EDITOR a cura di Tommaso Ricci
BOLLE DI SAPONE
18/10/2019


FOTO ASe vi aggirate nelle sale del locupletato Museum of Fine Arts di Boston rischiate imbattervi nella vanitas di Cornelis Norbertus Gijsbrechts, egregio esponente di un genere pittorico molto in voga nel Seicento nordico. Si tratta di un olio su tela che raduna una candela, una clessidra, un teschio, un violino e… due piccole bolle di sapone. Tutto ad evocare l’effimero, il caduco, il fugace. Le vanitas erano dei memento mori indirizzati allo sguardo e alla coscienza dello spettatore. Qui, sia detto en passant, la medesima arte si autoinclude tra le futilità di questo mondo, con quel lembo arrotolato della tela in alto a destra che vanifica l’effetto trompe l’oeil e costituisce un atto deliberato di metapittura. Ma torniamo alle bolle. Il sapone, proveniente dal mondo arabo, era solo da poco diventato strumento di igiene personale – prima serviva perlopiù per lavare le stoffe - e a forza di usarlo s’era notata la circostanza che esso produceva delle lamine sottili di forma sferica su cui la rifrazione della luce spennellava riflessi multicolori. Queste bolle erano creature lievi, danzavano nell’aria al soffio del vento o delle gote umane e ben presto scoppiavano. E così, mentre l’alta società faceva a gara per possedere la rara sostanza igienico-ludica - uno status symbol dell’epoca - la pittura, soprattutto olandese, si scatenò, come ha documentato qualche mese fa un’originale mostra a Perugia nella Galleria Nazionale dell’Umbria. Sì certo, già i moraleggianti antichi romani dicevano homo bulla est, per significare la precarietà della vita umana, ma quando a riprodurre su incisioni, affresco o tela la magia delle bolle arrivarono pezzi da novanta come Goltzius, Carracci, Bruegel il giovane, Guido Reni, Rembrandt, Frans Hals, e poi Chardin, e poi ancora Édouard Manet, la bolla assurse a simbolo primario di giocosa fragilità dell’esistenza. E a questo boom figurativo delle bolle concorsero anche le ricerche di serissimi scienziati nient’affatto giocherelloni. Sir Isaac Newton dedicò a esse intensi studi di ottica (cfr. il quadro di Pelagio Palagi a Brescia, Pinacoteca di Palazzo Tosio), nell’Ottocento poi le sferiche lamine saponate divennero modello sperimentale per problemi di fisica e matematica che vanno sotto il nome di calcolo delle variazioni. E una celebre missioneFOTO A scientifica (Challenger, 1872) che circumnavigò il mondo appurò, dallo studio dei radiolari, che le logiche fisiche che presiedono alla geometria delle bolle valgono anche nel fondo degli oceani. Dio geometrizza sempre, fu detto. E non si creda che àmbito scientifico ed artistico siano impermeabili: per lambire i giorni nostri, il design della mega piscina olimpica di Pechino, del 2008, deve evidentemente moltissimo agli studi sull’acqua saponata, anche se poi in vasca c’è il cloro e non il sapone. Quando alla produzione artigianale del sapone si affiancò la sua diffusione industriale, dunque di massa, sulle bolle prese a soffiare il vento della pubblicità commerciale e uno sguardo ai manifesti di Hohenstein e di Boccasile, di Nanni e di Maga, di Cappiello e Rossetti si nota come la fantasia si sia davvero sbizzarrita con queste esili e magiche forme. E la fotografia? Possiamo forse tralasciare gli scatti di Bradley Miller e Richard Heeks, o le immagini erotiche del vulcanico Man Ray, con e senza la sua musa modella Lee Miller? Le bolle di sapone hanno invaso ogni àmbito dell’arte, perfino la musica, con Bizet, e la poesia, con la quale chiudiamo. Il verso è di Trilussa, un acquarello in rima.

Una farfalla bianca, un certo giorno,

ner vede quela palla cristallina

che rispecchiava come una vetrina

tutta la robba che ciaveva intorno,

j’agnede incontro e la chiamò: – Sorella,

fammete rimirà! Quanto sei bella!

(…)

La Bolla de Sapone je rispose:

– So’ bella, sì, ma duro troppo poco.

La vita mia, che nasce per un gioco

come la maggior parte delle cose,

sta chiusa in una goccia… Tutto quanto

finisce in una lagrima de pianto.

Perciò mai trattare le bolle di sapone come un banale gioco da ragazzi, esse contengono un pezzo di storia del mondo. E soprattutto parlano di noi.