EDITOR a cura di Tommaso Ricci
LA CATASTROFE DAL DILUVIO UNIVERSALE AI CAMBIAMENTI CLIMATICI
30/04/2018


FOTO AAlla fine, anche di fronte a un quadro, bisogna scegliere tra Lucrezio e Pascal: “È dolce capire da che sventura sei esente” afferma il poeta epicureo descrivendo chi, dalla terraferma, osserva un naufragio. “Vous êtes embarqué” replica il filosofo giansenista.

Quando l’arte - questa misteriosa attività umana immune alla maledizione dell’essere cosa utile - affronta il tema della catastrofe, il dilemma si fa ancora più lancinante, la deflagrazione emotiva più squassante, perché si sta ballando sulla soglia della bellezza e dell’orrore, dell’ordine sublime e del caos letale. E ci si può posizionare di qua o di là, godendo imperturbati del proprio punto di vista estetico “al riparo” oppure coinvolgendosi emozionalmente nel dramma descritto, disporsi come il contemplativo viandante kantiano di Caspar D. Friedrich sul mare di nebbia della vita oppure salire tra i disperati sulla zattera di Théodore Géricault, entrambe opere che nel 2018 festeggiano duecento anni di vita su tela.

Sebbene “catastrofe” rinvii all’azione del vomere dell’aratro che capovolge le zolle,FOTO B dunque a un gesto agricolo vitale per il benessere della terra, quella parola viaggia oggi sul medesimo vagone semantico di “rovina”, “sciagura”, “finimondo”, assumendo pendolarmente un’accezione morale o naturale. Ci volgiamo qui alla interpretazione cataclismatica (e alla sua ricezione nell’arte visuale), anche se la linea divisoria non è poi così impermeabile, anzi. Basti pensare al diluvio universale affrescato da Michelangelo sulla volta della Cappella Sistina: tragedia religiosa o ambientale? E Chagall che ne ritrae lo speranzoso day after, il giorno dell’arcobaleno, che cosa aveva in mente? E per venire più prossimi all’oggi, The Raft (2004), videoinstallazione di Bill Viola, non mostra attraverso la catastrofe idrica dell’inondazione l’aridità e fragilità dei rapporti sociali odierni?

Non solo acqua; anche i terremoti sono stati fecondi generatori di immagini, molti codici medievali nelle miniature hanno registrato eventi sismici e i loro effetti, (uno per tutti, Weltchronik, Cod 426, fol 44r), Leonardo li affronta, insieme ad altri cataclismi come cicloni, uragani e trombe d’aria, nel Trattato della Pittura e attraverso disegni di notevole fattura. E poi conosciamo bene dalla storia del pensiero - ma pure dalle numerose, impressionanti, illustrazioni pervenuteci - quanto il terrificante terremoto, col susseguente tsunami, di Lisbona del 1755 (“l’affreuse catastrophe”) abbia scosso gli spiriti più vigili dell’epoca, affossando ogni teodicea e generando uno sguardo più antropocentrico.

FOTO CNaturalmente l’arte ha sempre saputo che ci sono catastrofi in cui la responsabilità dell’uomo è più diretta ed evidente e questa consapevolezza crescente nella contemporaneità si riverbera nei gesti creativi degli artisti: nel 2015 in Place du Panthéon a Parigi il danese Olafur Eliasson piazzò 100 tonnellate di ghiaccio disposte in 12 monoliti a mo’ di orologio, lasciandoli sciogliere, una sorta di requiem per la calotta polare artica minacciata dai cambiamenti climatici, un’opera “a scomparsa”, memento d’una catastrofe ambientale annunciata: nell’autodissolvimento dell’opera d’arte è sublimato non solo quello dell’ecosistema ma dello stesso genere umano. Tutta la environmental art contemporanea sta sotto il segno scandaloso e drammatico di una catastrofe del logos, da denunciare al fine di procrastinarla.

E la grande mostra al Museo Mori di Tokyo (6 ottobre 2018 - 20 gennaio 2019) “Catastrophe and the power of art”, sette anni dopo lo sconvolgente maremoto con relativo disastro nucleare a Fukushima, ribadirà che la militanza dell’arte contemporanea nella colossale battaglia per la salvaguardia del creato è scelta ormai irreversibile. Basterà?