EDITOR a cura di Tommaso Ricci
LA NATURA BENIGNA DI RAFFAELLO
02/07/2020
di Tommaso Ricci


FOTO A - Raffaello_Madonna_del_CardellinoNella nostra Trinità artistica rinascimentale, tra quell’insaziabile Leonardo, super-attivo nell’osservazione della natura e nei tentativi di penetrarne i segreti, e quell’introverso, scontroso antropocentrico di Michelangelo, spicca l’affabile, amabile e ambizioso Raffaello nelle cui “quasi vive figure, qualora tu le contempli, potrai scorgere l’accordo dell’arte e della natura…” si legge nel celebre epitaffio funebre bembiano al Pantheon. “Qui sta quel Raffaello, mentre era vivo il quale la gran madre delle cose temette di essere vinta e, mentre moriva, di morire”. Dunque l’artista gareggiava con la natura, rappresentandola più bella di quanto essa stessa fosse capace di presentarsi.

Ora, sappiamo che l’urbinate fu valente architetto e urbanista, dunque con un occhio dedicato all’armonia delle cose costruite; ma, se l’altro occhio era puntato sulla graziosa delicatezza delle figure umane, perlopiù femminili (donne e madonne), che spazio resta alla natura in Raffaello? È soprattutto nella nutrita serie delle sue soavi madonne che “la gran madre delle cose” (qui nel suo ruolo di natura naturata più che di natura naturans) si appalesa, sempre con discrezione e misura, autodenunciando la sua filiazione leonardesca e peruginesca. D’altronde è nel dna d’artista del gentile Raffaello d’essere vorace assimilatore e rielaboratore, verso l’alto, di stili e suggestioni preesistenti. Ecco dunque il morbido contesto paesaggistico della Madonna del cardellino, il dolce sfondo campestre della Madonna d’Alba, il soffice tappeto di nuvole della Madonna Sistina. Una delle opere a maggior “impatto ambientale” è però fuori dal frame mariano, ed è la schiettamente umanistica tavoletta a olio de Il sogno del cavaliere, in cui l’irenismo raffaellesco è davvero totale, abbracciando insieme, in pochi centimetri quadrati (17 x 17), il discorso cromatico-compositivo e quello concettualsimbolico: non solo la presenza del paesaggio appare quantitativamente più importante del solito, non solo la natura predispone e orienta l’assetto complessivo del quadro con l’albero che divide perfettamente in due la tavola, ma anche le due figure, la austera virtus che porge al dormiente libro e spada e la leggiadra voluptas che gli offre un rametto di mirto, non appaiono in contrasto, bensì integrate in una sorta di concordia discors visivo-morale.

FOTO B - iL SOGNO DEL CAVALIEREÈ insomma un approccio coreutico quello di Raffaello alla natura, essa non travalica, non aggredisce, non s’impone, bensì interpreta la sua parte nella grande danza dell’armonia compositiva, delle proporzioni della realtà, della geometria intrinseca al Creato. Un idealismo naturalistico pre-goethiano si direbbe, solo meno gnostico e più saldamente ancorato alla visione religiosa dei committenti di Raffaello e, più tardi, dei suoi datori di lavoro vaticani.

C’è un ulteriore aspetto che non può non esser menzionato riguardo alla presenza della natura in Raffaello: quello spiccatamente decorativo, affidato perlopiù ai discepoli-collaboratori della sua attivissima bottega. Le estrose, immaginifiche sequenze fitomorfe (e zoomorfe) delle Logge in Vaticano, la rigogliosa Loggia di Amore e Psiche a Villa Farnesina (mano dell’allievo Giovanni da Udine) costituiscono implicito omaggio alla fantasiosa e inesausta attività di Madre Natura, che dal suo grembo estrae forme sempre nuove e originali, facendosi in tal modo fornitrice di materiali vergini per l’arte. Qui evidentemente confluiscono due vasti bacini di segni cui Raffaello attinge, l’antichità e il Nuovo Mondo.

FOTO C - Villa-Farnesina-Loggia-di-Amore-e-Psiche okLa scoperta di quell’antro delle meraviglie che fu per lui la Domus Aurea neroniana gli dischiuse un serbatoio di forme desunte in gran parte dalla natura in tempi arcaici ed esemplari per gli umanisti del Quattro/Cinquecento, come pure la scoperta delle Americhe introdusse nel Vecchio continente novità vegetali, dunque figurative e cromatiche, mai viste prima. Ma nonostante la turbolenza immaginativa del suo tempo, Raffaello, gran regista della sua opera, seppe mantenere evoluzione e dinamica della propria parabola stilistica su quel suo peculiare asse che s’è trasmesso sino a noi: un equilibrio che nasconde l’inquietudine, una grazia che oscura il peccato, una natura benigna e cooperante col destino dell’uomo.


 

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