glaciale non è ugualmente intenso su tutti i 903 ghiacciai d’Italia, alcuni (i più estesi) si sono ridotti in mezzo secolo di circa il 25-30%, altri (i più piccoli) si sono contratti anche del 50% nello stesso intervallo temporale.

 

Riduzione areale dei ghiacciai di ciascuna regione italiana durante un intervallo temporale di circa 60 anni.

Regione

Riduzione areale tra il 1962 e il 2005-2011 (km2)

Riduzione areale tra il 1962 e il 2005-2011 (%)

Valle d’Aosta

-48 km2

-26%

Lombardia

-28 km2

-24%

Alto Adige

-37 km2

-30%

Trentino

-16 km2

-33%

Piemonte

-27 km2

-48%

Veneto

-2 km2

-43%

Friuli

- 0,2 km2

-50%

Abruzzo

-0,02 km2

-33%

 

A fronte di questa intensa riduzione areale, il numero dei ghiacciai italiani tra il 1962 e il 2005-2011 è aumentato di 68 unità. Questo dato, che potrebbe sorprendere, è conseguenza della disgregazione dei ghiacciai. Non solo si riducono arealmente e perdono spessore, si frammentano e, da un unico grande apparato, possono derivare due o più apparati minori. È quindi evidente che l’incremento numerico non è un segnale positivo ed è invece indicatore della grande crisi del glacialismo alpino e globale. 


Fig3Esempio di confronto fra il Nuovo Catasto Nazionale dei Ghiacciai (perimetri rossi) e quello precedente (perimetri blu). Il confronto di ortofoto di Regione Lombardia ha permesso di identificare un caso di frammentazione avvenuto nell’intervallo temporale 1954-2007. La conseguenza è che, da un unico corpo glaciale, ora vi sono 4 ghiacciai distinti e più piccoli. Una contrazione così intensa è purtroppo generalizzabile all’intera Europa poiché dati analoghi sono stati ritrovati studiando i ghiacciai francesi, quelli austriaci e quelli svizzeri (Diolaiuti et al., 2019). Sulla scorta di questo importante risultato, i ricercatori italiani hanno preso parte ad un progetto europeo che nel 2020 ha portato a produrre e pubblicare il Catasto dei Ghiacciai Alpini Europei.

La ricerca, frutto di una collaborazione tra Università degli Studi di Milano, Università di Zurigo, Università di Grenoble e la società austriaca enveo it Gmbh, ha portato alla pubblicazione di un articolo e dell’intero catasto in modalità open access sulla prestigiosa rivista internazionale Earth system Science Data (https://essd.copernicus.org/articles/12/1805/2020/essd-12-1805-2020.html).

Lo studio si basa sui dati acquisiti dai satelliti Sentinel-2 nel periodo 2015-2017, resi disponibili gratuitamente dall’Agenzia Spaziale Europea (esa). I ricercatori hanno elaborato i dati attraverso un algoritmo che permette di riconoscere automaticamente il ghiaccio e hanno successivamente apportato delle correzioni a partire dalle evidenze glaciologiche e geomorfologiche. Dal catasto dei ghiacciai Alpini Europei pubblicato nel 2020, risultano 4.395 ghiacciai sulle Alpi, con una superficie totale complessiva di 1.806 km2, distribuiti per il 49,4% in Svizzera, 20% in Austria, 12,6% in Francia e 18% in Italia, con 325 km2. Accanto a giganti come l’Aletsch, con i suoi 77 km2, vi sono una miriade di ghiacciai con dimensioni inferiori a 0,1 km2, che costituiscono la maggioranza del glacialismo alpino. La maggior parte dei ghiacciai alpini è esposta a Nord, dove il minor apporto di radiazione solare garantisce una più lunga sopravvivenza, mentre la quota mediana si attesta attorno ai 3.000 m s.l.m. (Paul et al., 2020). Confrontando i dati di questo catasto con quelli del precedente inventario Alpino Europeo relativo al 2003, per una selezione dei ghiacciai, le perdite sono state di circa il 13,2%, il che corrisponde ad un tasso di ritiro annuo di circa l’1,1%, sottolineando come il processo continui senza pause dagli anni Ottanta fino ai giorni nostri.

Se ci concentriamo sui ghiacciai italiani, e confrontiamo il dato ottenuto dall’analisi delle immagini Sentinel (325 km2) con la superficie dei ghiacciai italiani censita nel precedente catasto, realizzato sempre dal team di glaciologia della Statale di Milano e basato su dati acquisiti nel periodo 2005-2011 (369 km2), otteniamo una perdita della superficie glaciale di 44 km2 in un decennio scarso e un tasso di ritiro annuo che supera l’1,6% per i ghiacciai lombardi. È sicuramente emblematico il caso del Ghiacciaio dei Forni, una volta il più grande tra i vallivi italiani, che è ora diviso in tre parti non più comunicanti tra loro. Se confrontiamo poi questi nuovi dati con quelli del secolo precedente, ovvero con il primo Catasto Glaciale italiano compilato nel 1960 dal Comitato Glaciologico Italiano, la riduzione dei ghiacciai italiani è addirittura pari a 200 km2, una superficie di poco inferiore a quella del Lago Maggiore.

Anche le stazioni meteorologiche sopraglaciali rappresentano un valido supporto per quantificare i tassi di fusione di neve e ghiaccio. Per esempio, i dati meteo e i flussi energetici misurati alla superficie del Ghiacciaio dei Forni hanno permesso di calcolare una perdita di spessore di più di 20 metri in soli 4 anni dal 2006 al 2009 (Senese et al., 2012).

Oltre alla riduzione areale, il telerilevamento consente anche di studiare le caratteristiche superficiali dei ghiacciai. Negli ultimi anni, esso è stato un prezioso strumento per descrivere un fenomeno di portata globale chiamato darkening. La maggior parte delle persone crede che il ghiaccio glaciale sia bianco, invece è di colore grigiastro e sta diventando mese dopo mese sempre più scuro. Il ghiaccio glaciale è scuro sia per le caratteristiche del ghiaccio stesso, sia per la presenza di polveri, detrito e impurità che si depositano sulla superficie e ne limitano il candore. Questo annerimento, detto darkening, è un processo sempre più intenso e diffuso sia per cause naturali (i frammenti di detrito che cadono dalle pareti rocciose incassanti), sia per cause antropiche (il particolato o black carbon derivante dalla combustione dei motori diesel e dalle attività industriali di pianura, oltre che dagli incendi boschivi). Questo annerimento è ben visibile, sia confrontando fotografie a distanza di qualche anno, sia da immagini aeree. I ghiacciai, in questo modo, diventano non solo sempre più scuri, ma anche più fragili. Infatti, la prima conseguenza del darkening è la riduzione della capacità da parte dei ghiacciai di riflettere la radiazione solare (definita albedo). Via via che si scuriscono, i ghiacciai assorbono sempre più radiazione solare e fondono sempre più velocemente.

Fig4_aIl confronto di due fotografie di una porzione del Ghiacciaio dei Forni, Lombardia, permette di notare il sensibile annerimento superficiale (darkening) a distanza di pochi anni (2011 - 2014) causato da polveri, black carbon, detrito fine e frammenti rocciosi che ricadono sulla sua superficie. In entrambe le foto è presente una stazione meteorologica, la prima a essere installata su un ghiacciaio in Italia.

 

Fig4_b














Fig5AConfronto fra due ortofoto del Ghiacciaio dei Forni (courtesy Regione Lombardia). A distanza di pochi anni è ben visibile un sensibile annerimento superficiale a causa del detrito fine, dei frammenti rocciosi che ricadono sulla sua superficie e del black carbon.




Fig5B

 













Grazie all’utilizzo di 25 anni di dati acquisiti da satelliti, i ricercatori dell’Università degli Studi di Milano (unimi) hanno verificato che l’annerimento dei ghiacciai è un fenomeno concreto e in atto, il quale interessa quasi tutti i ghiacciai della Lombardia, seppure con diversa intensità.

Ci siamo concentrati in particolare sui ghiacciai del Parco dello Stelvio, in Lombardia, analizzandone la riflettività (definita albedo) dalla fine degli anni Ottanta del secolo scorso al 2012, grazie alle immagini Landsat (Fugazza et al., 2019). È stata la prima volta che una serie così estesa di immagini satellitari (25 anni) sia stata utilizzata per descrivere la capacità dei ghiacciai di riflettere la radiazione solare. Più la riflettività è elevata, meno il ghiacciaio assorbe energia e quindi fonde più lentamente. Viceversa, se la riflettività diminuisce il ghiacciaio assorbe più energia solare e fonde più rapidamente. Il risultato ottenuto dai 25 anni di dati satellitari è stato chiaro. La maggior parte dei ghiacciai del Parco dello Stelvio ha visto una netta riduzione nella capacità di riflettere la radiazione solare.

Questa riduzione dell’albedo o capacità riflettente è la prima conseguenza del darkening o annerimento. A riprova di questo, un secondo studio indipendente, condotto sempre da ricercatori dell’Università degli Studi di Milano utilizzando foto aeree, ortofoto e immagini satellitari Sentinel degli ultimi 15 anni, ha evidenziato che i ghiacciai del Parco dello Stelvio si sono intensamente anneriti per aumento della copertura detritica superficiale sia fine che grossolana (Azzoni et al., 2018). Le due ricerche sono quindi coerenti. I ghiacciai dello Stelvio, come i ghiacciai di tutto l’Arco Alpino, sono sempre più piccoli, più neri e sempre meno riflettenti e quindi più veloci purtroppo nel processo di fusione.

Anche la neve risponde negativamente ai cambiamenti climatici. Da un recente studio condotto su tutto l’Arco Alpino (Fugazza et al., 2021) è emerso che dal 2000 al 2019 la lunghezza della stagione caratterizzata da neve al suolo si è ridotta di 17 giorni ogni 10 anni nelle aree oltre i 3.000 metri. Questo, quindi, è un altro segnale d’allarme specialmente in estati come quella del 2022 che ha visto lo zero termico (ovvero la quota con la temperatura pari a 0° C) superare anche i 5.000 metri.

La contrazione dei ghiacciai alpini e la riduzione della neve al suolo impattano non solo sul paesaggio di alta montagna (D’Agata et al; 2019), ma avranno anche ripercussioni economiche, sul turismo e sulla produzione di energia idroelettrica. Per valutare questi impatti, è stato svolto uno studio finalizzato a valutare la contrazione volumetrica di tutti i ghiacciai della provincia di Sondrio tra il 1981 e il 2007 (D’Agata et al.; 2018). La variazione di volume sui ghiacciai della provincia di Sondrio è risultata pari a -1,5 km3 in 26 anni. Questo valore è pari a un rilascio medio di acqua all’anno di 56 milioni di metri cubi. Si tenga conto che ogni anno in Lombardia precipitano 27 miliardi di metri cubi di acqua come pioggia e come neve. Cinquantasei milioni rispetto a ventisette miliardi sono una lacrima, ma dobbiamo anche considerare che questa piccola quantità si rende disponibile durante il periodo estivo, in luglio e agosto soprattutto, ad alimentare le centrali idroelettriche (e non è un caso che la Lombardia conti il 28% dell’Idroelettrico Nazionale), come pure i fiumi e i torrenti provati dalle magre. Infine, è stato anche stimato il ruolo giocato in media in quei 26 anni dall’acqua di fusione glaciale sulla produzione idroelettrica della provincia di Sondrio, dove sono localizzati numerosi invasi. La provincia di Sondrio, nello studio di D’Agata et al. (2018), è stata suddivisa in due subregioni, una caratterizzata dalla presenza di ghiacciai e invasi artificiali per la produzione idroelettrica, e una seconda sub-area con la presenza di invasi, ma non di ghiacciai. Si è valutata l’acqua che nel periodo oggetto di studio (1981-2007) ha alimentato gli invasi, ed è risultato che, nella sub-regione dove sono presenti i ghiacciai, la loro acqua di fusione ha contato fino al 15-20% dell’acqua totale disponibile per produrre energia. Questo valore è modesto, ma non trascurabile e dovremmo tener conto di questi dati quando i ghiacciai non ci saranno più, o quando la loro estensione si sarà notevolmente ridotta.

Alpi senza ghiacciai? È possibile! Se non cambieremo radicalmente il nostro stile di vita passando ad azioni e pratiche sostenibili, implementando l’economia circolare e in sintesi riducendo le emissioni di gas impattanti, il clima continuerà a modificarsi, l’atmosfera a riscaldarsi, la neve a persistere meno sulla superficie e i ghiacciai a ridursi, fin quasi a scomparire. I nostri modelli evolutivi (Garavaglia et al., 2014) ci fanno prevedere una riduzione fino all’80% delle dimensioni attuali entro fine secolo. Va anche tenuto conto che i ghiacciai rispondono con un ritardo di uno o più decenni al clima e le dimensioni attuali sono in equilibrio con le condizioni climatiche del decennio precedente. In futuro quindi, anche se le nostre emissioni si ridurranno, i ghiacciai continueranno per inerzia a ritirarsi anche parecchi anni dopo l’auspicata inversione di tendenza dei gas serra. Si può comunque provare a capire come modificare il proprio stile di vita adottando azioni virtuose: per fare ciò sono stati sviluppati semplici tool online per calcolare la propria impronta di carbonio e capire in quali settori siamo più impattanti.

 

Fig6_qr-codeQR code relativo ad un tool online sviluppato dai ricercatori unimi per il calcolo della propria impronta di carbonio. Importante non è tanto il valore finale delle emissioni totali di gas ad effetto serra prodotte nell’arco di un anno da un individuo, ma comprendere quali siano le azioni più impattanti e di conseguenza modificare il proprio stile di vita rendendolo più virtuoso.





guglielmina.diolaiuti@unimi.it

antonella.senese@unimi.it








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