EDITOR a cura di Tommaso Ricci
ROSSO CILIEGIA
21/10/2020


FOTO A - LA MADONNA DELLE CILIEGIEDa quando (già, da quando? nessun lo sa) hanno fatto irruzione nella storia botanico-alimentare dell’Umanità non ne sono più uscite, fedeli al motto che le riguarda: “una tira l’altra”. E le gustose ciliegie hanno occupato diverse, e contraddittorie, aree simboliche dell’immaginario (ad esempio sia castità sia sex appeal) e parimenti la loro vicenda iconografica nei secoli risulta tortuosa ma ininterrotta. Questo frutto detto luculliano – perché si narra che fu il figlio di Cecilia Metella ad averlo importato a Roma da Kerasus, in Asia minore, in occasione d’una campagna militare (il suo futuro di bon vivant s’era già appalesato) – da secoli fa capolino in immagini, sacre e profane, su carta, su parete, su tela e su tavola.

Se in numerosi Tacuina sanitatis medievali – una sorta di manuali a carattere medico su frutti e piante – compaiono deliziose miniature con ciliegi gravidi di frutti rossi raccolti da golosi giovani negli appositi cesti, nella più tarda e nobile pittura le cerase (radice antica del nome, da cui cherry e Kirsche, cerise e cereza) adornano prevalentemente scene sacre. Ed è in queste ultime che la piccola ciliegia assume su di sé il gravoso compito di far presagire un evento cruciale della storia della salvezza. Nei Musei Vaticani si può ammirare la Madonna delle ciliegie di Federico Barocci (1573) che in realtà è un momento di requie della fuga in Egitto della Sacra Famiglia. E Giuseppe cosa porge al Bambino? Un ramoscello di ciliegio con frutti, motivo di gustoso ristoro ma anche premonizione, per via dell’acceso rosso, della futura Passione. A Vienna si trova invece l’anteriore (1516, Vienna) Madonna delle ciliegie di Tiziano Vecellio, in cui è Gesù Bambino che offre alla Madre le ciliegie, ma anche qui lo sguardo di madre e figlioletto lascia presagire un futuro doloroso. Stesso vale per la Madonna con ciliegie (1593, Louvre) di Annibale Carracci, protagoniste della stridente sensazione di dolcezza naturale intrisa d’amarezza spirituale.

Ingrediente prediletto delle nature morte assortito con altri frutti, queste drupeFOTO B Hokusai (terminus tecnicus per questo genere di frutti) color cremisi troneggiano sovrane assolute in una fruttiera d’argento in un quadro di Fede Galizia, che pare quasi sfidare con asciugato virtuosismo il ben più tardo ritratto di donna di Emil Vernon, una fascinosa pupa dipinta sotto una cascata di fronde onuste di ciliegie, elegante e gradevole di certo ma un po’ stereotipata. Evoca sentimenti ben più tristi di sicuro il Ragazzo con ciliegie di Eduard Manet, ritratto di un garzone che il pittore aveva ingaggiato per rassettare il suo atelier ma che trovò lì suicida impiccato (Baudelaire racconterà la dolorosa vicenda in un poemetto in prosa). Tutt’altri pensieri suscita la vista del piatto di ciliegie dipinto dal sommo Cezanne in cui la carnosità cromatica lascia intuire tutto lo spessore della sostanza pittorica dell’artista.

Ma non si può parlare di ciliegie in arte senza menzionare la compresenza dei fiori dei ciliegi ornamentali, autentico veicolo di trasmissione del contagio “giapponista” in Europa. Una delle passioni che gli impassibili nipponici non si peritano di far trasparire è quella per il sakura, il rosaceo, delicato fiore di ciliegio, la cui fioritura dà luogo a quel rito nazionale che è l’hanami, la collettiva e assorta osservazione del fenomeno. Ovvio che di sakura sono disseminati i disegni di Utagawa e Hokusai, la cui grazia impressionò van Gogh, Gauguin e tanti altri nel Vecchio Continente. Ma inseguire le mille risonanze simboliche ed emotive contenute nella caduta a terra dei petali di fiori di ciliegio all’interno della civiltà giapponese richiederebbe spazio che non c’è (il consiglio è di leggere Passione sakura di Naoko Abe); basti sapere che sui velivoli dei piloti kamikaze della seconda guerra mondiale erano dipinti fiori di ciliegio.