EDITOR a cura di Tommaso Ricci
LA MELA
12/08/2020
di Tommaso Ricci

Dalla Creazione a simbolo della contemporaneità digitale

Rubens_-Il Giudizio di ParideBasta un sommario elenco delle macrodiscipline implicate in quella polposa sfera imperfetta cui siamo soliti infiggere i nostri morsi per rendersene conto: storia, geografia, religione, mitologia, letteratura, filologia, archeologia, genetica, botanica, arte; sì, dentro la mela è racchiusa di fatto la storia del mondo. Fin dai primordi. Chi si diletta di storie dell’antichità precristiana può ammirare la trasposizione su tela alla National Gallery de Il giudizio di Paride ad opera di Rubens e noterà quel pomo della discordia ch’è all’origine della guerra di Troia, e dunque della frattura tra Oriente e Occidente, della nascita di Roma, etc.. Più aderente al dato climatico-botanico la versione biblica che, in realtà, non cita mai la mela quale peccaminoso frutto di Adamo ed Eva; anzi, se si visita la Cripta del Peccato originale nei pressi di Matera e si osserva bene il disegno rupestre, nelle mani di Eva c’è un fico e non una mela, la quale alle latitudini mediorientali cui si collocava l’Eden, effettivamente era difficile che attecchisse. E lo stesso si può constatare nel pavimentale albero della vita nella cattedrale di Otranto.

Cripta del peccato originale di MateraQuando però il cristianesimo si diffuse verso nord, verso temperature più fredde, la mela si impose. E l’iconografia si stabilizzò, tal che negli Adamo ed Eva di Cranach (Uffizi) e Dürer (Prado) la Malus domestica fa bello sfoggio di sé – peraltro nella mentalità protestante la sobria mela era simbolo della purezza riformata, mentre l’uva era additata quale frutto tipico della corrotta cattolicità. Ma poi, nell’America novecentesca, il sidro, diffusissima bevanda alcolica ottenuta dalle mele, fu messo all’indice proprio dal proibizionismo puritano. E – ultima sosta nel fertile immaginario religioso – converrà ricordare che per la mezzaluna islamica, Vienna rappresentava la “mela d’oro” da conquistare, mentre Roma era la “mela rossa”. D’un altro genere di assoggettamento parlava Cézanne quando proclamava di voler conquistare Parigi con una mela: e con le sue pommes, col classicismo estetico e metafisico da esse procurato, effettivamente catturò non solo Parigi, ma il mondo. Però l’art pommesque cézanniana è solo il rigoglio d’un albero ben radicato nella storia della pittura, giacché il tondo frutto era finito nella tela di Raffaello (Ritratto di giovane con pomo), nelle facce vegetali di Arcimboldo, nella celebre Cesta di frutta caravaggesca, solo per citare qualche collega predecessore. Tra i posteriori spicca il surrealista Magritte col suo iconico Il figlio dell’uomo, il volto nascosto da una mela verde.

Vanni VivianiE la mela non cessa di ispirare artisti a noi contemporanei; nella piazza antistante la Stazione Centrale a Milano troneggia la bianca Mela reintegrata di Michelangelo Pistoletto, in cui l’artista biellese annulla figurativamente il morso anti-edenico che ci costò la cacciata dal Giardino terrestre, senza però nasconderne le cicatrici: monito e invito a riguadagnare il Paradiso. Sia infine concesso di menzionare, tra i contemporanei, il nome - meno noto dei sopraelencati - di Vanni Viviani (1937-2002), che non ha semplicemente “citato” la mela, bensì ha incentrato su di essa parte cospicua della propria opera, riconoscendole quella crucialità semantico-simbolica che la storia dell’Umanità le ha in definitiva sempre assegnato: dalle nebbiose mitologie celtico-arturiane di Avalon (“isola delle mele”) ad Alma Ata (“il padre della mela”), in Kazakistan, dove il genetista Nikolai Vavilov rintracciò il melo selvatico progenitore di tutte le mele coltivate al mondo; da New York soprannominata dai jazzisti d’un secolo fa "La Grande Mela” per descrivere l’esuberanza musicale e remunerativa della metropoli, a Cupertino, in California, dove la mela morsicata di Apple è diventata logo della contemporaneità digitale.