Menu
Mostra menu

L’Arma dei Carabinieri e l’impresa di Fiume

Leonardo Malatesta


Leonardo Malatesta
Presidente dell'Associazione Sperre Valsugana
e Vice Direttore Fondazione Museo Storico del Nastro Azzurro.




1. Introduzione

Lo studio della storia militare italiana, dagli anni ’60, ha toccato vari aspetti della disciplina(1).
Sull’impresa di Fiume, la bibliografia inerente è cospicua(2), ma come sottolineò Renzo De Felice nel 1969(3), poco o nulla c’era sul ruolo dell’esercito e più in generale delle forze armate.
Nel 1965 lo storico reatino pubblicò nella rivista Fiume, della Società di Studi Fiumani, un breve articolo sulla marcia di Ronchi vista dalle autorità militari(4).
Solamente nel 1996, per opera di Luigi Emilio Longo, è uscito un volume sul ruolo dell’esercito nell’impresa(5), che utilizza per lo più la vasta documentazione presente presso l’Ufficio Storico dello Stato Maggiore Esercito, dando un’ampia visione sul ruolo e sui sentimenti che ci furono all’interno della forza armata.
Quello stesso anno, nel mensile Storia Militare, uscì un breve articolo di Francesco Roncallo, sul ruolo della marina(6).
Il saggio non apportò novità di rilievo, ma fece una descrizione dei principali eventi che videro protagonisti gli uomini della marina.
Nel 2001, nel periodico Quaderno 1998 della Società Italiana di Storia Militare uscì un saggio di Pier Paolo Meccariello sul ruolo della Guardia di Finanza a Fiume(7).
Il contributo, sulla scorta di materiale inedito del Museo storico, spiegò l’attività delle Fiamme Gialle.
Sul ruolo dell’Arma dei carabinieri nel periodo fiumano, esiste solo una relazione a stampa del 1920(8).
Questo saggio, vuole rappresentare una prima analisi sulla storia dei carabinieri(9) in quel particolare periodo, utilizzando della documentazione inedita proveniente dall’archivio del colonnello Carlo Reina(10), capo di Stato Maggiore del Comando dannunziano dal settembre al dicembre 1919.



2. I carabinieri a Fiume durante l’occupazione Interalleata

Dopo la conclusione della prima guerra mondiale, ritornò alla ribalta nazionale la questione di Fiume. Nel dicembre 1918, secondo un censimento, su un totale di 46.264 abitanti, 28.911 (62,5%) erano italiani, 9.092 (19,6%) croati, 1.674 (3,6%) sloveni, 161 (0,4%) i serbi, 4.431 (9,6%) gli ungheresi, 1.616 (3,5%) i tedeschi e 379 (0,8%) di altre nazionalità(11).
Le clausole dell’armistizio che pose termine alla Grande guerra, prevedevano che le forze austroungariche abbandonassero tutti i territori occupati durante l’evento bellico. Per il fronte italiano, da Piz Umbrail a nord ovest del Passo dello Stelvio, fino al confine con la confederazione elvetica e alle Alpi Carniche a Monte Nevoso, includendo Volosca sulle rive del Quarnaro, lasciando per pochi chilometri fuori Fiume. Questo tracciato era molto simile agli accordi stipulati per l’entrata in guerra dell’Italia, il famoso Patto di Londra del 26 aprile 1915(12).
Il Patto di Londra si può considerare completo, se non perfetto, per quanto riguarda la frontiera alpina nord - orientale.
È incompleto per il problema adriatico, avendo lasciato Fiume ed i porti vicini a sud, fino a Carlopago compreso, fuori dalle nostre richieste, ed avendo rinunciato a Spalato e ad altre città italiane della Dalmazia, nonché ad alcune isole.
Non avendo apprezzato la possibilità dello smembramento dell’Impero austro-ungarico, ed essendo la Romania e la Bulgaria ancora neutrali, il nostro governo non trattò per la soluzione del problema balcanico, che si abbinava con la questione adriatica(13).
Le parole del maresciallo d’Italia Enrico Caviglia(14), autore di un volume postumo sull’impresa di Fiume, risultano molto significative. Negli articoli 4 e 5 del Patto, dove si trattava del confine orientale, Fiume non è inclusa nelle richieste italiane in caso di vittoria.
Il Presidente degli Stati Uniti Woodrow Wilson alla Conferenza di pace si limitò ad applicare l’accordo che il nostro Paese aveva stipulato con gli alleati.
E qui la responsabilità va attribuita ad Antonio Salandra e Sidney Sonnino(15).
Già prima della conclusione della guerra, dopo la morte dell’imperatore Francesco Giuseppe, iniziò il processo di disgregazione della Duplice Monarchia. Il 1° ottobre 1918 fu aperto il Parlamento nazionale e le varie etnie chiesero l’indipendenza subito concessa dall’imperatore Carlo. Non più uno Stato unitario, ma una federazione.
All’interno di Fiume, in questo clima arroventato molti abitanti erano favorevoli alla decadenza del compromesso con l’Ungheria del 1869.
Il 17 ottobre 1918, l’imperatore pubblicò un manifesto dove dichiarò di accettare il "principio nazionale", creare uno stato federale e garantire l’integrità dei Paesi della Sacra Corona di Santo Stefano. In questo modo l’Ungheria diveniva indipendente e con questo nuovo principio rendeva impossibile ogni accordo fra magiari e croati perché si negava l’unione con gli sloveni in Austria.
Il giorno successivo, nella seduta parlamentare, quando il Presidente Wekerle annunciò alla Camera dei deputati di Budapest la decisione sovrana, non era presente nessuna delegazione croata. Questa assenza venne interpretata come un disinteresse nei confronti del problema. Tra i vari interventi, ci fu quello del deputato di Fiume, onorevole Andrea Ossoinack, che dichiarò:
"la guerra mondiale ha sconvolto il mondo e la pace mondiale sembra voler rendere anche più completo questo sconvolgimento, perché mentre nell’interno i croati reclamano per sé la città di Fiume, anche secondo dispacci giunti dall’estero si vuol sacrificare Fiume alla Jugoslavia. Di fronte a queste tendenze ritengo mio dovere protestare solennemente qui alla Camera di fronte al mondo intero contro chiunque volesse assegnare Fiume ai croati, perché Fiume non soltanto non fu mai croata ma anzi fu italiana nel passato e tale rimarrà anche nell’avvenire. Per questo motivo, ma anche per la posizione di diritto pubblico di Fiume per cui anche oggi costituisce un Corpus separatum, una simile arbitraria soluzione della sorte di Fiume sarebbe nel più aperto contrasto col diritto dei popoli e dell’autodeterminazione. Pertanto, mi permetto di presentare la seguente dichiarazione, quale deputato di Fiume eletto all’unanimità e con richiamo alle concezioni esposte: poiché l’Austria - Ungheria nella sua offerta di pace ha accettato come base il diritto dei popoli all’autodecisione proclamato da Wilson, anche Fiume quale corpus separatum rivendica per sé questo diritto. In conformità, desidera esercitare liberamente e senza limitazioni il diritto di poter decidere della propria sorte. Ho voluto esprimere innanzi a codesta Camera questo punto di vista semplice ma preciso. Fiume dunque sta sulla base del diritto di autodeterminazione dei popoli"(16).
Nelle settimane successive il clima in città peggiorò.
Per risolvere la situazione, su proposta dell’ingegner Giovanni Rubinich, durante una riunione del neo costituito Consiglio Nazionale venne stilato il Proclama del 30 ottobre che recitava:
"Il Consiglio Nazionale italiano di Fiume, radunatosi quest’oggi in seduta plenaria, dichiara che in forza di quel diritto per cui tutti i popoli sono sorti a indipendenza nazionale e libertà, la città di Fiume, la quale finora era un corpo separato costituente un comune nazionale italiano, pretende anche per sé il diritto di autodecisione delle genti. Basandosi su tale diritto, il Consiglio Nazionale proclama Fiume unita alla sua madrepatria l’Italia. Il Consiglio Nazionale italiano considera come provvisorio lo stato di cose subentrato addì 29 ottobre 1918, mette il suo deciso sotto la protezione dell’America, madre di libertà e della democrazia universale, e ne attende la sanzione dal congresso di pace"(17).
Tra il 30 e il 31, iniziarono ad arrivare a Fiume truppe dell’esercito italiano. Dopo giorni di eccitazione, nelle prime ore del pomeriggio del 15 novembre entrarono anche reparti del Comando Interalleato(18); con contingenti americani e francesi. Il 20 novembre fu nominato comandante il generale Enrico di San Marzano che così delineò i compiti dei militari:
"I contingenti di truppe alleate ai miei ordini sono entrati in Fiume per la tutela dell’ordine pubblico. Confido che i cittadini tutti animati da senso di disciplina, di concordia e di civiltà renderanno facile tale compito. Nel caso si verificassero disordini, essi saranno inesorabilmente repressi ed i colpevoli deferiti al tribunale di guerra"(19).
Ma il comando di San Marzano durò poco. I francesi protestarono e per evitare frizioni, Vittorio Emanuele Orlando e il ministro degli esteri Sonnino, accolsero le proposte transalpine: nei territori non assegnati all’Italia dal Patto di Londra, salvo eccezioni, il corpo d’occupazione andava guidato da un francese, ovvero il generale Franchet d’Esprey.
Il 26 novembre iniziarono a giungere nuove forze agli ordini del generale Trainè.
Per impedire ai francesi di avere troppa influenza a Fiume, il Comando Supremo italiano nominò il generale Francesco Saverio Grazioli(20), nuovo comandante. In questo modo, avendo un grado più elevato del collega francese, non c’era il pericolo di essere comandati dai "cugini".
Se la base francese fosse stata installata nel porto di Fiume questo avrebbe consentito il controllo, sia pur parziale, della stazione ferroviaria, il che avrebbe impedito l’ingresso in città dei serbi. E questo avrebbe potuto provocare disordini.
La controversia sulla base logistica venne risolta il 17 dicembre, con il verbale di una commissione composta da autorità militari e francesi e dal Consiglio Nazionale Italiano: Porto Barros avrebbe ospitato la base mentre le caserme e servizi sarebbero stati a Sussak.
In quei primi mesi dell’occupazione, l’Arma dei carabinieri era presente a Fiume, agli ordini del maggiore Ramponi, con compiti di polizia militare, con due compagnie: una dislocata all’interno della città, guidata dal capitano Emanueli e l’altra all’esterno comandata dal capitano Rocco Vadalà. Il capitano Miegè era preposto in città al servizio dei salvacondotti(21).
Secondo un documento del giugno 1919 il Comando d’occupazione Interalleato disponeva di oltre 14 mila soldati italiani(22), con le seguenti forze:
-  1° reggimento Granatieri di Sardegna con 2447 uomini;
-  2° Reggimento Granatieri di Sardegna con 1601 uomini;
-  Brigata Sesia con 4938 uomini;
-  Genio con 820 uomini;
-  1° Reggimento Artiglieria da montagna con 688 uomini;
-  8° Reggimento Bersaglieri ciclisti con 547 uomini;
-  Reggimento "San Marco" di marina con 527 uomini;
-  Reggimento "Piemonte Reale Cavalleria" con 398 uomini;
-  28° Gruppo Obici Campali con 344 uomini;
-  6° Reggimento Artiglieria campale con 287 uomini;
-  Compagnia Autonoma con 238 uomini;
-  3° Autoparco + 64° Autodrappello con 97 uomini;
-  Sanità con 95 uomini;
-  4° Squadriglia Autoblindomitragliatrici con 81 uomini;
-  3° Reggimento Alpini con 58 uomini;
-  Sezione I.T.O. con 42 uomini;
-  Magazzini con 98 uomini;
-  Uffici Comando Presidio con 30 uomini;
-  Carabinieri con 231 uomini;
-  Guardia di Finanza con 193 uomini.
Al 15 agosto, quando ci fu l’inizio del previsto ritiro di parte delle truppe, i reparti dell’arma, erano agli ordini del maggiore Alba, il comando aveva sede in via Buonarotti, il 354° plotone al Punto Franco di Fiume, il 378° a Sussak e il 439° nel palazzo vecchio polizia in città(23).
Il 1° settembre, rispetto alla precedente disposizione, la 161ª sezione si dislocò a Sussak e la 162ª a Cantrida(24).



3. L’arrivo di D’Annunzio a Fiume e i compiti dei carabinieri

Con l’ingresso delle forze dannunziane il 12 settembre 1919, il generale Vittorio Emanuele Pittaluga, comandante delle forze italiane in città, ordinò al maggiore Ramponi di rimanere a Fiume per tutelare gli alleati. Questi uomini, dovevano impedire al movimento rivoluzionario di entrare in città, ma di fatto andarono ad ingrossare le fila delle forze dannunziane. Corse voce che gli uomini erano partiti da Trieste senza sapere dell’inizio della marcia di Ronchi(25).
Alle 22 del 13, seguendo gli intendimenti del generale Mario Nicolis Di Robilant, comandante l’8ª armata, nessuna forza regolare italiana doveva rimanere in città con rientro ad Abbazia(26).
L’ordine giunse verso la mezzanotte e per evitare frizioni alla linea d’armistizio con gli arditi(27) si decise che la partenza sarebbe avvenuta il mattino seguente. Sempre per evitare scontri, il tenente Tortorella, si recò al comando dannunziano per ottenere dei lasciapassare. L’ufficiale e una cinquantina di militi della compagnia esterna, iniziarono a dirigersi verso Abbazia e poco dopo furono raggiunti da Vadalà che decise di rimanere in città e chiedendo ai militari dell’arma, di seguire il suo esempio. Risposero in modo affermativo 3 sottufficiali ( il maresciallo Cincimino, il brigadiere Lorio Ciavattini e il vicebrigadiere Giusto Benfatto) e 14 militari(28).
Anche nella compagnia interna si ebbero defezioni. Alla data del 28 settembre 1919, erano presenti a Fiume, 9 ufficiali superiori, 276 inferiori, e 4.467 tra sottufficiali e militari. Gli uomini dell’Arma erano un ufficiale inferiore, Vadalà e 73 tra sottufficiali e truppa(29).
Oltre agli uomini che seguirono subito il capitano decorato di ben 7 medaglie al valor militare, altri 50 arrivarono a rinforzare le forze fiumane, 10 appena arrivati a Trieste si diressero immediatamente nella città olocausta.
Il comando dannunziano era così formato:
-  Comandante in capo: D’Annunzio;
-  Capo del Gabinetto militare: colonnello Mario Sani;
-  Capo del Gabinetto Politico: avv. Giovanni Giurati(30);
-  Vice Comandante militare: generale Sante Ceccherini(31);
-  Comandante della marina: capitano di vascello Luigi Rizzo(32);
-  Comandante della divisione: generale Corrado Tamaio;
-  Capo di Stato Maggiore: maggiore Carlo Reina;
-  Comandante dell’artiglieria: colonnello Oreste Rossi;
-  Comandante Gruppo Arditi: colonnello Raffaele Repetto;
-  Ispettore Reparto Ufficiali f.q.: colonnello Gaspare Sini;
-  Comandante dell’aviazione: maggiore Carlo Lombardi;
-  Ispettore dei bersaglieri: maggiore Gualtiero Santini;
-  Ispettore della fanteria: maggiore Paolo Vagliasindi;
-  Giustizia militare: maggiore Pietro Lanari;
-  Amministrazione: tenente colonnello Francesco di Napoli;
-  Commissariato: tenente colonnello Vittorio Margonari;
-  Sanità: capitano Francesco Usai;
-  Stampa e propaganda: Orazio Pedrazzi;
-  Servizio Informazioni Militari: Manlio Verde Aldrighetti(33).
Agli uomini di Vadalà vennero affidati compiti di ordine pubblico. "Occupata Fiume da D’Annunzio, questi affidava ai Carabinieri Reali il compito del mantenimento dell’ordine in un momento torbido per l’affluire tumultuoso di reparti e di persone isolate, non controllate da alcuno. Data immediatamente disposizioni per il servizio d’ordine, la vita della città venne subito ricondotta ad un ritmo sereno e tranquillo. Associandosi alla impresa, però, i carabinieri intesero di concorrere al tentativo di salvare la generosa città e ciò per il bene della Patria e del Re"(34).
Già da queste prime parole di Vadalà, si intuisce il carattere dell’ufficiale e lo spirito che mosse lui e i suoi uomini ad aderire alla causa fiumana; far sì che Fiume tornasse alla Patria e controllare la situazione in città per evitare sommosse e disordini. Dai primi giorni, uno dei problemi più importanti, fu quello dell’ordine pubblico e dell’arrivo di nuovi militari in città.
Oltre ai carabinieri, un paladino di ordine e disciplina, fu il maggiore Reina. Che il 19 settembre emanò un documento;
"A tutti i giovani Ufficiali d’Italia!
Il magnifico slancio con cui, i giovani Ufficiali italiani accorrono ogni giorno dalle più lontane città del Contingente a portare la loro fede e la loro gioventù a Fiume, riempie di commozione e di ammirazione. Sono Ufficiali effettivi che col loro atto compromettono l’avvenire della carriera, sono Ufficiali di complemento fuggiti senza preoccuparsi delle conseguenze, sono Ufficiali in congedo che hanno abbandonato per l’ideale purissimo la ripresa attività di pace; tutti superando ostacoli di ogni genere, sfuggendo agli inseguimenti, accorrono e giungono di qua dalla nostra linea cogli occhi sfolgoranti di gioia, pronti a dare tutto alla causa che hanno abbracciata. Giovani Ufficiali di tutte le armi, voi che non avete avuta la ventura di poter giungere a Fiume, voi dovete compiere un sacrificio più grande: ‘restare al vostro posto’. Fiume non può più accogliere i giovani Ufficiali che vi accorrono. Varie difficoltà che tutti ben comprendono, lo vietano. Il numero è già stragrande. Restate nelle vostre città; restate presso i vostri concittadini e trasfondete in loro la vostra fede, che è la nostra, fate comprendere ai paurosi, ai tiepidi, ai falsi bempensanti la vostra volontà: l’irremovibile proposito che è nel grido: ‘Fiume o morte’. Si può ormai considerare come esercito fiumano l’intero esercito italiano, dovunque si trovino i reparti. Necessaria è l’opera che vi preghiamo di svolgere oggi, con tutta la vostra forza giovanile. Domani forse vi chiameremo, e siamo certi che al primo appello accorrerete gridando con unanime ardore: ‘Fiume o morte’"(35).
Non fu la sola occasione che l’ufficiale dei Granatieri, cercò di rallentare, se non fermare l’arrivo di nuovi militari. Il 7 ottobre, il Comando fiumano, emanò un ordine per regolare l’ingresso e l’uscita di ufficiali e soldati dalla città, dove si parlò anche dell’arma.
"Un ufficiale di servizio deve essere in permanenza nei posti di C. e T.
Incarichi - Incombenze - Consegne - A codesto Ufficio vengono inviati tutti coloro che volessero entrare in Fiume italiana od uscire. L’Ufficiale di servizio al posto di C. e T. procederà all’esame documenti personali ed agli interrogatori di coloro che gli saranno avviati.
Militari - Se coloro che gli saranno presentati siano Militari isolati che cerchino di entrare o penetrare in Fiume:
a) ne stabilisca l’identità personale (generalità) con domande, e visione di carte personali;
b) prende nota del reparto di provenienza;
c) prende nota dello stato d’animo del reparto dal quale è giunto e di quello dei reparti con cui l’interrogato ha avuto contatto, nel riguardo della nostra impresa;
d) prende nota dell’indirizzo dell’interrogato.
Qualora i militari isolati siano Ufficiali superiori o generali, provveda a farne noto immediatamente il nome e il cognome all’Ufficio di stato maggiore del Comando (telefono 19.17 e 19.54). Nell’attesa della risposta li faccia attendere nel posto di controllo e transito. Saranno indistintamente rimandati tutti i militari isolati che si presentassero per entrare in Fiume. Si spieghi loro con giusto criterio e con adeguate parole l’inutile concorso di altri militari che possono rendersi a noi utili, ottimamente, esercitando l’opera loro di esaltazione dei destini d’Italia nell’interno del paese.
Reparti organici - Se alle linee di blocco si presentassero per entrare reparti organici, presa nella forza di Ufficiali e soldati, sia immediatamente, per telefono, comunicata all’Ufficio di stato maggiore ed al Comando di Presidio, siano date eguali informazioni, siano avviati alla località che verrà volta per volta indicata.
Militari isolati - Che cerchino di uscire siano fatti uscire semplicemente se hanno un lasciapassare firmato dal sig. Maggiore Rejna o dal sig. Capitano Valmarana.
Reparti organici - In uscita da Fiume, saranno muniti di lasciapassare loro rilasciato dall’Ufficio del Capo di S.M.
Civili - Se coloro che saranno avviati dichiareranno di essere militari valgano le disposizioni sopra date; se invece si dichiareranno commercianti, ne sia attraverso l’interrogatorio e la visione delle carte personali, precisata la nazionalità e si cerchi di stabilirne in modo esatto l’identità personale. Devono essere inviati: quelli che cerchino di entrare all’Ufficio Passaporti.
Contadini di origine slava - Parecchi contadini esercitano specialmente donne e ragazzi il piccolo commercio di verdure frutta e latte; tale traffico non deve essere intralciato per l’impellente economia della città, deve essere tuttavia sorvegliato.
Civili in uscita da Fiume - Devono avere un lasciapassare od il passaporto firmato e bollato dall’ufficio passaporti o dal Capitano Vadalà dei CC.RR.
Autoveicoli - Ne sia proibito in modo assoluto il transito, tranne a quelli che siano forniti di regolare permesso rilasciato personalmente dal Capo di Stato Maggiore.
Posti di controllo e transito di Sussak - Ferme restando le disposizioni già date per i posti precedenti, per quello di Sussak speciali consegne occorrono e sono:
a) sorveglianza disciplinare dei militari di servizio al ponte (carabinieri - soldati - ronde);
b) controllo del servizio di detti militari, sul loro contegno verso i borghesi;
c) impedire il transito per Sussak di militari non muniti di permesso e di lasciapassare specie se in gruppo;
d) di riunire in apposita cartella tutti gli ordini che perverranno al posto di controllo e transito facendo curare poi l’esecuzione da parte degli agenti della questura.
Alle dipendenze dell’ufficiale di guardi al ponte di Sussak sono due ronde di cavalleria (due caporali e 4 lancieri) che fanno servizio di perlustrazione dal macello lungo il Recina fino al mare. Nell’espletamento del suo incarico l’Ufficiale si varrà anche dei militari comandati dall’Ufficio informazioni di controllo politico - militare. Si richiama l’attenzione dei sigg. Ufficiali del posto di Sussak sulle disposizioni date (circolari 83 prot. 30 C.A.) o che darà il Consiglio Nazionale di Fiume nel riguardo al commercio ed alla resportazione"(36).
La maggior parte di questi nuovi arrivati, erano ufficiali di complemento nominati durante il recente conflitto mondiale(37) che ritornati alla vita civile, non avendo molte prospettive di vita, videro nell’impresa di Fiume un modo di rivalsa e anche una via per un nuovo ordine.
"Pian piano però, erano venuti calando in Fiume ufficiali di idee avanzate e ai quali il termine della guerra aveva fatto sentire l’insofferenza della disciplina, il bisogno di tradurre in atto le proprie idee. Fiume si poteva prestare per le sue illegali ed anormali condizioni come un ottimo campo e quivi convennero da ogni parte Ufficiali e borghesi recando a volte dei reparti ed iniziando in mezzo a loro l’opera di propaganda. Ad inquinare anche più l’ambiente, calano in Fiume agitatori nazionali e stranieri ed una massa di persone losche, avventurieri ed individui colpevoli di reati comuni"(38).
Questi ufficiali poco inclini alla disciplina, provocarono, come avevano previsto Reina, Valdalà ed altri, i primi scontri.
Il 19 settembre, c’era stato il primo dirottamento di un piroscafo, il Venezia, partito da Trieste in direzione di Pola - Cherso e Lovrana. Giunto all’altezza di Rovigno, fu abbordato da ufficiali di vari reparti e dagli arditi che l’occuparono e ordinarono di dirigersi a Fiume.
Il 1° ottobre, tocca al piroscafo Beker, da Ancona e diretto a Sebenico, comandato dal capitano croato Alberto Randic e scortato dai carabinieri Giovanni Borocchi ed Aldobrandino De Luca, appartenenti entrambi alla tenenza di Ancona. Poco prima della partenza, si presentarono a bordo i tenenti Arturo Norcia e Giovanni Simeoni, (Intendenza militare di Ancona) che esibirono al comandante della nave una falsa lettera che li accreditava per la scorta, assieme a tre soldati. Nella realtà questi ultimi non erano dei soldati, ma degli ufficiali, capitano Papadia, dell’Intendenza militare mentre i sottotenenti Carlotti e in servizio presso il ministero dell’assistenza e pensioni di guerra. Quando la nave giunse in mare aperto, con le pistole in pugno gli ufficiali intimarono il comandante a dirigersi su Fiume e con tono minaccioso dissero ai carabinieri di non opporre nessuna resistenza. Essi non poterono fare nulla anche se avevano ben in mente il compito che avevano ricevuto dall’autorità superiore e dovettero accontentarsi della dichiarazione firmata dai 5 ufficiali ribelli che scagionava i due militi da qualsiasi responsabilità(39).
Nelle prime ore del mattino del 3 il piroscafo raggiunse il porto di Fiume e poco dopo fu ucciso il carabiniere Borocchi.
Vennero stese due relazioni, una di Vadalà e l’altra del generale Roberto Cesaro, comandante del Gruppo Provvisorio carabinieri di Trieste.
"Uno degli ufficiali, il s. ten. Carlotti, smontato dalla nave sul motoscafo che la precedeva, prese terra prima di ogni altro. Questi era latore di una lettera scritta dal ten. Norcia diretta al magg. Giuriati, capo di gabinetto del comandante di questa città, con la quale chiedeva dei soldati per porre a guardia dei viveri da sbarcarsi dal piroscafo nei nostri magazzini. Il magg. Giuriati promise l’invio dei militari richiesti ed il s. ten. Carlotti ritornò sulla banchina. Quivi attese invano l’invio dei soldati e, premendogli di ritornare a bordo, andò in cerca di altri soldati che lo aiutassero nel servizio voluto. Incontrati gli arditi Basilio Castelli e Francesco Greco, entrambi del XXII reparto d’assalto, li mise ai suoi ordini, informandoli della loro avventura ed aggiungendo che il contegno dei carabinieri di scorta durante il viaggio era stato aggressivo ed antitaliano. Gli arditi, montati con l’ufficiale sulla nave, imposero, secondo le istruzioni da lui avute, il disarmo dei carabinieri, uno dei quali, il Borocchi, non si lasciò disarmare affermando che solo ad un suo superiore avrebbe ceduto e reso conto del suo operato. Ne nacque un violento diverbio, tanto che il carabiniere investito violentemente dagli arditi portò istintivamente la mano alla fondina della rivoltella. Narra l’ardito Castelli nella sua dichiarazione che in questo momento egli si rivolse agli ufficiali del comando - chiedendo il da farsi di fronte al carabiniere armato e risoluto. E continua ancora affermando di avere avuto in risposta da uno degli ufficiali, del quale non si precisava il nome, le seguenti parole: "Fa il suo dovere". Tale circostanza di fatto è smentita da tutti gli ufficiali. Sta di fatto che il Castelli, nel ripetere l’invito al carabiniere di scendere dalla nave, gli esplodeva un colpo di moschetto colpendolo a morte"(40).
Nelle relazione del generale, c’erano differenze sull’episodio:
"I cinque ufficiali sbarcarono, ma uno di essi, un tenente non ancora identificato, ritornò dopo a bordo accompagnato da due arditi del XXII reparto d’assalto dai quali fece intimare ai carabinieri che si trovavano in coperta di sbarcare, dicendo che essi erano due antitaliani perché durante la traversata si erano opposti al cambio della rotta e perché si opponevano allo scarico della merce. Alle intimazioni di uno degli arditi, certo Basilio Castelli, il carabiniere se non in seguito ad ordine di un ufficiale dell’Arma, perché avevano la tassativa consegna di non abbandonare il piroscafo, ed alle successive minacciose imposizioni dell’ardito stesso il Borocchi insistentemente rispose che non avrebbe, a costo della vita, infranta la consegna e che soltanto cadavere poteva essere sbarcato.  Sembrò allora che l’incidente avesse avuto termine, ma invece l’ardito Castelli, passato alla spalle del carabiniere, gli sparò contro a bruciapelo un colpo di moschetto colpendolo alla testa e facendolo stramazzare in coperta cadavere"(41).
In tutte e due le relazioni, i fatti collimavano. C’era stato un diverbio che si era concluso nel sangue. Entrambi i documenti concordavano nella spoliazione del cadavere di tutti gli effetti personali da parte dell’omicida, senza che nessuno intervenisse. Solo il tenente di vascello Giorgio La Scala, che era in coperta, assieme agli altri compagni, annotò le generalità dell’uccisore e per evitare scontri, data la situazione elettrica, non lo arrestò, ma lo mandò, assieme al commilitone e al carabiniere De Luca, alla caserma del XXII reparto d’assalto(42).
Le conclusioni della relazione di Vadalà, furono molto interessanti:
"Dei fatti sueposti si deduce che i carabinieri Borocchi e De Luca con lodevole contegno hanno fatto di tutto, nei limiti del loro compito e del loro dovere, perché la consegna e gli ordini avuti non fossero trasgrediti e violati; e che la condotta degli ufficiali, se giustificabile durante il viaggio per il suo fine patriottico, non trova scuse essendo giunto il piroscafo a Fiume, allorché si era raggiunto l’intento. La grave imprudenza poi del s. ten. Carlotti nel mettere a parte gli arditi dell’avventura, montandoli contro i carabinieri, deve aver influito sull’animo dell’ardito Castelli la cui azione è stata indubbiamente incoraggiata anche dal contegno acquiescente di tutti gli ufficiali i quali avrebbero potuto, con il loro intervento evitare il delitto"(43).
La giustizia non era molto efficiente, e infatti Castelli venne lasciato libero. Questo provocò la giusta irritazione e le proteste di Vadalà e così l’ardito tornò in carcere. Un centinaio di arditi tentò di assaltare l’istituto di pena per liberare il compagno; ma ci fu il tempestivo ed energico intervento degli ufficiali del XXII reparto d’assalto.
Castelli fu sottoposto a perizia psichiatrica e il comando carabinieri di Trieste ne richiese invano l’estradizione.
"Poiché la richiesta stessa non verrebbe esaudita, non tanto per il volere dei capi quanto per la tema di proteste e di imposizioni da parte dei gregari. Allorché la questione di Fiume sarà risolta, sarà facile alle nostre autorità di sottoporre a nuovo giudizio l’uccisore e gli ufficiali coinvolti nell’assassinio del carabiniere Borocchi"(44).
L’episodio, creò un certo imbarazzo all’interno del comando fiumano: era la prova che in città non si era ancora riusciti a stabilire l’ordine. Ai funerali del carabiniere, presenziarono solo un picchetto d’onore dell’Arma ed alcune rappresentanze di altri reparti, ma nessuna autorità civile e militare. L’unico segno della vicinanza del Comandante, fu l’invio di una corona senza nessuna iscrizione(45).
Vadalà mise in evidenza, nella sua relazione del maggio 1920, che il motivo di questo brutta vicenda era dovuta all’ingresso in città di elementi sovversivi che avevano acceso gli animi. "Avviene in questo tempo pure il primo doloroso episodio: l’assassinio del carabiniere Burocchi, a bordo del vapore Beker. Vane furono le reiterate proteste dello scrivente contro le lentezze della giustizia in tale occasione. L’istruttoria, d’ordine del Comandante non fu nemmeno aperta ed il colpevole materiale, l’uccisore l’ardito Castelli Basilio, fu visto in giro per la città; sembra che ora sia intenzione del Comando di fornirlo di danaro ed inviarlo in America per sottrarlo alla punizione"(46).
La situazione tendeva a non migliorare, anzi. "La presenza in Fiume dei carabinieri, a parte l’enorme importanza morale che ne veniva all’impresa, si rilevò allora anche più necessaria e provvidenziale per il Paese. Era necessario impedire che il moto di Fiume deviasse dalla linea politica della prima ora: era necessario vigilare ed impedire che Fiume divenisse il focolare di agitazione in Italia, contro gli interessi del Paese e della Dalmazia"(47).
Non era solo l’opinione del capitano dell’arma, ma anche di altri ufficiali presenti, come il maggiore Reina.
"Intanto dall’Italia vedeva arrivare gente sospetta che stava in lunghi conciliaboli con il Poeta (De Ambris, Marinetti, Mussolini, il Capitano Vecchi degli arditi, ed altri lestofanti di tutta Italia) vicino a se aveva creato una segreteria speciale che elaborava con i suoi suggerimenti i piani più fantastici; uno fra i tanti era quello in cui veniva trattato l’invio di circa un centinaio di Ufficiali in Italia per avvicinare e lavorare gli ambienti più facilmente rivoluzionabili, studiare gli edifici che in ogni singola Città avrebbero dovuto essere occupati, come banche, stazioni ferroviarie, poste, telegrafi ecc. ecc. ed infine studiare il modo di armare la milizia cittadina.
L’elaborazione di simili programmi eminentemente rivoluzionari avveniva mentre in Italia ferveva la lotta per le elezioni politiche, anzi a questo proposito, era intenzione del Poeta d’inviare in tutta Italia un adeguato numero di legionari col preciso mandato di rompere le urne il giorno delle elezioni. Già tutto era pronto per questa spedizione quando corse a Fiume Mussolini ad impedire l’attuazione. (Forse perché allora aveva l’illusione di riuscire eletto deputato). I legionari (ed erano la maggior parte) per cui Fiume non era un fine, ma un mezzo, si divisero a secondo del partito e così si ebbe la Fiume la rappresentanza dei bolscevichi, dei riformisti, dei repubblicani, dei popolari ecc. con relative riunioni, discussioni, progetti e liti, naturalmente tutte con grande scapito della disciplina e dell’idea che mosse noi da Ronchi.
Fra tutti gli avventurieri di ogni risma che giornalmente piovevano a Fiume, non poche erano dei delinquenti veri e propri o dei degenerati, basti dire che non vi è specie di delitto che non sia stato consumato a Fiume, dall’assassinio al furto, non vi è specie di vizio che non fosse sfacciatamente ostentato dalla cocaina alla pederastia. D’Annunzio proteggeva i primi esigendone l’incolumità e favoriva i secondi tenendo lui steso un contegno depravato.
Da lui e per lui venivano donne da Trieste, da Roma, da Venezia. La Baccara era la favorita e in quel simulacro di corte aveva le funzioni di Regina.
In Ufficio suo avvenivano liti per gelosia tra le emerite sgualdrine e tutto questo in presenza di Ufficiali e Soldati. Naturalmente per organizzare un simile andirivieni di donne non pochi Ufficiali si prestavano a far da mezzani. Come se tutte queste non fosse sufficiente ad offendere il decoro, D’Annunzio spesso si muniva ai suoi pochi degni compagni in un certo restaurant chiamato ‘Ornitorinco’ e la venivano chiamate tre o quattro ballerine (donne da marinai e da attendenti) per fare delle oscene orgie.
Quasi ogni sera il Poeta andava a pranzo alla mensa degli Aviatori e sempre portava in regalo a ogni commensale una bottiglia di champagne; 27 erano i commensali e 27 le bottiglie che ogni sera venivano sturate da quei signori, mentre fuori la popolazione veramente soffriva la fame.
Per preparare l’alloggio alla Baccara ha speso 200 mila lire, mentre a Borletti, che ha dato alla causa di Fiume circa 10 milioni, gli faceva servire a colazione due uova dicendo che le casse esauste non permettevano maggior lusso, nello stesso giorno arditi mangiavano a 4 palmenti pietanze prelibate all’‘Ornitorinco’ invitati dal Comandante perché gli avevano offerto un mazzo di fiori. Naturalmente tanta immoralità del poeta induceva i suoi accoliti a fare altrettante e si vide così come un capitano acquistasse e assieme all’attendente gestisse una casa di tolleranza, nella quale una camera con un apposito cartello veniva destinata al Comandante, lui consenziente. Si vide come due Tenenti acquistassero un bar e in uniforme servissero clienti prendendo le mance dei soldati"(48).
Fin dai primi giorni, dell’occupazione di Fiume il governo italiano, retto da Francesco Saverio Nitti(49), aveva cercato di far rientrare la vicenda per non avere contraccolpi a livello internazionale. La maggior parte degli appartenenti alle forze armate, dalla fine della guerra mondiale, non vedeva di buon occhio la politica attuata dal governo in materia militare perché non aveva preso nessuna decisione significativa, anzi stava riducendo e indebolendo notevolmente le forze armate(50).
Fiume non era l’unico problema del periodo: il governo doveva affrontare il passaggio dalla guerra alla pace con la riduzione del personale, la smobilitazione, la ricostruzione delle terre liberate e redente(51) e la gestione dei nuovi territori(52).
La maggior parte degli ufficiali e soldati, ed anche dei politici, come Ivanoe Bonomi, che fu Presidente del Consiglio e ministro della guerra in quel periodo(53), vedevano di buon occhio l’impresa dannunziana. Tra i generali che giunse a Fiume ecco Santi Ceccherini(54), Pietro Badoglio(55) che preferì rimanere in patria.
L’ufficiale di Grazzano Monferrato, dal 21 settembre era stato nominato comandante dell’8ª Armata: Nitti, sperava, dati i buoni rapporti che c’erano sempre stati fra il generale e il poeta di arrivare ad un accordo senza scontri.
Nel periodo successivo, anche grazie al suo fidato Capo di Stato Maggiore, colonnello Domenico Siciliani, ci furono frequenti colloqui sia con D’Annunzio che con ufficiali del suo entourage per trovare una linea comune.
Il 26 ottobre, Badoglio per scongiurare devianze rivoluzionarie e calmare gli animi, propose al Comandante, un modus vivendi. Così formulato:
"Il Governo italiano, riaffermando il diritto della città italiana di Fiume di decidere dei propri destini, prende atto del voto solenne nuovamente espresso dalla città di Fiume, a mezzo dei suoi legittimi rappresentanti, il 26 ottobre 1919, riservandosi di accoglierlo allorché tale accoglimento non costituirà più insuperabile ostacolo al conseguimento dei frutti della vittoria e grave pericolo per la pace del mondo e per la esistenza della Patria. Intanto il Governo italiano è disposto ad aiutare direttamente la città di Fiume a rimettersi nelle condizioni normali di vita, indispensabili all’esistenza ed alla prosperità sua e della popolazione del suo retroterra. All’uopo addiverrà immediatamente alla sistemazione della valuta fiumana ed agevolerà la immediata ripresa di attività del porto di Fiume in regime di porto franco. Il Governo italiano si impegna solennemente:
1) a non consentire o tollerare che mai i diritti sovrani della città di Fiume e la sua indipendenza siano comunque diminuiti e violati;
2) a non aderire od accogliere, in nessun caso, soluzioni della questione che separassero comunque Fiume ed il suo territorio da quello della madre Patria;
3) ad occupare, frattanto, a garantire l’integrità di Fiume e del suo territorio con truppe regolari italiane ed a rispettare quelle proprie milizie che la città stessa credesse costituirsi;
4) a far riconoscere l’autorità sovrana cittadina di Fiume designando, presso di essa, un proprio delegato, con l’intento precipuo di facilitare i suoi rapporti con le autorità del Regno"(56).



4. I contrasti fra legalisti e scalmanati

La proposta fatta da Badoglio, fece sì che all’interno dell’entourage dannunziano, si creassero due linee di pensiero ben definite: i legalisti e gli scalmanati.
I primi ebbero come uno dei più importanti esponenti il maggiore Reina. Erano ufficiali di carriera che credevano nelle finalità patriottiche della vicenda fiumana. La marcia da Ronchi e la successiva occupazione della città non era un momento di rivoluzione o di diserzione militare, ma un episodio per costringere il governo italiano a fare qualcosa per la sorte di Fiume.
Erano contrari a qualsiasi devianza rivoluzionaria, di sinistra, perché credevano negli ideali patriottici, disciplina, ordine e monarchia. Di questo gruppo facevano parte i carabinieri.
Gli scalmanati erano ufficiali di complemento che dopo l’esperienza totalizzante della guerra mondiale, avevano visto nell’impresa dannunziana un momento di rivalsa personale. Un esempio di questa fazione, fu il tenente pilota Guido Keller(57). Questi uomini, credevano che Fiume fosse il primo passo perché anche in Italia potesse esserci un mondo nuovo e migliore. Per loro l’annessione di Fiume all’Italia non era così l’unico obiettivo.
Queste due linee di pensiero si scontrarono. I legalisti, saputo del tentativo di un accordo con il governo italiano, si dimostrarono subito favorevoli all’accettazione.
E la tensione aumentò.
"S’ebbero le prime avvisaglie a novembre. Preoccupato dell’opera di propaganda svolta da alcuni in mezzo alla popolazione ed ai reparti delle voci di spedizioni in Italia e fino a Roma per cambiarvi il regime; alcuni dei Capi Reparto (fra i quali lo scrivente, il Ten. Colonnello Repetto, Maggiore Rigoli, Maggiore Nunziante, Tenente Colonnello Dezzeni dei bersaglieri, Maggiore Santini pure dei bersaglieri, Maggiore Reina dei granatieri in funzione di Capo di S.M.) chiesero al Comandante di pubblicare a mezzo della stampa una dichiarazione di fede e di devozione al Re ed alla Dinastia, allo scopo di far conoscere al Paese che le truppe di Fiume, contrariamente alla affermazioni di qualche giornale, su sovvertimenti politici che esse preparavano, non avevano di mira che il bene e l’unità della Patria. Il Comandante si rifiutò sdegnosamente giudicando la cosa come un atto di indisciplina e di mancata deferenza verso di lui"(58).
Il documento di cui parla Vadalà, fu dato a D’Annunzio il 25 novembre 1919 e rappresentò un momento di rottura fra il maggiore Reina e il Comandante e più in generale uno strappo fra legalisti e scalmanati.
"Comandante,
il nostro non è un atto di insubordinazione e di scissione, ma un atto di fede verso di Te, ripetuto in quella stessa forma plebiscitaria che Ti diede il concetto della nostra forza il giorno in cui volontariamente e coscientemente ponemmo nelle Tue mani la nostra energia e la nostra vita e quella degli uomini che ci seguirono perché la loro fede in Te fu il riflesso della nostra. E la nostra dedizione fu completa perché noi non Ti affidammo soltanto noi stessi, ma anche il nostro onore nella responsabilità di fronte ai nostri dipendenti. Tutto questo abbiamo fatto e siamo pronti a rifare colla stessa fede; ma sentiamo il dovere di esporti uno stato di cose e di animi che per ragioni meschine, ma pur gravi per le conseguenze, si è formato ed aumentato da un tempo a questa parte.
 Noi era - apertamente Ti confessiamo - ci sentiamo sospetti da Te, sentiamo di non avere la Tua fiducia, sentiamo di non essere considerati da Te con lo stesso animo che ci accolse il primo giorno, ma sentiamo pure di non meritare tutto ciò. Noi abbiamo chiesto alla nostra coscienza dove e quando Ti siamo venuti meno, ma non abbiamo trovato risposta; puoi Tu darcela? - noi siamo convinti di no - e Tu ci riconoscerai di questa nostra fede.
 Un malinteso quindi ha creato questa situazione, un malinteso ad arte fomentato ed accresciuto da giovani incoscienti che col solo titolo del loro entusiasmo sono riusciti ad avvicinarti, e, quel che è male, a porsi fra Te e noi, a separarti da noi, impedendo quel necessario scambio di idee nelle decisioni più importanti.
Noi siamo capaci più e meglio di chiunque (te ne abbiamo data la prova) di affrontare qualunque situazione e maturare qualunque proposito che ci venisse dettato dalla coscienza. Perché dei Tuoi propositi ci fa un segreto? Perché non consulti le nostre coscienze?
Noi abbiamo impegnato il nostro amore per Fiume, ed abbiamo un tale concetto di esso che sapremo sacrificare che sino all’ultimo, e serbiamo fede nella Tua fede, nella Tua coscienza, nel Tuo intelletto.
Perché in una situazione creatasi dalla volontà cosciente di ognuno, noi dovremmo trovarsi improvvisamente al momento in cui non ci resta altro che seguirti ciecamente e abbandonarti, anziché seguirti convinti nella Tua convinzione? Molte gravi questioni qui si son svolte e succedute, e, quasi in tutte, appunto per quel malefico stato di cose, noi ci siamo trovati all’oscuro in continua crisi di coscienza; noi che abbiamo compiuto il primo atto senza esitanza innanzi alla luminosità dell’idea, noi, dopo, abbiamo vissute lunghe ore di perplessità.
È necessario dunque che ci poniamo al Tuo canto, che Ti siamo vicini moralmente ed ininterrottamente, perché la Tua volontà non sia da noi subita, ma pentita.
Ora specialmente dunque, che ci poniamo al Tuo canto, che Ti siamo vicini moralmente ed ininterrottamente, perché la Tua volontà non sia da noi subita, ma sentita.
Noi ti chiediamo di esporci il Tuo pensiero e Ti ripetiamo di voler essere convinti direttamente da Te.
In occasione di questa contingenza e perché in avvenire tra noi, possa esserci affettivamente quella comunione di sentimenti di fede e di propositi, noi desideriamo che Tu modifichi tutto quel cortigianesco seguito che Ti circonda, Ti isola e crea l’insormontabile barriera tra noi e Te; noi non possiamo tollerare più oltre questo stato di cose; chiediamo che i membri che costituiscono attualmente la Segreteria Speciale siano sciolti, che a capo di essa sia messo il Colonnello Repetto perché egli trovandosi nella nostra condizione ha la nostra responsabilità e la nostra fede.
Così, come nel campo militare col Maggiore Reina, noi possiamo avere delle persone nelle quali Tu e noi deponiamo piena fiducia, e che sono le fedeli interpreti del Tuo sentimento e del nostro.
 Di conseguenza nei Comandi di Reparto avrò opportuno addurre le seguenti modifiche: di tutte le Truppe di fanteria costituirne un Reggimento al Comando del Maggiore Rigoli, e questo Reggimento colle altre specialità della Fanteria (Arditi - Granatieri - Bersaglieri) costituirà il Gruppo di Fanteria al Comando del Colonnello Dezzani. In tal modo dal Comando di Divisione dipenderebbe quattro distinti Gruppi: Fanteria - Artiglieria - Cavalleria - Servizi.
 Questo crediamo siano le uniche disposizioni che potranno apportare quel miglioramento morale che noi riteniamo indispensabile per la salvezza della nostra fede e per il giuramento che Ti demmo e che Ti ripetiamo"(59).
Tra gli ufficiali firmatari la fiducia verso il Comandante era notevolmente diminuita. Era messa in dubbio la sua fede verso la causa fiumana e si chiedevano misure drastiche tra cui l’allontanamento del tenente Ulisse Igliori, mutilato di guerra e decorato di medaglia d’oro, ufficiale d’ordinanza del Comandante e del capitano Eugenio Coselschi, segretario personale del poeta.
L’11 novembre, genetliaco del Re Vittorio Emanuele III(60), ci fu la cerimonia di consegna del gagliardetto ai carabinieri da parte delle donne fiumane.
"In quei giorni pure il Maggiore Reina, di fronte ad una propaganda più intensa che si svolgeva in mezzo al Battaglione Granatieri, comandato dal Capitano Dragone, tenne allo stesso battaglione un discorso spiegando ai soldati il motivo del gesto di Ronchi ed incitandoli a non dimenticare la fede giurata al Re. Il discorso riferito attraverso commenti e discussioni sui giornali, chiarì al Paese i primi dissensi politici formatisi nella compagine dannunziana.
Lo scrivente trovandosi innanzi ad una situazione così nuova, non mancò di esternare pubblicamente in ogni occasione ed in ogni ambiente, la sua fede incrollabile nel Re e nella Dinastia, affermando che egli e i suoi carabinieri avrebbero versato il loro sangue per tale fede e tale idea, se ve ne fosse stato bisogno"(61).
I carabinieri e i granatieri, assieme alla cavalleria, erano per antiche tradizioni legati in modo indissolubile alla monarchia; avevano giurato fedeltà al Re e non avrebbero mai mancato a tale atto di fedeltà.
Durante la cerimonia, D’Annunzio intervenne pronunciando il seguente discorso:
"Ebbi già l’onore di proporre l’Encomio solenne per la Legione dei carabinieri Volontari. Oggi a questo gagliardetto offerto dalla riconoscenza delle donne fiumane che sanno protetti i loro focolari dove essere alimentano il fuoco di Roma, a questo gagliardetto due volte tricolore è legato un secondo Encomio, che la vostra opera s’è ogni giorno accresciuta di sagacia e di efficacia. V’è anche legato un voto: il voto che la vostra Arma stessa, l’Arma che sa le glorie della battaglia e della trincea, quella che diede alla santa guerra diecimila morti, vi offre un pegno della sua ammirazione fraterna. Al capitano Rocco Vadalà, del cui nome si nomina la Legione, all’eroe di Pralungo, al soldato irreprensibile, io consegno questo simbolo. Nelle sue mani sembra già vittorioso. Nelle vostre mani non s’abbasserà giammai.
"Semper eadem sub eodem" Sempre la stessa sotto il segno stesso.
Viva la Legione dei carabinieri Reali "Rocco Vadalà"!
Fiume d’Italia, 11 novembre 1919"(62).
Dopo aver ricevuto il gagliardetto, Vadalà pronunciò il seguente discorso:
"Signor Comandante
La ringrazio profondamente delle parole che ha voluto rivolgere all’Arma che qui rappresento. Onde mi è supremo orgoglio testimoniarLe ancor poggi la fedeltà incrollabile dei miei carabinieri. Essi ben sanno che l’ardua cima cui tendon con tutta l’anima loro si raggiunge con volontà di fede e dedizione d’amore; essi sanno che il Diritto si afferma indistruttibile se materiato di tenace spirituale disciplina e di aspettazione serena.Epperò essi, i "fedelissimi nei secoli" che alla Maestà del Re d’Italia, da cui traggon l’insegna, han giurato indissolubile fede, sacrificando il sentimento della disciplina consueta, son qui rimasti, in questa Città di Vita, per difendervi la Patria oltraggiata ed umiliata, ed il Re qui presente in ispirito che in quest’ora di tragica angoscia per l’onore e l’avvenire d’Italia non può non palpitare col popolo vero e profondo, col suo esercito Vittorioso, coi suoi combattenti tuttora sanguinanti che gli han dato in pegno la più bella Vittoria latina!
Avreste voi dovuto essere assenti o ultimi nell’ora della riscossa, voi carabinieri, folgoranti a Pastrengo, tenaci e saldi sul Podgora, sul Carso, sul Piave, fervidi assertori di libertà in Fiume libera? La mia sorte bella mi diede in pugno la vostra anima di buona tempra, o miei compagni d’arme; ond’io vi dico che se non ancora sgombro è il nostro cielo dalle nubi fosche; se barattano ancora e vociano i Bonturi d’Italia; contro ogni avversità di fortune e viltà d’uomini e difficoltà d’eventi prevarranno la tenacia della Volontà e la saldezza del nostro petto. Donne della rocca sacra! Questa insegna che voi ci offrite intessuta dal vostro dolore e dall’amor vostro; innalzata sull’asta della volontà diritta e fiera noi la riceviamo oggi con cuore che non trema, è pegno di amore e un atto di amore; è segno di fede alla stessa fedeltà. La daremo ai venti del Quarnaro perché illumini tutte le rive: da Fiume fremente alla Dalmazia aspettante. Carabinieri del Podgora e di Fiume! Alla Città libera per Virtù e volere del suo Popolo; alle sue donne sante ed intrepide che ci danno il segno della loro speranza tra le pieghe del gagliardetto di battaglia e di Vittoria, al glorioso liberatore.
Eja, Eja, Eja, Alalà!
Fiume D’Italia, lì 11 novembre 1919"(63).
Nelle parole del capitano, erano ben evidenti gli ideali dei suoi uomini.
"Insistette ancora ed ottenne che un gagliardetto offerto dalle donne fiumane, venisse consegnato l’11 novembre - genetliaco del Re - la quale ricorrenza constavagli già in precedenza, non sarebbe stata in alcun modo solennizzata. Nel discorso allora tenuto dal sottoscritto, accentuò in presenza di tutti i reparti e della popolazione la fede propria e dei dipendenti nel Re (… i carabinieri che alla Maestà del Re, da cui traggono l’insegna, han giurato indissolubile fede, son qui rimasti per difendervi la Patria oltraggiata ed umiliata, ed il Re, qui presente in ispirito, che in quest’ora solenne per l’avvenire d’Italia, non può non palpitare col suo popolo vero e profondo, coi suoi combattenti tuttora sanguinanti che gli hanno dato in pugno la più bella delle vittorie latine…). Tali affermazioni ebbero per conseguenza un cambiamento nei rapporti tra il sottoscritto ed il Comandante, che pur poco prima lo aveva tanto decantato e che dimostrò subito una freddezza inconsueta, mantenuta ed accentuata via via fino agli ultimi giorni, ed una malcelata ostilità"(64).
Gerra, nel suo volume, non nascose mai un’ammirazione verso D’Annunzio, ma sostenne che non era vero quello che pensava Vadalà o altri ufficiali che in città ci fossero devianze antimonarchiche e complotti.
Quello stesso giorno, l’11, in mattinata, nel corso di una solenne seduta del Consiglio comunale per la nomina del sindaco e dei due vicepresidenti il Comandante tenne un discorso dove non dimenticò il genetliaco del sovrano.
"… Sia lieta, sia triste, sia fortunata sia infortunata, la vita nuova incomincia, con tutto quel che vi è di primaverile e di virgineo in questa parola della nostra più toscana poesia. Avete giurato a voi stessi, avete giurato all’Italia, avete giurato al Re, avete giurato all’avvenire. Il Comune è compreso nel vostro giuramento quadrato, come l’Urbe nel solco quadruplice. Rinasce nella volontà, rinasce nella libertà" (…).
"Felice e infelice, moritura e immortale, da questo arengo Fiume oggi risaluta l’Italia fissandola col suo amore vittorioso. Sopra tutte le fedeltà, cittadini eletti, la nostra fedeltà è giurata alla vittoria"(65).
Pur con questo discorso, l’atteggiamento del poeta rimase sempre tiepido verso la monarchia e l’ordine. A fine novembre, Reina, a seguito del documento contro il modo di governare di D’Annunzio, venne arrestato e sottoposto al giudizio di una Commissione d’inchiesta, formata dal colonnello Mario Sani, in qualità di Presidente, dal capitano di fregata Luigi Rizzo(66) e dal tenente colonnello Oreste Rossi. Nel corso dell’inchiesta, fra i vari testimoni chiamati a deporre, anche Vadalà. Egli così disse:
"La sera del 25 Novembre avendo avuto un colloquio con Sig. Comandante D’Annunzio, gli feci presente come fra i comandanti di reparto vi fosse un vivo malcontento pel fatto che questi erano venuti a conoscenza dalla voce pubblica delle note trattative fra il prefatto Sig. Comandante e S.E. il Generale Badoglio. Secondo le voci pareva che le proposte del Governo si volessero respingere senza esaminarle. Da ciò il malcontento, ma anche perché non ne erano stati informati, ufficialmente. Il Comandante mi comunicò che il giorno seguente (26 decorso) avrebbe convocato tutti i comandanti di reparto per portare a loro conoscenza la risposta che si proponeva di fare alle proposte del Governo. La mattina del 26 detto, alle ore 10 entrato nell’ufficio del Sig. Maggiore Reina trovai tutti i comandanti intenti a firmare il noto documento. Comunicai loro il colloquio avuto la sera precedente col Comandante, rammendando con insistenza il rapporto che avrebbe avuto luogo il giorno seguente. Le mie parole non fecero alcun effetto. La carta che era stata preparata dal maggiore Cav. Reina secondo gli accordi presi il giorno precedente nell’ufficio del Tenente Colonnello Cav. Repetto fu firmato"(67).
La Commissione si concluse con una relazione datata 8 dicembre. Reina venne condannato a due mesi di arresti in fortezza per esser stato il fautore di quel documento d’accusa e di sfiducia verso il Comandante e per il suo incarico rivestito. Lo scopo di questo provvedimento era di impedire che gli altri firmatari del documento potessero in futuro effettuare gesti del genere. Alla notizia venne data la minor diffusione possibile perché a livello internazionale era preferibile non far arrivare la notizia dei contrasti.
Vadalà e i carabinieri si schierarono apertamente a favore di Reina.
Nel suo resoconto, l’ufficiale, così parlò del periodo:
"Si viene così al secondo periodo che muover dal tentativo del Governo di risolvere la questione fiumana con ‘Modus Vivendi’ di S.E. Badoglio, prima accettato, viene poi, improvvisamente respinto dal Comandante D’Annunzio, che, dopo alcuni focosi discorsi, ricorse all’esperimento dell’urna. Il Consiglio Nazionale, la popolazione, quasi presaga - pur senza avere un vero e proprio sospetto della trasformazione che intimamente maturava - accetta il modus vivendi. Ma D’Annunzio annullava l’esito della votazione, impedendo lo scrutinio, e decretando la resistenza. Si calcolò che il 75 - 80 per centro dei voti fossero favorevoli all’accettazione delle proposte di S.E. Badoglio. In tale contingenza, l’Arma apparve ovunque fosse necessario impedire le sopraffazioni di parte, tutelare la libertà di voto, mitigare e reprimere le violenze verbali che tendevano ad approfondire il solco, che divideva in due parti la cittadinanza, a tutto vantaggio dell’elemento straniero. L’urna rimase inesausta, è vero, ma nel cuore della massa dei cittadini tremò il pensiero di avere affidata la propria sorte a cattive mani; l’atto di imperio del Comandante lasciò sgomenti o perplessi i cittadini, la fiducia e l’entusiasmo fino allora avuti per lui, scemarono, subentrandovi invece la diffidenza ed il malcontento. Vari ufficiali, disgustati, chiesero ed ottennero di abbandonare Fiume, altri, dimostrandosi troppo gelosi dei diritti del Consiglio Nazionale, favorevoli all’accettabilità delle proposte di Badoglio furono espulsi. Ma la perdita indubbiamente più grave che ebbe a soffrire in tale occasione l’impresa, fu forse quella del Maggiore Giuriati. Al suo posto subentra interinalmente il Colonnello cav. Sani quale ff. Capo di Gabinetto"(68).
L’ufficiale di Venezia, dopo aver partecipato alla spedizione di Zara del 15 novembre 1919, ebbe l’ordine dal Comandante di rimanere, alle dipendenze dell’ammiraglio Enrico Millo(69).
Si temeva lontano dalla città un esponente nazionalista che poteva dar fastidio agli uomini della segreteria speciale.
Il successore dell’avvocato veneto, era una persona tutt’altro che affidabile. Sani, era il comandante del 40° fanteria della brigata Bologna. "Il profilo di carriera dell’interessato era piuttosto atipico (e sarebbe interessante, ancor oggi, conoscere in base a quali strani meccanismi valutativi fosse stato possibile alle commissione d’avanzamento dell’epoca dar luogo a siffatta progressione) in Tripolitania senza aver mai comandato un reparto operativo in azione di guerra. Già alla fine di ottobre erano pervenute al comando della Zona di Trieste informazioni che deponevano per una carenza di energia nell’azione di comando del Sani; chiamato ad un colloquio alla presenza dello stesso gen. Sailer, del nuovo comandante della 77ª Divisione gen. Bertolini e del proprio comandante di brigata gen. Russo, lasciò una sfavorevole impressione aggravata dall’aver chiesto, proprio in frangenti così particolari, un periodo di licenza nonché di essere assegnato ad un istituto di formazione quale insegnante di arte militare. Fu proposto il suo esonero dal comando ‘per il suo stato morale, per la sua minor pratica nel comando delle truppe e per le sue condizioni fisiche le quali, pur non essendo tali da suggerire l’allontanamento dal servizio, lo obbligano a riguardi che le esigenze del momento non consentono senza danno dal servizio stesso’"(70).
Sul colonnello i giudizi non erano molto benevoli. Nemmeno Vadalà, era molto tenero verso Sani. "Intelligente ed ambizioso, passato a Fiume solo dopo la metà di dicembre per tema di essere stato silurato dal Comando zona di Trieste, quest’Ufficiale si convertì senz’altro alle idee repubblicane. Nella sua funzione di Capo Gabinetto comprese il pericolo di riprendere apertamente, senza adeguata preparazione, la campagna repubblicana; e pertanto evitò certi atteggiamenti che potevano scoprire anzi tempo il Comando; ogni opera di propaganda cessò apertamente e la compagine Dannunziana parve risaldarsi"(71).
In una relazione del 26 dicembre 1919, si mise in evidenza che i fiumani si lamentavano del comportamento dei carabinieri accusati di non agire energicamente per riportare l’ordine in città e di fare politica prendendo parte, assieme agli arditi e ad altri militari della segreteria speciale di D’Annunzio, ad atti di violenza verso chi, civili o militari si era schierato apertamente a favore del modus vivendi(72).
Il 9 gennaio 1920, ci fu un cambiamento di rotta nel governo dannunziano. Si pose fine alla prima fase, quella che aveva visto protagonisti elementi nazionalistici e patriottici, con la nomina dell’ex sindacalista rivoluzionario Alceste De Ambris(73) a Capo di Gabinetto.
A fine mese, ci fu l’allontanamento forzato di Reina da Fiume a Zara e questo fu un segnale della devianza rivoluzionaria che stava prendendo piede in città. Oltre al pericolo rivoluzionario, anche i continui proclami di vari elementi a favore dell’instaurazione di uno stato repubblicano, misero in allarme i carabinieri.
Nei mesi di gennaio e febbraio, non ci furono episodi degni di nota.
Anche se all’apparenza non succedeva nulla, la propaganda repubblicana si stava diffondendo fra i vari reparti. La nomina di De Ambris fu vista subito come un problema per chi credeva negli ideali patriottici di Fiume, mentre la propaganda anti monarchica si sarebbe rafforzata.
"Il Reparto Granatieri apparve nettamente e completamente pervaso dalle nuove idee; così pure il Battaglione Randaccio. Siamo ormai alla terza fase dell’occupazione Dannunziana; la lotta aperta contro la Monarchia per la creazione di uno Stato indipendente al quale, deve essere data una costituzione più radicalmente democratica, anzi proletaria, segnando così un passo innanzi nei mutamenti che inizialmente si volevano apportare alla Città"(74).
Nella realtà, soprattutto gli ufficiali più giovani e quelli di complemento, vennero affascinati dagli ideali rivoluzionari. Gli altri, provenienti dal ruolo permanente e legati dal giuramento di fedeltà al Re, rimasero fermi nelle loro convinzioni.
Nei primi giorni di marzo corsero voci di un imminente cambiamento della costituzione della città, attraverso la proclamazione della Repubblica di Fiume. Questo sarebbe stato il primo passo per far sì che anche in Italia si arrivasse a questa nuova forma governativa. Già nel Paese, erano attivi numerosi ufficiali per diffondere le idee repubblicane(75).
Oltre a questi voci, l’anniversario della nascita di Re Vittorio Emanuele II passò nella più totale indifferenza, non venne diffuso nessun ordine o proclama e nemmeno ci fu nessuna manifestazione celebrativo.
Pur in questo clima, la città apparve imbandierata per il forte sentimento patrio che avevano i cittadini. Questo non piacque a tutti. Il tenente Giordano, disse che "Fiume vedrà ancora le bandiere italiane, ma non più con questa porcheria (indicando lo stemma)"(76).
Per alcuni giorni, le bandiere sparirono, provocando sdegno nei fiumani, ma poi magicamente riapparvero.
Il 18 marzo ci fu l’onomastico del Comandante, in ricordo della cittadinanza onoraria di Fiume. Nel corso del discorso, dichiarò anche la ferma intenzione di far sì che Fiume divenisse italiana. Come era in uso, la banda del 202° reggimento fanteria della brigata Firenze, intonò la marcia reale, ma dopo poco gli fu ordinato di smettere di suonare. In segno di protesta per tre ore, la banda suonò la marcia per le vie della città.
Durante il discorso del poeta, dal balcone non venne esposta la bandiera con lo scudo sabaudo, ma col fascio consolare(77).
Il 21 marzo, dopo che il 26 gennaio il Consiglio Nazionale aveva emanato il primo bando per la leva obbligatoria per i cittadini fiumani, ci fu il giuramento delle reclute. La formula non conteneva nessun riferimento al Re, ma solo alla fedeltà verso il Comandante.
"Giuro di difendere con tutte le mie forze e sino all’estremo il territorio nazionale e di obbedire agli ordini del Comandante Gabriele d’Annunzio. Lo giurate voi?"(78).
Anche questo per Vadalà era un segnale delle intenzioni repubblicane del Comandante.
"Venne da ultimo il giuramento delle reclute fiumane; il ‘Giornale’ del 20 riportava che queste avrebbero l’indomani giurato fedeltà alla Patria ed al Re. Ciò era evidentemente nel desiderio della popolazione, ma contrastava cogli intendimenti del Comando che erano ben diversi.  Di fatti se ne ebbe la prova la sera del 20. Il Comando di Divisione fu espulso ed eguale provvedimento fu minacciato a coloro che avessero voluto attizzare questioni di parte e far deviare l’impresa.  Intanto il Comandante accortosi che non avrebbe potuto fare assegnamento in certe imprese su tutti i reparti, sentì il bisogno di creare un reparto speciale, di fedelissimi, disposti a qualsiasi azione da lui comandata; dette perciò incarico a vari Ufficiali, fra i quali il Capitano Sovera dei Granatieri, di scegliere tra i reparti gli elementi ritenuti più idonei a formare una compagnia che avrebbe dovuto chiamarsi ‘La Perdutissima’ e che prese poi nome invece del Comandante. In breve tale compagnia accolse tutti gli elementi peggiori, tutti quelli che per mancanze disciplinari o reati abbandonavano altri reparti o ne venivano espulsi non disdegnando di accogliere talora anche i peggiori rifiuti del Paese"(79).
Che cos’era questo reparto? Ci viene in aiuto la descrizione fatta dal capitano Giovanni Host Venturi, comandante della Legione Volontari Fiumani, nello stato di servizio del capitano Giuseppe Sovera di Lattuada(80):
"Durante l’occupazione dannunziana, gettò le basi per la costituzione della Compagnia della guardia o Centuria d’Annunzio, costituita da Ufficiali fedelissimi e devoti, che costituivano la vera guardia del Comandante"(81).
Tutti i membri erano volontari e dovevano giurare fedeltà all’impresa fiumana e il comando era tenuto dal capitano Sovera. Il giuramento, così recitava:
"Nel nome del nostro Dio, nel nome grande della Patria per cui riteniamo indispensabile ogni sacrificio, nel nome dei nostri Morti, quanti dormono sul Casso e sul Piave, quanti dormono sull’Alpe rivendicate, nel nome delle nostre Madri che tanto piansero, giuriamo la devozione più grande, l’obbedienza più cieca e la fede più profonda a Chi ci guidò nell’impresa mirabile. Per lui e con lui giuriamo di affrontare fino a vittoria completa ogni periglio ed ogni rischio, e le forze della natura e l’ira degli uomini. Ci colpisca la mano divina, ci soffochi il disprezzo del mondo, possano gli squarci della nostra carne e i premi del nostro valore divenire segnacolo di onta se non terremo fede al giuramento"(82).
I sentimenti che animarono questi ufficiali, erano di fedeltà alla causa fiumana ed al suo Comandante che avrebbero seguito in qualunque impresa per far sì che gli ideali potessero raggiungere gli scopi prefissati. Non c’erano intendimenti rivoluzionari e nemmeno antimonarchici. Le notizie, allo stato attuale degli studi, sono poche e si possono fare solo deduzioni.
La propaganda repubblicana non trovava molti adepti nelle forze militari e quindi si fecero alcuni escamotage per ottenere lo scopo.
"Tanto a caratterizzare i sistemi, si cita il caso dei reparti d’assalto ai quali sotto varie forme e pretesti vennero elargiti dal Comando di città somme non indifferenti: così nel solo mese di marzo furono date lire 2000 al 12 Reparto, lire 500 all’8 e lire 4000 alla Compagnia D’Annunzio. Pure in marzo per guadagnare alla propria causa i reparti della Brigata Regina, questi ebbero un giorno la visita del Comandante accompagnato dai due generali; contemporaneamente una elargizione cospicua a tali reparti accompagnava il discorso… ed i reparti erano guadagnati alla causa. Questi i sistemi. La campagna repubblicana è condotta apertamente da Ufficiali, senza che alcun richiamo parta dalla Divisione a frenare un atteggiamento che disgusta i cittadini. La responsabilità del Comando di Divisione (Generali Ceccherini e Tamajo) sta in questa voluta assenza, nella mancata repressione della campagna politica avversa alle istituzioni, suscitata da Ufficiali, anzi nel compiacente appoggio ad essa dato. Infatti, se non trovò opportuno frenare l’opera di sovvertitori, trovò modo invece di punire con gli arresti, il Capitano Vinci del Battaglione Firenze, con il richiamo che se non infrangeva gli arresti sarebbe stato immediatamente espulso. Gruppi di ufficiali, giravano per le vie strappando, ove esso appariva, dai manifestini il nome del Re. Così un pattuglione di carabinieri al comando del Tenente Ferrero sorprendeva una sera quattro Ufficiali, tutti del Comando di città (Ten. Iocle Federico, Ten. Croci, Ten. Nunziante e Ten. Rossi Angelo intenti a tale bisogno)"(83).
Il 22 marzo De Ambris, riunì segretamente nel suo ufficio gli ufficiali repubblicani per stabilire una linea di condotta. Dopo quest’incontro, tutti si mostrarono più sicuri, esibendo i loro ideali senza ritegno: apparvero sulle loro divise fiori rossi e vennero tolte anche le corone reali nei.
I carabinieri erano visti con sospetto da questi ufficiali, come il capitano degli arditi Mario Carli che in alcune occasioni ebbe a dire che era meglio mandar fuori dai piedi i carabinieri. Anche De Ambris, quando avvenne l’arresto del giornalista Pietro Belli, si arrabbiò esclamando: "ma io faccio arrestare i carabinieri"(84).
Gli uomini dell’Arma furono pedinati per capire che cosa volevano fare e ci fu anche l’ordine di arrestarli, mai eseguito.
Il 27 marzo De Ambris tenne un discorso per i legionari dove non fece nessun accenno alle devianze repubblicane e ai suoi intendimenti.
"Durante il Comizio furono suonati tutti gli inni meno la Marcia Reale che ad un certo punto, venne richiesta a gran voce da parte dei legionari. Ciò dette origine ad un insolente e sconclusionato discorso del Generale Ceccherini che provocò una reazione violentissima e il Generale fu fischiato. All’uscita si riaccesero i dibattiti; una guardia di finanza rea di aver inneggiato al Red, ed alla Casa Savoia, è malmenato da Ufficiali e militari eccitati da quelli. Lo stesso avviene con militari e graduati dei carabinieri che, pur conservando la massima calma e moderazione, al fine di evitare più dolorose conseguenze, sono costretti a reagire alle prepotenze di Ufficiali che li insultano e pongono loro le mani addosso.
Il giornalista Piero Belli, capo dell’Ufficio Stampa del Comando, uno dei più feroci agitatori, sentendosi spalleggiato da Ufficiali, pone le mani addosso al brigadiere dei CC.RR. Lasagna, reo di aver precedentemente richiesto la Marcia Reale e lo dichiara in arresto facendolo circondare da arditi; per l’intervento di altri sottufficiali dell’Arma e poi rilasciato. Lo stesso Belli, invitato la sera dopo, in seguito a comunicazione del Tribunale Militare al Comando dei carabinieri, vi si rifiutava, insultando i carabinieri ricorrendo alla violenza, per sottrarsi all’arresto, allora intimato. Ridotto all’impotenza venne accompagnato al Comando; doveva poi essere rilasciato in seguito ad un ordine perentorio del Comandante.
Il Tribunale di Guerra, al quale venne sporta denuncia contro il Belli per rifiuto d’obbedienza, oltraggio e resistenza all’Arma, non potè procedere nei suoi confronti per preciso divieto del Comandante"(85).
Il giorno successivo, per ordine del Comando, la caserma dell’Arma di Porto venne presidiata da 50 ai 60 uomini perché era stata circondata da arditi della compagnia D’Annunzio.
"Fu quello uno dei momenti più critici; la calma e la serenità e le fermezza dei dipendenti però non si smentirono, e tenendosi pronti ad ogni evenienza, evitarono qualsiasi atto che potesse dar luogo ad un conflitto. Dei reparti venuti a conoscenza di quanto accadeva, si tennero pronti, ad intervenire accanto ai carabinieri; così dicasi del battaglione Firenze, così detto dello squadrone Piemonte Reale che, dato l’allarme, tenne i cavalli sellati fino alle 4 del mattino successivo"(86).
Non si seppe chi diede quell’ordine. Vadalà inviò a D’Annunzio una lettera con la quale chiese l’autorizzazione per allontanarsi dalla città, spiegando i motivi. Per prima cosa, il capitano da un po’ di tempo non sentiva più la fiducia del Comandante verso i carabinieri che venivano insultati ed offesi pubblicamente senza che si potessero difendere dagli elementi repubblicani che godevano della protezione del comando. In queste condizioni, l’ufficiale chiese di esser prosciolto da ogni compito e di ottenere l’autorizzazione per poter abbandonare Fiume assieme ai suoi uomini. Oltre a D’Annunzio, la lettera venne inviata al comando di divisione, al Consiglio Nazionale, al sindaco e a tutti i reparti(87).
Il documento fece subito scalpore.
Intervenne direttamente il Vate: cercò di rassicurare sia i carabinieri che i capi reparto delle vere intenzioni del Comando che si trattava solo di equivoci. Il Consiglio Nazionale espresse la sua ferma contrarietà a qualsiasi variazione politica e Vadalà richiese una serie di provvedimenti che potessero rassicurare tutti sulle intenzioni del Comando.
Nei giorni successivi, il Comando cercò di controllare quegli ufficiali che potevano dare maggior fastidio, limitando la loro libertà di manovra.
Il 6 aprile fu proclamato lo sciopero generale per motivi economici ma fu anche un tentativo di diminuire il potere del Consiglio Nazionale. Più i giorni passavano e la linea politica dell’entourage del poeta si spostava sempre più verso sinistra. Ai primi di aprile, c’era stato l’arresto del dott. Nicolò Sisa, già sottosegretario di Stato nel governo bolscevico di Budapest, e il comando di Fiume lo richiamò perché rimanesse in città. L’8 aprile, D’Annunzio inviò ai carabinieri e alla questura l’ordine di non molestare più il politico ungherese. Questo provocò il disgusto fra la maggior parte degli impiegati della questura che si dimisero in massa. Il 10 aprile, si riunì per ben due volte il Consiglio Nazionale. Nel corso della seduta si parlò di revocare i poteri politici affidati fino ad allora al Comandante.
Tutti gli interventi dei consiglieri Itti Baccich, Attilio Depoli, Grossich e Edoardo Susmel, furono molto duri verso D’Annunzio e anche su De Ambris.
"Il vecchio Commendator Grossich usò in tale occasione un linguaggio molto forte verso il Comando ed il Comandante. Alla presenza di questi, rinfacciò a De Ambris di essere la causa della rovina della città e dichiarò che tale sentimento era condiviso dall’intera cittadinanza. Notificò inoltre al Comandante che la cittadinanza voleva l’allontanamento immediato del dott. Sisa, e tale notificazione, fatta in tono fermo e reciso determinò uno scatto del Comandante. Ribatté ancora calmo e deciso il Grossich, prospettando la possibilità che i cittadini, non disposti a tollerare la presenza del Sisa, lo prendessero a bastonate. Il Comandante, infuriato dava la seguente risposta: "se osano fare un tanto saprò vendicarlo con i miei arditi". Il Delegato del Consiglio Direttivo Cons. Mini, sindaco Gigante, Questore Dorini, Springhetti ed altri tutti riconoscevano giustificata la diffidenza eventuale del Governo contro i massimi esponenti del Comando di Città; e prevedevano tristi giorni, se il Governo accogliendo i voti della disgraziata città, non si decideva a risolvere italianamente la questione"(88).
Lo scontro si faceva sempre più acceso. Nei giorni successivi Vadalà lesse un documento che parlava della volontà del Comando di dar vita ad uno stato indipendente basato su ideali comunisti. Negli intendimenti di De Ambris, uno dei fautori di questo progetto alla città croata, dovevano aggregarsi anche Sussak e Buccari per arrivare alla creazione di una Lega in opposizione a quella delle Nazioni.
Questa Lega sarebbe stata appoggiata da prestiti italiani e si sperava di ottenere aiuto anche dalle organizzazioni irlandesi, egiziane e dei comunisti ungheresi e russi per far sì che si creasse un movimento di sollevazione internazionale dei popoli oppressi, ungheresi, irlandese, turco ed egiziano. Il nesso doveva avere per base economica il comunismo, secondo la teoria del comunismo nazionale(89).
"Oltre il pericolo di perturbazioni internazionali, e prendendo la cosa dal solo punto di vista internazionale, tutto ciò rappresenta un pericolo enorme anche se tutto si fosse limitato alla semplice enunciazione teorica di tali idee.
E non a torto, si dubitava dalla popolazione che il Comando preparasse qualche altro colpo contro il Consiglio Nazionale, essendo oramai aperto e palese il contrasto fra questo ed il Comando. Infatti pochi giorni dopo la conclusione del primo sciopero, si cominciò a parlare di un primo moto operaio di carattere politico. Il 18 aprile vi fu la prima riunione socialista; non venendo ad alcuna conclusione, la sera del 18 il dott. Mallender Capo dei socialisti locali era ospite del Comandante e gli operai venivano convocati per il 19. Al Comizio del 19 gli oratori chiesero la destituzione del Consiglio Nazionale: il Tenente Masperi per incarico del Comando elogiava gli operai e dichiarava che il Comando si disinteressava della faccenda in corso, dando così in un certo qual modo ragione alle critiche mosse al Consiglio Nazionale, e la impressione che tuttavia il Comando non avrebbe ostacolato il desiderio dei lavoratori. (I Capi d’altro canto, rassicurati sulle future costituzioni della città e sulla inattaccabilità loro, attizzavano il fuoco favorendo i disegni del Comando). In perfetta malafede, questo tentava addossare la responsabilità del movimento a zanelliani e iugoslavi. Lo scrivente fece però comprendere che non avrebbe permessi a cortei e manifestazioni ostili al Consiglio Nazionale e la massa degli operai si sciolse tranquillamente. Scioperavano i cantieri del Quarnero, la Watecheda, i Prodotti Tannici, la Fabbrica Petrolio, gli Orefici Fiumani, l’Officina a gaz - il personale fu sostituito da marinai - le Manifatture Tabacchi e i lavoratori del porto. 
Tranne quelli dell’Officina del gaz, gli addetti ai servizi pubblici non aderirono allo sciopero. Pur avendo posto a disposizione le truppe richieste, nessun ordine, nessun chiarimento venne dal Comando sul modo di contenersi di fronte ad un tale stato di cose per cui lo scrivente d’accordo colla Questura prese gli opportuni provvedimenti"(90).
La sera del 19 aprile, si decise l’arresto dei capi e dei principali agitatori politici da parte di squadre di carabinieri e di agenti di polizia che catturarono una trentina di persone.
Il mattino successivo, gli operai si riunirono ai giardini pubblici. Alle 10.30, quando la zona era gremita venne accerchiata da truppe e ci fu l’identificazioni di circa 1500 persone. Mille furono subito liberati, mentre 505 vennero caricate su autocarri per essere portate in Questura per ulteriori indagini. A conclusione degli interrogatori, solamente 122 rimasero agli arresti(91).
Tutte queste operazioni, vennero svolte senza che il Comando ne fosse a conoscenza.
Non aver richiesto l’autorizzazione alle autorità governative, fu percepito da loro come un atto di sfida delle autorità di pubblica sicurezza.
Il Comando dannunziano, per avere maggiori informazioni, mandò subito il tenente Antonio Masperi(92), membro della segreteria del poeta che si presentò in Questura con una lista di nomi chiedendo se fossero tra gli arrestati. Ottenne risposta affermativa e si allontanò dal palazzo, ritornandovi dopo poco, con un documento del Comando. Si ordinava che fossero rilasciati i capi; ma l’autorità di polizia rispose in modo negativo, deferendo gli imputati al tribunale.
Nei giorni successivi continuò l’opera di "epurazione" dei capi rivoluzionari pur continuando ad esserci continue sollecitazioni dal Comando dannunziano perché quest’azione avesse termine. Vennero anche sequestrati documenti nelle Sedi Riunite che confermarono i progetti rivoluzionari degli appartenenti alla segreteria particolare del Comandante.
Questo provocò delle forti proteste dal Comando e si chiese la restituzione che non avvenne. In quei giorni per far aprire gli occhi all’opinione pubblica sulle reali intenzioni di D’Annunzio, i documenti vennero pubblicati sul quotidiano La Vedetta d’Italia. La tensione aumentò.
"Il Comando comprese allora che bisognava sbarazzarsi dei carabinieri se si voleva apportare a compimento l’opera intrapresa ed esautorare, costringendoli ad allontanarsi, alcuni dei Capi Reparto più irriducibili o che, per l’ascendente morale che godevano sulle truppe, potevano in un determinato momento intralciare l’opera iniziata. È così che il Capitano Simeoni, Comandante il 13° Reparto d’Assalto, vede - d’ordine del Capo di Gabinetto e ad opera del Tenente Fregnani - i soldati voltarglisi contro ed è costretto ad abbandonare il Reparto. Nessun provvedimento, e si capisce, viene preso contro il Tenente, si minaccia invece di sottoporre a processo il Tenente Merchionna, dello stesso Reparto, che tenta inutilmente ricondurlo all’obbedienza, ed anche questo Ufficiale è costretto ad abbandonare il reparto stesso. È così che il Tenente Colonnello Repetto, Comandante un Raggruppamento, figura retta e nobile, appartatosi fino dal principio sdegnosamente dal Comando, richieste un giorno le novità ad uno dei reparti dipendenti, l’8° Reparto d’assalto, si sentì rispondere che il Reparto non era tenuto a dare alcuna notizia al Comandante Repetto, perché era già passato alla dirette dipendenze del Comandante. A conferma gli giungeva poco dopo un ordine del giorno dello stesso Reparto che riportava la notizia. Ferito, addolorato per tale procedere il Colonnello presenta le dimissioni che sono subito accettate"(93).
La disciplina nei reparti peggiorava sempre di più e regnava l’anarchia. Si stava per giungere alla rottura fra l’Arma e D’Annunzio.
La sera del 28 aprile, il poeta tentò una riconciliazione invitando a cena Vadalà, il capitano Vinci e il maggiore Rigoli, ma loro non parteciparono in segno di protesta. In quei giorni, i militari della Firenze e dei carabinieri, distribuirono manifestini inneggianti alla monarchia, scritte sui muri. Alcuni ufficiali per sottolineare la loro fedeltà a casa Savoia ripresero a salutarsi con l’esclamazione Savoia e ostentarono sulla giubba il monogramma di Vittorio Emanuele(94).
"Il Comandante tenta ancora di dimostrare un falso ravvedimento per sopire momentaneamente le critiche invitando ad un pranzo di conciliazione tutti i capi reparto ed i capi servizi: nessun provvedimento era stato preso per riparare l’ingiusta offesa recata al Colonnello Repetto; nessuno per reintegrare nel Comando del proprio reparto il Capitano Simeone; nessuno per arginare la campagna repubblicana che si sfrenava senza ritegno e per arginare le indecente gazzarra di insulti e contumelie rivolte - in mancanza di migliori argomenti - contro i carabinieri e loro Ufficiali. E perciò vari Comandanti di reparto si astennero, i più per protesta per gli ultimi fatti, dall’intervenire al pranzo. Fra essi lo scrivente, il Colonnello Repetto, Maggiore Rigoli, Capitano Vinci, Comandante Castracane, Capitano Salvi, Capitano Sbacchi ed altri ancora, tredici o quattordici in tutto. L’indomani il Tenente Masperi Antonio chiedeva al sottoscritto a nome del Comandante, il motivo del mancato intervento; rispondevo senz’altro che, fino a quando il Comando non avesse mutato rotta, non avrei potuto seguirlo e che nell’interesse d’Italia e della causa stessa era necessario accogliere le proposte altra volta presentate a richiesta stessa del Comandante"(95).
La frattura non si poteva sanare così facilmente, la fiducia verso il poeta non c’era più. I continui disordini, come le cannonate contro il cacciatorpediniere Stocco e il furto dei quarantasei cavalli prelevati dagli arditi a Cave Preluca il 18 aprile, resero la situazione ancor più delicata.
"La decisione di abbandonare Fiume, fu determinata dall’ostinata volontà del Comando di giungere all’attuazione del suo programma; come veniva chiaramente dimostrato dai tentativi fatti presso le Sedi Riunite di Trieste per ottenere l’appoggio nella proclamazione della repubblica comunista di Fiume, possibilmente della Venezia Giulia, e dalle dichiarazioni fatte da D’Annunzio al sottotenente Rossi Passavanti Elia, il Comandante la sua compagnia, la sera del 3 corrente. In esse il Comandante D’Annunzio vantavasi che parte dei moti che stavano succedendo in Italia, erano opera sua e lamenta vasi di non avere sufficiente denaro per far dilagare il movimento, sia in Italia che in altri paesi, accennando alla Croazia.
Impossibilitato a tener testa ad un movimento che andava precipitando, e non ritenendo più oltre in alcun modo compatibile la sua presenza là ove apertamente si lavora ai danni del paese, e non volendo d’altro canto chiarire pubblicamente il profondo dissenso politico e le cause vere che generavano l’atto in quanto ciò poteva tornare di danno al paese e alla causa, il sottoscritto cogliendo l’occasione del fatto dello stesso Zottinis, inviava il giorno 6 al Comandante una lettera di protesta, nella quale dopo di aver trascritto la denunzia dello Zottinis aggiungeva: ‘La perquisizione venne compiuta da arditi della Compagnia D’Annunzio; da informazioni assunte mi risulta che l’ordine di tale perquisizione venne dato agli arditi della S.V. stessa’.
"A parte la mancanza di fiducia verso lo scrivente, che tale atto rappresenta la menomazione del suo prestigio, va rilevato che le perquisizioni così compiute rappresentano un’illegalità, un attentato alla libertà di cittadini e all’inviolabilità del loro domicilio, un abuso terroristico della forza, inteso a suscitare ad arte ed in piena malafede nel resto della cittadinanza, l’impressione di pericoli e manovre di un partito cittadino. Né se tali pericoli e tali manovre fossero vero, l’illegalità e l’arbitrio sarebbero meno patenti".
"Di fronte a tali fatti che si ripetono con frequenza impressionante, non potendo lo scrivente porre argine all’indirizzo dato da alcuni irresponsabili, né più oltre tollerarlo, nell’intento di protestare contro gli abusi e salvaguardare l’onore e il prestigio dell’Arma, chiede per la seconda volta di esser prosciolto da ogni vincolo e poter abbandonare la città. Si riterrà accettata la proposta quando allo scadere delle ore 12 di stamane non fosse pervenuta alcuna risposta"(96).
Che cos’era successo di tanto grave da far esclamare queste parole al capitano?
Il 4 maggio, arrivava una segnalazione che nei magazzini Corich e Zottinis erano stati depositati pacchi di proclami del Comitato Nazionale Fiumano Autonomista. D’Annunzio diede l’ordine di perquisire i magazzini e di sequestrare tutto. Ad effettuare l’operazione furono interessati gli arditi; alcuni di essi, oltre ad effettuare il compito stabilito, dopo aver forzato le saracinesche dei magazzini, rubarono molti generi alimentari per un’ingente somma.
Di fronte all’ennesimo atto di insubordinazione da parte degli arditi (Vadalà arrivato al limite della sopportazione) non attese le conclusioni dell’inchiesta promossa dal Comando e la punizione dei colpevoli.
L’ufficiale dell’Arma ordinò subito anche il ritiro dei suoi uomini dai posti di guardia alla carceri.


5. L’uscita dei carabinieri da Fiume

La mattina del 6 maggio, i carabinieri dalle 7 alle 9 si concentrarono nella stazione dei Giardini pubblici. Verso le 10, il reparto della brigata Firenze, comandato dal capitano Vinci che aveva giurato fedeltà al Re, decise di seguire l’esempio; data la situazione, non potevano più rimanere a Fiume.
Alle 9.45 il Comandante inviò la risposta alla lettera di Vadalà:
"Al Capitano Rocco Vadalà,
Non è ammissibile, verso il Comandante, questa forma di minaccia e d’imposizione. La Sua lettera mi fu consegnata alle ore 9 e 30 da un Suo Maresciallo sulla pubblica via. Non prosciolgo dal giuramento né Lei né i Suoi carabinieri. Non tollero radunate militari del genere di quella che stamani è da Lei promossa. Le ordino di far tornare i Suoi uomini agli alloggi e ai servizi e di attendere le disposizioni che io darò. In caso di disobbedienza, adopererò la forza contro i traditori"(97).
La lettera fu molto dura verso i carabinieri: o obbedite a D’Annunzio oppure si sarebbe usata la forza per sedare la sommossa.
"Alle ore 10,30 il Comandante inviava allo scrivente l’ordine di rientrare agli alloggi e di attendere ivi le disposizioni, minacciando in caso di disobbedienza di usare la forza contro i traditori; lo scrivente si disponeva a rispondere che saremmo usciti anche contro la forza e che il sangue eventualmente sparso sarebbe ricaduto su colui che aveva emanato l’ordine, quando il Generale Tamaio, presente, ritirato l’ordine del Comandante, dichiarava unitamente al Generale Ceccherini che avrebbe appianato la cosa ed al postuto avrebbe fatto dare il chiesto scioglimento.
Dalle 10 alle 14 fu un continuo andirivieni di parlamentari, fra i quali il Generale Ceccherini e Tamaio, il Presidente Grossich, il Sindaco Gigante ed altri ancora. Ufficiali e membri del Consiglio Nazionale. Ma lo scrivente, conscio della necessità di scindere la propria responsabilità da quella del Comando e di salvaguardare l’onore ed il nome dell’Arma, dichiarava nettamente che non era più compatibile la presenza e la collaborazione dell’Arma colle direttive di un Comando, che per tante prove si era rivelato in aperta opposizione ai sentimenti che amano i carabinieri Reali.
Intanto il Comando disponeva per l’invio di autoblinde e reparti d’assalto verso Cantrida con l’ordine preciso di impedire col fuoco la partenza dei militari. L’8 Reparto d’assalto, con alla testa il Maggiore Nunziante, passando dinanzi al luogo d’adunata dei carabinieri gridava: Abbasso il Re, Morte ai carabinieri"(98).
Si era sempre più vicini ad uno scontro.
Grossich chiese a Vadalà di andare da D’Annunzio per chiedergli di essere prosciolto da ogni vincolo perché in caso di risposta negativa, lo scontro ci sarebbe stato. Il capitano non andò dal poeta per non subire un’umiliazione e un atto di sottomissione.
Si attendeva una risposta dal palazzo. Verso le 16.30, tramite Host Venturi, giunse a Vadalà l’autorizzazione verbale del Comandante che non ci sarebbe stato nessuno scontro per l’uscita dei carabinieri dalla città. A questo punto, si diede l’ordine alla compagnia di riordinarsi per partire e lo stesso fece il reparto della Firenze.
In quei minuti, giunse anche il figlio del generale Ceccherini, il tenente di vascello Venanzio, chiamato anche Boby, che confermò che non ci sarebbe stata nessuna resistenza delle forze fiumane e raccomandò ai carabinieri la calma.
Alle 16.45 iniziò il movimento della compagnia.
"La colonna procedeva in questo ordine: carabinieri, carreggio (Ufficiali 5, di cui 1 dell’Arma e 4 di altri corpi, uomini 127) Brigata Firenze (Ufficiali 7, uomini 145). in più si aggiungevano alla colonna Simeone e tenete Merchionna già dal 13° Reparto d’assalto. All’uscita della colonna, molti erano i curiosi, nessun accento: lungo la marcia arditi, isolati, senza moschetto ma muniti visibilmente di bombe a mano, ed Ufficiali notoriamente sovversivi, accompagnavano la colonna lanciando di quando in quando degli insulti, e camminando di concerto, come diretti ad un luogo convenuto. Lungo il percorso, lo scrivente, specie al passaggio dei trams carichi, riceveva dai borghesi vive attestazioni di simpatia; un gruppo di signore alla località Pioppi gli donava anche un mazzo di rose. Ancora prima di giungere a Cantrida venivano incontro in automobile il Tenente di Vasc. Ceccherini ed in seguito lo stesso Generale, assicurando che tutto sarebbe proceduto col massimo ordine"(99).
Fino ad allora, non c’era stato nessun problema, tutto stava filando liscio.
"Giunto nella località Cantrida incominciarono i primi incidenti; coloro che avevano intenzionalmente seguito la colonna, incominciarono a lanciare all’indirizzo dei partenti ogni sorta di insulti e di improperi. Giusta l’ordine dato, i dipendenti, come pure i fanti del Battaglione Firenze, non raccolsero le contumelie proseguendo in ordine di marcia. A un certo punto della strada, due Ufficiali dell’8 Reparto d’assalto, spalleggiati da soldati, imponevano ai due Ufficiali del 13 Reparto d’assalto di levarsi le mostrine d’ardito. Questi, per evitare incidenti, venivano consigliati ed aderivano a farlo. Subito dopo il Sottotenente Pellizzari dei Granatieri, uno dei più scalmanati si scagliava contro un granatiere, attendente del sottoscritto, per strappargli gli alamari. Ne nacque un tafferuglio, durante il quale il sottotenente stesso riceveva un colpo col calcio del moschetto sulla testa in seguito al quale desisteva dal suo proposito. Visto l’aggravarsi della situazione, lo scrivente fece chiamare il Generale Ceccherini, il quale evidentemente preoccupato: fattosi innanzi allo scrivente invitò a proseguire la marcia assicurando sempre che nulla sarebbe successo. Dopo circa 50 metri la colonna si trovò in mezzo a due fitte ali di arditi dell’8° Reparto d’assalto dalle quali partivano minacce, oltraggi ed urla incomposte. Il Maggiore Nunziante al centro dei suoi uomini, colle braccia conserte, sorrideva"(100).
La tensione fra i carabinieri e gli arditi, era sempre più forte, da un momento all’altro, poteva esserci lo scontro.
"Ad un tratto fu visto un ardito puntare il moschetto contro lo scrivente: pel rapido intervento del Capitano De Lievre, goriziano, che durante tutto il svolgersi dei fatti tentò in ogni modo di calmare gli animi e di evitare conseguenze dolorose, l’ardito lasciò cadere il moschetto; ma dato indietro di due passi, traeva di tasca un petardo e lo lanciava contro il sottoscritto. Il petardo cadde ad un metro di distanza su un carro di calce ferendo mortalmente un borghese; fu come il segnale. Dalla rupe che sovrasta la strada partirono colpi di moschetto; un colpo a bruciapelo feriva mortalmente il Carabiniere Diana Pietro che dopo poco moriva; un altro colpo uccideva all’istante il vice Brigadiere a cavallo Lodola Giovanni; abbandonato a sé stesso, nell’istante in cui il disgraziato vice Brigadiere cadeva di sella, il cavallo travolse il Generale Ceccherini.
Per non essere sopraffatti, mentre i più affrettavano la marcia, alcuni carabinieri risposero al fuoco. Così pure il Capitano Cargnelutti che ai colpi erasi fermato sulla strada, per soccorrere con l’esempio e con la voce i militi, assalito da un ardito fu costretto a far uso delle armi. Una delle autoblindate, proprio nei pressi della sbarra, sparava sui carabinieri alcuni colpi. Alcuni carabinieri rimasero isolati nel tumulto e soverchiati dal numero, venivano disarmati, percossi e derubati. Dei bagagli, passò un carro; gli altri vennero assaliti, rovesciati ed in parte saccheggiati. Più tardi a mezzo di camion una parte della roba veniva ricuperata. Riordinato così il Reparto venne fatto proseguire per Mattuglie ed ivi accantonato. Oltre a due morti rimasero feriti i carabinieri: Angelli Giovani e Costantini Vincenzo"(101).
Rispetto alle parole di Vadalà, la testimonianza di Gerra è diversa ma anche apportò alcuni particolari:
"I carabinieri (non tutti, però) con pochi fanti della Sesia incolonnati, sono apparsi improvvisamente nei pressi della barra di Cantrida.
Gagliardetti al vento, come vincitori.
Una donna fiumana si slancia per riprendere i gagliardetti.
Viene malmenata e respinta. Un ufficiale dei granatieri, il tenente Pellizzari, si slancia in suo soccorso tentando pure di strappare il gagliardetto.
Esce dalla colonna compatta dei carabinieri ferito e tutto sanguinante al viso e grida: ‘Ecco come si trattano i fratelli’.
Vadalà è pallido. È in testa alla colonna. Segue un carro di salmerie. Sopra, vedo un carabiniere ed un borghese. Due o tre carabinieri sono a cavallo. Questo è il quadro.
Alle parole dell’ufficiale dei granatieri un brivido corre fra le fila degli arditi.
Il generale Ceccherini che si prodiga per calmarli è travolto da un carabiniere a cavallo. Ad un tratto, s’odono dei colpi di moschetto. Scoppiano i petardi. È lo scontro.
Gli ufficiali dell’VIII riescono in parte ad impedire che gli arditi sparino sui carabinieri.
Costoro, però, tirano su di noi. Vadalà per primo spara colla pistola, mentre allunga il passo di corsa. I carabinieri lo seguono.
Un graduato a cavallo spiana il moschetto contro il gruppo di testa dell’VIII. Ma prima di poter far fuoco, un colpo lo raggiunge di fianco e stramazza a terra. Il cavallo attraversa la barra senza cavaliere. Dal carro delle salmerie rotola a terra un carabiniere. Un povero borghese, un uomo di fatica, che si trova pure sul carro, ha gli occhi sbarrati dalla paura, e guarda la scena di sangue, che si svolge sotto ai suoi occhi. Ad un tratto il suo volto ha una smorfia e si sbianca e rotola giù dal carro come un sacco di cenci.
La scaramuccia è finita. Abbiamo - e parlo degli ufficiali e del generale Ceccherini - evitato un macello. Un ufficiale nostro, il tenente Ferrari e tre arditi, e il sergente Vacca sono rimasti gravemente feriti. Questo è il bilancio della giornata. Fiume è costernata"(102).
In serata, quando i carabinieri avevano già raggiunto la zona di Trieste, D’Annunzio emanò un proclama intitolato Fiume deve essere monda dai traditori!. Si trattava di un forte attacco d’accusa verso Vadalà definito "nemico fraterno di qua della barra, ai nostri fianchi, alle nostre spalle"(103).
Il documento proseguiva dicendo:
"…il suo disegno era di passare lo sbarramento e di fermarsi nelle case di Cantrida per attendere la sollevazione del popolo e per ritornare trionfalmente in Fiume, commisto alle truppe dell’altra parte, sotto quegli stessi alberi che scrosciarono di gloria nel mattino di settembre quando i Legionari di Ronchi fecero ‘la santa entrata’. Disegno tanto stupido quanto vile. Gli Arditi di Fiume vegliavano. E un giovane Granatiere, che volle rivendicare la fede delle donne fiumane togliendo i gagliardetti donati nei giorni delle grandi illusioni, fu il primo colpito, versò dalla gola il primo sangue. E il generale Sante Ceccherini, il buono e grande uomo di guerra, l’eroe delle più belle battaglie, amore dei combattenti, ebbrezza dei suoi Bersaglieri che sempre egli condusse dove volle con un sol,o sguardo e con un sol gesto, il generale Ceccherini fu travolto e calpestato dal cavallo di un carabiniere impazzito. E si drizzò dalla polvere sanguinando, per imporre ai suoi di non rispondere alle provocazioni criminose, con lo stesso grido che sul Carso e sul Piave cento volte aveva comandato l’assalto" (…)
"Ecco che finalmente respiriamo a pieni polmoni l’aria purificata, come nell’alba di Ronchi. Possiamo guardarci negli occhi, possiamo serrarci le mani, possiamo chiamarci fratelli" (…)"(104).
Questo discorso era un atto d’accusa verso il capitano dei carabinieri ma soprattutto voleva essere un monito, molto forte, quasi una minaccia per chi voleva abbandonare Fiume. Il poeta esaltò la figura di Ceccherini, non immaginando che di lì a pochi mesi, nel novembre, anche l’alto ufficiale toscano avrebbe lasciato la città. La defezione di Vadalà e dei suoi uomini provocò anche un duello fra Carli e una medaglia d’oro, il tenente pilota Ernesto Cabruna(105).
Si svolse il 18 maggio, con uno scambio di colpi di pistola a 18 passi di distanza. Rimase leggermente ferito solo l’ufficiale dell’arma. Una valutazione sull’operato dell’Arma a Fiume, fu fatta dal generale Caviglia a Nitti, nei seguenti termini:
"Tutti i RR.CC. sono usciti da Fiume. Essi hanno mancato al loro dovere non lasciando quella città nel Settembre scorso, quando ne ebbero l’ordine. Però la loro opera in Fiume, sempre improntata alle buone tradizioni dell’Arma, opera di pacificazione e di garanzia per la sicurezza della città fu praticamente commendevole. Il capitano Vadalà, che li comanda, aveva avuto affidamento di rimanere in Fiume come capo della polizia; molte offerte gli erano state fatte perché uscisse da Fiume, ma egli non volle mai accettarle. Io, per mezzo del ten. Colonnello dei RR.CC. Da Pozzo gli ha fatto parlare in nome della disciplina, del dovere e del suo giuramento di fedeltà al RE e alla Patria ed a queste esortazioni egli si è mostrato sensibile; ebbe con me alcuni colloqui e rimase sempre in Fiume a mia disposizione per fare opera moralizzatrice verso gli ufficiali e le truppe fiumane. Per mezzo suo era predisposto l’esodo di reparti della brigata Sesia, Firenze, Granatieri, del battaglione arditi "Randaccio" e di due compagnie di finanzieri, ma solo le truppe della brigata Firenze poterono effettuarlo con i RR.CC.
Avrei preferito che i CC.RR. rimanessero ancora in Fiume, perché erano una garanzia per noi di impedire colpi di mano ed altre folli azioni dei D’Annunziani, ma la loro situazione in Fiume in questi ultimi tempo era incompatibile con la convivenza dei D’Annunziani stessi.
Il Consiglio Nazionale era favorevole a queste truppe, ma ultimamente i D’Annunziani sparsero la voce che esse si erano collegate con i zanelliani per screditarle presso il Consiglio Nazionale.
La mia opera ha sempre mirato a disgiungere il Consiglio Nazionale dal Comando, a far riprendere al Consiglio Nazionale tutta la responsabilità ed a limitare quella dei dannunziani; il Consiglio Nazionale è persuaso di questa necessità, ma non ha la forza di attuarla.
Ora io cerco di separare nettamente Host - Venturi con i suoi 900 volontari fiumani da D’Annunzio; cercherò poi di rinforzarli a tempo opportuno con truppe regolari o, meglio ancora, con carabinieri ed intanto spero di far continuare l’esodo dei reparti da Fiume.
Ritengo mio dovere segnalare l’opera del tenente colonnello Da Pozzo come meritevole di encomio e quella del capitano Vadalà perché sia conservato in servizio, come proporrò a S.E. il Ministro della Guerra"(106).
Le conclusioni del capitano, furono molto diverse da questa relazione:
"Nel periodo di 8 mesi i carabinieri Reali apparvero in Fiume senza dubbio come i veri rappresentanti d’Italia, e nella diuturna, faticosa opera della tutela dell’ordine, mai smentirono le gloriose tradizioni dell’Arma riscuotendo il plauso e l’ammirazione della popolazione e la gratitudine del Consiglio Nazionale che in occasione della commemorazione di Pastrengo volle rendersi interprete dei sentimenti della Cittadinanza accompagnando un dono di 50.000 corone fiumane, devolute poi dall’Arma ai poveri della città, colla seguente lettera:
"Il Comitato Direttivo del Consiglio Nazionale, memore dei nobili servizi civili e patriottici, resi nel passato dall’Arma fedelissima dei RR. carabinieri, interamente devoti alla causa di Fiume, rinnova l’espressione della più profonda gratitudine per l’energica prontezza con la quale il valoroso Capitano Rocco Vadalà sventò, d’accordo con la Questura e con l’ausilio dei legionari, le insidie del recente sciopero politico e riafferma l’ammirazione del Consiglio Nazionale e della cittadinanza per l’opera instancabile e disciplinata dei RR. carabinie