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Rivista tecnico-scientifica ambientale dell'Arma dei Carabinieri                                                            ISSN 2532-7828

ACQUE
LUNGO I FIUMI, LEGGENDE E MITI IN TESSUTI DI STORIA
01/07/2014
di Paola Favero Vice Questore Aggiunto  del Corpo forestale dello Stato

I fiumi sono stati in tutto il mondo culla di civiltà ed importanti vie di comunicazione, e lungo il loro corso sono sorte città, si sono sviluppate società e culture, sono avvenuti incontri e scambi, guerre e trattati. Sono nati i miti più antichi,poemi e racconti, opere d'arte, composizioni musicali.

 
 

Riassunto

I fiumi sonostati in tutto il mondo culla di civiltà ed importanti vie di comunicazione, elungo il loro corso sono sorte città, si sono sviluppate società e culture, sonoavvenuti incontri e scambi, guerre e trattati. Sono nati i miti più antichi,poemi e racconti, opere d'arte, composizioni musicali.

Abstract
Along the rivers, legends and myths woven withhistory
Around the world the rivers have always been cradle of civilization andmajor roads and, along their course, cities have arisen,societies and cultures have developed, meetings, exchanges, wars and treatieshave taken place, the oldest myths, tales, poems, works of art, musicalcompositions were born.

 
 

I fiumi sono stati in tutto il mondo culla di civiltà ed importanti vie di comunicazione, e lungo il loro corso sono sorte città, si sono sviluppate società e culture, sono avvenuti incontri e scambi, guerre e trattati...Sono nati i miti più antichi, poemi e racconti, opere d'arte, composizioni musicali.
I libri di storia ci raccontano gli accadimenti più importanti che hanno caratterizzato un territorio, le guerre e le paci, l'economia e la politica, i grandi condottieri e gli uomini di scienza, ma tra le montagne, dalle valli alpine a quelle appenniniche, tutte queste vicende corrono anche sul filo di altre voci, meno appariscenti ma diffuse, raccolte tutte nelle antiche leggende, d'origine cimbra, ladina, romanza o walser.
Letteratura "minore" ma non meno importante, poichè ci permette di conoscere storia e accadimenti, anche geologici o naturali, con gli occhi della gente comune, scoprendo come gli abitanti di un tempo percepivano ed interpretavano la vita attorno. Tutto è sempre intimamente legato al territorio, e così le leggende cimbre vedranno come protagonisti pastori, boscaioli e qualche mercante, qualche eremita e soldato di ventura, e le giovani fanciulle protagoniste saranno sempre semplici e vestite poveramente, e ben si capisce considerando che i cimbri abitavano sull'Altopiano di Asiago o in Lessinia, zone chiuse, quasi isole dove non passava nessuno.


 
 
La Conca di Agordo come un antico lago

Diverso è invece per le Dolomiti, dove nelle leggende ladine si incontrano  principesse e  dame dagli splendidi vestiti, come Merisana a cui si deve la creazione del larice,  Soreghina la figlia del sole,  Tanna la triste regina dei croderes, sposa del Duca di Aquileja e da lui abbandonata, la Delibana giovane vergine sacrificata dai duchi di Andràz ai nani padroni delle miniere...Sì, perchè valli importanti attraversano queste montagne, congiungendo, lungo il corso dei fiumi che le percorrono, Salisburgo e Lienz a Venezia ed Aquileja, il territorio delle genti germaniche alla pianura veneta dove sorgevano Verona e Mantova, e per quelle valli la povera gente vedeva passare eserciti e cortei, guerrieri e splendide dame, trasfigurate poi nei miti nati dalla tradizione popolare.
Ma i nostri fiumi raccontano molto altro ancora, e tra i tanti mi piace ricordarne due a cui sono molto legata, forse tra quelli più ricchi di rimandi e suggestioni leggendarie: la Piave e la Brenta.
Femminili, certo, perchè presso le antiche genti, ed ancor oggi tra le popolazioni locali, il fiume è femmina, porta acqua, porta la vita.
Così c'era la Piave, e c'era anche il torrente Cordevole, suo importante affluente, che raccoglieva l'acqua della Marmolada e della Civetta, del Sella e delle Pale di san Lucano, e la portava verso valle. Ma arrivato ad Agordo un tempo il torrente si arrestava, dando vita ad un grande lago, poichè più sotto la valle era sbarrata come racconta l'antica leggenda ladina.

 
 

Leggenda Agordo

 
Leggenda Agordo illustrazione di Luisa Rota Sperti

"Molti e molti anni fa una popolazione pacifica e tranquilla abitava nella valle del Cordevole, allora isolata dalla valle del Piave poichè un grande lago occupava tutto il fondo della conca Agordina. In quel tempo remoto solo una strada scavata nelle viscere della montagna collegava la vallata Agordina a Belluno, ed il suo imbocco era caratterizzato da una porta grande e regolare, che ancor oggi è ben visibile sulla parete meridionale del Monte Schiara. Quando i barbari cercarono di risalire quella strada per portare morte e rapina tra quelle genti, la porta si richiuse alle loro spalle imprigionandoli nelle viscere delle montagna e salvando così dalla distruzione le popolazioni dell'Agordino. Solo più tardi, dopo i fatti raccontati in questa antica leggenda, altri popolo provenienti dalla pianura veneta poterono risalire la valle per conquistarla con le armi: allora il lago non c'era più, e tutta la valle del Cordevole era percorribile.
Ma gli anni più antichi, quelli in cui l'Agordino godeva di quella protezione naturale, furono certo i più lieti e sereni. In quel tempo le genti che abitavano lassù erano per la gran parte pagane, e solo qualche persona  si era già convertita al Cristianesimo. Tra queste una piccola famiglia composta da padre madre ed un bimbo di sette anni, che da qualche anno dava ospitalità ad un misterioso viandante, che scendeva a predicare e faceva tappa presso di loro. Arrivato alla casetta della famigliola egli si rifocillava e seduto sulla piccola panca di legno parlava a lungo di Dio, della sua religione, e della ricompensa che si avrebbe avuta in cielo per il bene fatto in terra. Il viandante restava di solito fino all'imbrunire, poi salutava e ripartiva, dirigendosi verso la valle del Vescovà, dove si fermava a dormire, dopo aver legato il suo cavallo ad una s'ciara- un grosso anello in bronzo- che si trovava infisso su una alta parete di roccia.  Fu da questo che prese il nome la Schiara, la montagna dei Bellunesi, e lo strano viandante altri non era che San Martino, che ogni anno scendeva dalla Svizzera e attraverso montagne e ghiacciai arrivava nell'Agordino e poi alle montagne sopra Belluno. Da lì rimirava la valle sottostante e la grande città, di cui sarebbe diventato un giorno l'amato patrono.
Un giorno, mentre la famigliola stava attraversando il lago di Agordo in barca, si levò improvvisamente un forte vento che provocò grandi onde e fece naufragare la piccola imbarcazione. Il padre e la madre riuscirono a stento a portarsi in salvo, ma la barca con il piccolo s'inabissò. Gli sposi allora, ricordando gli insegnamenti del viandante che tanto rispettavano, non persero la fede ma pregarono intensamente affinchè il loro figlioletto fosse salvato, e chiesero al misterioso pellegrino di intercedere per lui presso il Signore. Tanto pregarono e con tanta fede che San Martino decise di aiutarli: ed eccolo apparire, luminoso e sfolgorante, brandendo in mano un'immensa spada. Fu con questa che il Santo vibrò un possente colpo nel punto più meridionale del lago, nel luogo chiamato oggi Stretta o Tagliata di San Martin, che si trova proprio accanto all'omonimo Sass di San Martin. Sotto il colpo del Santo le rocce si sgretolarono e si aprì un varco attraverso cui tutte le acque scesero impetuose e spumeggianti, lasciando in poco tempo all'asciutto la conca Agordina. I genitori allora corsero a cercare il figlioletto, sicuri che l'avrebbero trovato ormai senza vita, e quale fu la loro gioia nel ritrovare dopo poco la loro barca rovesciata e sotto il bambino che dormiva tranquillo come se niente fosse accaduto!
Questa è la storia della conca Agordina e della Tagliata di San Martin; manca solo da ricordare che il figlio dei devoti genitori si chiamava Agordo, come il paese che sorse poi nella verde conca.

 
 
 
La stretta di San Martin
 
 

Anche lungo la Brenta sono nate molte leggende, che hanno aspetti diversi e originali, e sono in alcuni casi intimamente legate anche all'economia della valle, come quella che segue,che riporto tratta integralmente dal libro

 

Leggende della Valsugana e del Canal del Brenta,

dell'appassionato scrittore Armando Scandellari.

Tanti e tanti anni fa quando Bassano doveva a Venezia legname e 4.000 caci all’anno, tutti coloro che esercitavano un’arte erano riuniti in corporazioni, dette fraglie o fraie.
Così a Basan, al tempo dei famosi caci, la fraia più potente e antica era quella dei Callegari (calzolai), che risaliva addirittura ai tempi di Dante, ma anche quella dei Pellizzari (Pellicciai) e dei Fornari erano fiorenti. Ultima era venuta la corporazione degli Scudellari , poi detti Boccalari, gli artigiani cioè che fornivano di scuele e piadene la città, ma purtroppo le stoviglie che fabbricavano erano vilissime e di cattivo gusto e nessuno la voleva comperare.
Eppure da anni qualcuno a Bassano c’era che si rompeva il capo per imitare quegli splendidi  lattesini foresti di Faenza e Lodi, così rilucenti di smalti bianchi e duri: Ma quali raffinati “arcanisti” (1) dovevan mai essere quegli artigiani per saper applicare sull’argilla uno smalto così indistruttibile.
     Altro che pignatari, come questi  qui! Brontolava messer Francesco Manardi de Basan un tardo pomeriggio che se ne andava lungobrenta.
     Gnanca sabion d’Istria, gnanca saldame de Pordenon (2), i fa mordente ostrega! E con l’occhio seguiva distratto i monellacci che davan la baia alle lavandaie, allineate in lunga fila sul greto del fiume.

La fa la lavandara
La  lava e la sopressa
La mena ?l culo n’pressa
per guadagnarse “I pan.
cantavano i ragazzi e quelle davan  loro sulla voce per le rime, accaldate e querule come passere.
Così non s’era accorto messer Francesco che il Bel Ponte Coperto da un pezzo s’era lasciato alle spalle ed ora la campagna di stendeva attorno deserta. Ad un tratto però gli parve che dietro un cespuglio ci fosse qualcuno nascosto
   Fuori di lì, intimò col batticuore, tenendo in mano un sasso che s’era affrettato a raccogliere.
Ci fu un attimo di silenzio, poi sbucò fuori un omino piccolissimo, da capo a piedi vestito di verde, d’aspetto bonario:
    Messer Francesco, che vi impaurite delle ombre, ora?
    Ma guarda un po’, un sanguanèl  da queste parti – esclamò il vecchio rassicurato – ma come mai?

E il sanguanèl raccontò che essendo giunto per lui il momento di salvare l’anima, a sconto dei propri peccati doveva compiere una buona azione, ma che era preoccupato perché condizione essenziale era che quell’atto di bontà dovesse andare a favore di tutti gli uomini, non a vantaggio d’un individuo solo.
Entrambi convennero che era cosa giusta, da valutarsi come si deve. Così, per stare più comodi, si posero a sedere sul greto del fiume. Ma nessuna ipotesi prospettata sembrava adatta, per cui sfiduciati, ad un certo momento, tacquero osservando distrattamente l’acqua del Brenta che correva. Fu così che, sul filo dei suoi pensieri, messer Francesco finì col posare gli occhi, là in fondo, nella sua Bassano, ormai sfumata nel crepuscolo, tra terra e cielo, il problema della ceramica gli tornò in mente.

Ho trovato finalmente – gridò eccitato al nuovo compagno che sobbalzò stupito – questa è proprio una buona azione a favore di tutti.
E venne al dunque:
    Vedi là Basan nel fondo?Al levar del sole ogni operaio principia il suo lavoro ai fornasotti, nel nome di Dio, e mai può abbandonarlo fino al calar del sole. Eppure per quante prove si facciano, nessuna stoviglia riesce bene e così padroni, operai e serventi campano assai male, perché gli impasti che producono non sono richiesti.
    Io sono vecchio – aggiunse patetico messer Manardi – tocco ormai gli ultimi anni della mia vita: ma ho tre figli: Ottaviano, Sforza e Giorgio (3) che si studiano inutilmente di imitare i lattesini di Faenza e Lodi, perché non si conosce il segreto. Se tu ce lo riveli io ti giuro sul mio onore, che tutti i bassanesi ne avranno vantaggio e lavoro.

Il sanguanèl stette a pensarci su un po’, quindi ammise che, tutto sommato, gli pareva una proposta onesta  e che sperava proprio che il suggerimento che avrebbe dato sarebbe stato ben valutato in Alto Loco. Per lui che conosceva i segreti della natura meglio degli uomini, era davvero una sciocchezza  quel che gli si chiedeva.
    Tu sei proprio invecchiato inutilmente, messer Francesco, se non vedi dove stai poggiando i piedi e il poggio che ti sta davanti il naso! La ricchezza l’avete fuori casa, a portata di mano e non ve ne siete mai accorti: Volete vasi, fiaschi, orci, servizi da tavola, coppe da frutta, acquasantiere, cornici di maiolica? Ma fateli con questa ottima  tera da bocali
(4). Sopra lo smalto crudo a base di stagno la decorate e poi la cuocete a fuoco grande che diverrà durissima e brillante.
    E volete chicchere, statuine e zuccheriere di porcellana da stupire il mondo? Ma non li avete mai notati questi ciotoli, benedetti da Dio, che dalle montagne del Trentino, di Cismon e di Valstagna il Brenta da millenni scarica ed abbandona qui davanti la città? Prendete le pietre bianche del fiume di terra bianca di Vicenza, un po’ di saldame e di stagno, un poco di gesso  e di calcina e di allume di rocca. Il tutto lo ponete a cuocere e, dopo cotto, lo pestate, e lo macinate sotto pietra e, quando sarà finalmente macinato, la pasta è pronta.
    Allora si che il sabion d’Istria e il minio attacca! E per dorar sopra si posa un foglio d’oro e poi si pone in fuoco (5). E avrete porcellane meravigliose dalla superficie così brillante e dura nemmeno il diamante potrà rigarla, balordi che siete!
E detto questo, con un balzo di gioia, il sanguanèl disparve. Così grazie a quell’omino benefico e intelligente e alle montagne della Valbrenta, in quel lontano anno del Signore, nasceva in Bassano la ceramica e la porcellana: Le cui opere d’arte, modellate, smaltate e decorate da uomini e donne bassanesi, furono le più perfette, le più splendenti, le più fini di tutta la Repubblica Veneta. E viaggiarono tutto il mondo, che non ci stava a pari nessuno.

 
 

1) Nelle antiche manifatture di maiolica e porcellana i preparatori di impasti e vernici erano detti "arcanisti" erchè a conoscenza dei segreti gli "arcana" dei processi  di fabbricazione.
2) Saldame: polvere finissima usata un tempo dalle massaie per pulire rami e stoviglie. Quello di Pordenone era il più ricercato e costoso.
3) I tre Manardi furono a metà del XVII sec. i primi a fare serie ricerche sulla ceramica.
4) La terra delle colline di Sarsòn era usata per la produzione della maiolica
5) Da un vecchio libro di segreti.


 

Ecco dunque una delle tante antiche leggende della Brenta, che ci offre uno spaccato della vita del tempo, con i suoi artigiani, le sue corporazioni, gli usi e costumi...ma molte altre percorrono le sue onde, come quella delle anguane del Subiolo, che donarono l'arte dello scultore ad un giovanotto riuscito a resistere al loro richiamo, le cui opere si ritrovano ancora nelle città e nei paesi sorti lungo la Brenta, come il prezioso crocefisso igneo che adorna la chiesa di Valstagna,  o la leggenda di re Zalìn, fantasma lugubre che si accompagna al demonio, che altri non è che il funesto Ezzelino da Romano, citato da Dante nella sua Divina Commedia e relegato all'inferno con i più malvagi del tempo.