EDITOR a cura di Tommaso Ricci
L’AMBIVALENZA DEL FUOCO
27/12/2018

di Tommaso Ricci


 



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Prometeo anima col fuoco una statua d’argilla, 1616 ca., Francesco Barbieri detto il Guercino, Cento, Cassa di Risparmio (da Casa Fabri).

Fuoco è vita e morte, civiltà e devastazione, amore e odio. Fuoco è Dio, fuoco è diavolo. E poiché l’uomo è tigre e falena, insieme atterrito e attirato da questo prodigio combustivo color arancio portatore di calore e luce, è naturale che nella sua attività più inutile e più sensata, quella artistica, gli abbia riservato spazio. D’altronde è proprio la capacità di governare il fuoco, ottimo servitore e pessimo padrone, a distinguere l’uomo dagli altri esseri viventi e, come ci narra il mito fondativo di Prometeo, il fuoco è frutto di un furto pro domo nostra compiuto a casa degli dei dal turbolento cugino di Zeus.

Inoltriamoci allora in un veloce zig zag tra le fiamme dell’arte – nel precedente numero della rivista ci siamo dedicati all’acqua e nei prossimi ci rivolgeremo, arcimboldescamente, agli altri elementi naturali – proprio in compagnia della figura del Titano che pagò con la tortura il suo dono agli umani. Che la sua fortuna abbia solcato i secoli e intersecato discipline (letteratura, musica, pittura, scultura) e correnti artistiche disparate lo si coglie dalla varietà di personaggi che lo hanno raffigurato: dal Filarete nella omonima porta della Basilica di San Pietro (1445) a Oskar Kokoschka con le sue volte londinesi (1950). Entro la cornice di questo mezzo millennio ci imbattiamo in giganti dell’arte pittorica dedicatisi al mito: Tiziano, Guercino, Tiepolo, Rubens, Moreau, solo per snocciolarne alcuni, e Prometeo è rappresentato alternativamente sia nell’atto di donare il fuoco, sia nel patimento sofferto per aver compiuto quell’atto. Ambivalenza che si snoda lungo l’intera vicenda raffigurativa del fuoco: da una parte fattore di rinvigorimento fisico, spirituale e sociale, dall’altra strumento letale di distruzione, di offesa e di castigo. Scene di grandi roghi, fortuiti o dolosi, recano firme altisonanti, da quella di Raffaello nella Stanza vaticana dell’Incendio di Borgo (all’interno della quale si evoca, attraverso la figura del giovane che si carica in spalla un vecchio, un altro rogo, quello di Troia) a quella dell’inglese William Turner che, ritraendo l’incendio di Londra del 1666, sfrutta le linee cangianti e indistinte delle fiamme per darci quasi un assaggio di arte informale.

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Giudizio Universale (inferno), Coppo di Marcovaldo, Battistero di San Giovanni a Firenze.


Quanto al fuoco come punizione divina, esso è sì immagine biblico-teologica consolidata da quasi tre millenni, eppure Dante, per trasfondere l’inferno (“città del foco”) in Commedia, pare si sia ispirato visivamente al mosaico di Coppo di Marcovaldo nel Battistero di Firenze. E non possiamo dilungarci qui sulle innumerevoli vampe crepitanti nei vari Giudizi Universali, autentici specchi ustori per le anime, cui illustrano il supplizio dell’incandescenza infernale.

Però v’è anche il fuoco benefico, quello che dona luce alle tenebre e calore al gelo. La luminosità raccolta e intensa, placida e accesa, di Georges de la Tour, il Caravaggio francese, ostende spesso, a differenza del Merisi, la propria fonte di emissione, una lucerna, una candela, un fuoco; e anche van Gogh non ha voluto far mancare un falò alla sua produzione pittorica realizzando nel 1883 il Contadino che brucia sterpi, un piccolo olio, che rasenta la monocromia, con una figura umana ricurva e solitaria che cerca conforto nel fuocherello in mezzo a una brughiera scurita dall’imbrunire e dalla desolazione.

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L’incendio delle Camere dei Lord, William Turner, Cleveland Museum of Art, Stati Uniti d’America.

L’arte contemporanea, rompendo e trasgredendo regole e consuetudini, è riuscita addirittura a ingaggiare il fuoco come strumento dell’atto creativo e Alberto Burri per primo si è trasformato in novello Efesto affidando alle fiamme da lui governate il compito di generare le plastiche forme delle sue Combustioni. E alla primordialità del fuoco si ricollega sovente anche il videoartista Fabrizio Plessi che con una spettacolare installazione ha ravvivato di recente uno spazio legato a filo doppio col fuoco, il Teatro La Fenice di Venezia, distrutto dalle fiamme nel 1996 ma risorto dalle proprie ceneri proprio come l’animale mitologico di cui porta il fatale nome.