EDITOR a cura di Tommaso Ricci
ARTE E BATTERI
07/01/2021


FOTO A - Suzanne Anker - Everson Museum





Un particolare dell’installazione della mostra di Suzanne Anker dal titolo “Remote Sensing of Vanitas” che si è svolta presso Everson Museum of Art di New York nel 2019.













Maria Peñil Cobo non aveva scoperto alcunché di clamoroso, eppure nel 2015 risultò la prima premiata dalla prestigiosa American Society for Microbiology. D’altronde non era nemmeno una microbiologa. Il suo lavoro si intitolava Neurons e con la scienza aveva un rapporto sì molto stretto, ma alquanto originale: si trattava di un’opera d’arte dedicata appunto agli elementi base del sistema nervoso, ma la funzione della tela la assolveva una piastra di Petri, una sorta di vetrino da laboratorio, e quanto a disegno e colori gli artefici erano colonie di batteri. Maria, con l’aiuto dello scienziato Mehmet Berkman, era solo l’ideatrice, la prima bio-artista a vincere il concorso indetto dai microbiologi americani e intitolato Agar art, dal nome dell’addensante naturale su cui si distendono e proliferano i microrganismi, un gel idrocolloide peraltro ben noto ai restauratori d’arte di nuova generazione per le sue utili prestazioni.

FOTO B - Menezes-Farfalle


Marta de Menezes è un’artista portoghese che si dedica al rapporto tra arte e biologia. Nel 1999 realizza la sua prima opera d'arte biologica (Natura?), modificando i modelli delle ali delle farfalle vive.












A conclusione dell’annus horribilis 2020 in cui un’invisibile creatura del microcosmo ha dato scacco planetario all’Homo sapiens costringendolo a un arrocco sociale mai sperimentato prima, non è così fuori luogo occuparsi di quella che viene chiamata “bioarte”, una peculiare attività estetica che pratica un interscambio intenso tra approccio scientifico-tecnologico, materie prime fornite dalla natura e intelligenza creativa umana: Suzanne Anker, Joe Davies, Stelarc, Marta de Menezes, George Gessert, gli australiani Symbiotica sono solo alcuni dei nomi più conosciuti. In talune sue manifestazioni la bioarte sembra catapultata nella contemporaneità direttamente dal futuro, benché disponga anche di un antenato illustre come il benemerito Alexander Fleming, lo scopritore delle virtù antibiotiche della penicillina.

FOTO C




Alexander Fleming, il medico che scoprì la penicillina è considerato l’antesignano dell’arte microbica, nucleo della più vasta bioarte.













Rientrando a casa dopo un viaggio, nel settembre del 1928, il biologo scozzese, che notoriamente aveva un laboratorio disordinatissimo, quasi un atelier d’artista, si accorse che sulla piastra di Petri sulla quale aveva depositato colonie di stafilococchi insieme con il Fungus penicillium, si era formato spontaneamente il disegno come d’un astro chiaro in un cielo scuro, cioè il batterio si ritirava di fronte all’avanzata della muffa e dava vita a un’immagine molto simile alle numerose che Fleming si dilettava a comporre tramite i suoi indagati. Perché sì, lo scienziato da tempo aveva preso gusto a giocare esteticamente coi microrganismi oggetto delle sue ricerche e creare germ paintings, opere viventi, work in progress nel senso più autentico del termine! Ballerine, soldati, madri che allattano, erano i suoi soggetti; il giallo lo forniva lo Pseudomonas fluorescens, il rosa il Micrococcus roseus, il porpora lo Spirillum rubrum, e così via. Dunque il padre degli antibiotici è anche l’antesignano dell’arte microbica, nucleo della più vasta galassia della bioarte.

Lungo tutto il Medioevo e il Rinascimento gli alchimisti si affaticarono nella vana ricerca della pietra filosofale, sostanza mitologica in grado di conferire immortalità e ricchezza (nonché onniscienza) simboleggiate dall’oro. Ebbene, quell’Opus magnum che non riuscì alla creatività umana pare essere alla portata dei batteri, come ha mostrato l’artista Adam Brown in collaborazione col microbiologo Kazem Kasheficon l’installazione del 2012 The Great Work of the Metal Lover, in cui si mette al lavoro, all’interno di sofisticati macchinari, il Cupriavidus metallidurans, batterio scoperto nel 1974 nelle acque di scarico d’uno stabilimento belga e che si è dimostrato in grado di trasformare in oro elementare il sale d’oro (un colorante e disinfettante) presente nell’ambiente. Dunque un batterio produttore di pepite che rievoca miraggi antichi grazie a un’opera artistica contemporanea!

Naturalmente in questa esaltante nuova frontiera esistono anche rovesci della medaglia: il più eclatante resta tuttora quello del coniglio Alba e dell’artista brasiliano Eduardo Kac (l’inventore del termine “bioarte”). Costui, con la collaborazione di due scienziati e attraverso la manipolazione del Dna mediante una proteina, creò nel 2000 un coniglio albino transgenico che esposto ai raggi ultravioletti diventava completamente verde. L’opera, chiamata GFP Bunny, dette comprensibilmente luogo ad aspre polemiche sul limite che anche le trasgressive e spesso benintenzionate “provocazioni d’artista” devono rispettare, a maggior ragione nella bioarte, ibrida terra dove i confini e le mutue relazioni tra arte e vita – tema costante di riflessioni teoriche e sperimentazioni pratiche – si riconfigurano e ricombinano in una inedita modalità che incrina, se non terremota, le stesse fondamenta su cui è posta. Di certo “l’arte batteriologica” è un impulso a riconsiderare la relazione simbiotica Io-mondo in una luce inquieta ed epifanica, che allarga il mistero dello sguardo dell’arte a caccia di verità e bellezza nelle vastità dell’ignoto, e talora temibile, microcosmo.