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TERRITORIO
LA TERRA SPROFONDA
01/07/2021
di Tommaso Tetro

Rischio subsidenza per 1,2 miliardi di persone. In Italia, tra le regioni più interessate, Emilia-Romagna, Veneto, Puglia, Toscana, Campania e Calabria


FOTO A - VeneziaL’abbassamento del suolo è un pericolo che riguarda 1,2 miliardi di persone a livello globale. Il rischio subsidenza riguarda soprattutto le aree costiere. La sua azione combinata con i cambiamenti climatici rende più attuale, in maniera però esponenziale, il problema delle inondazioni. Nelle aree più a rischio si stima che la popolazione coinvolta potrebbe raggiungere i 635 milioni di abitanti entro il 2040, con oltre 2 città su 10 a livello mondiale, e l'86% delle persone che vivono in Asia. Un problema da cui non è esente neanche il nostro Paese. Anzi, proprio in Italia l'allarme è più alto e tra le regioni interessate ci sono Emilia-Romagna, Veneto, Puglia, Toscana, Campania e Calabria.

I numeri e le cifre che parlano della subsidenza li ha messi insieme il CNR, che ha prodotto una mappa globale con l'analisi delle aree, per informare e rendere consapevoli le autorità pubbliche, fornendo così un aiuto per individuare e mettere a punto le necessarie azioni di mitigazione. La subsidenza, accompagnata dal parallelo sfruttamento delle risorse idriche sotterranee, è un fenomeno globale che ha anche un impatto ambientale, sociale ed economico. In base allo studio viene stimato anche che l’attuale esposizione alla subsidenza potenziale ammonti a 8,17 trilioni di dollari, il 12% del Pil mondiale.

FOTO B - Porto-Tolle_ro_Sacca-degli-ScardovariLE RICERCHE

“Una simulazione predittiva al 2040 – osserva Mauro Rossi, esperto di modellazione dei rischi idrogeologici del CNR - che prende in considerazione anche gli effetti del cambiamento globale in termini di innalzamento del livello medio del mare, mostra che circa 635 milioni di persone vivranno in aree dove la subsidenza aumenterà il rischio di inondazione”. Gli effetti più evidenti di questo fenomeno si hanno nelle zone costiere, dove l'innalzamento del livello del mare (principalmente per via dei cambiamenti climatici e dell'erosione marina) è aggravato dall'abbassamento del suolo. In Italia “quasi 200 chilometri della costa adriatica settentrionale sono caratterizzati da una quota inferiore al livello medio del mare o appena sopra di esso. In queste aree, anche pochi centimetri di subsidenza aumentano la probabilità di inondazione”.

Sul punto l'Enea fornisce indicazioni ancora più dettagliate, che incrociano un ambito economicamente fondamentale del nostro Paese: “Al 2100 il livello del mare nei principali porti italiani dovrebbe aumentare di circa 1 metro, con picchi a Venezia (+ 1,06 metri) e a Napoli (+ 1,04 metri)”. Un effetto che in base alle stime è “destinato ad amplificarsi a causa dello «storm surge», un mix di bassa pressione, onde e vento, variabile da zona a zona, che può determinare un ulteriore aumento del livello del mare di circa 1 metro”. I porti italiani fanno infatti parte di un sistema economico molto esteso che conta circa 880mila occupati in 200mila imprese, pari al 3,2% del totale, tra pesca, cantieristica, trasporti marittimi e turismo. Inoltre, se si considera che ogni euro generato direttamente dal comparto ne attiva circa altri due sull’economia nazionale, si arriva a un valore aggiunto prodotto dall’intera filiera pari a 130 miliardi di euro all’anno, circa il 10% del Pil italiano. Ed ecco perché l'Enea ha realizzato una mappatura dettagliata delle 40 zone costiere a rischio inondazione in Italia, dove sono presenti attività turistico-balneari, ferrovie, strade e autostrade, riserve naturali e città ad alta densità abitativa. Dallo scenario emerge una “perdita” di decine di chilometri quadrati di territorio entro fine secolo. In Italia continentale sono state individuate quattro località, tutte sul versante adriatico, con una previsione di arretramento delle spiagge e delle aree agricole: tre in Abruzzo (Pescara, Martinsicuro a Teramo, e Fossacesia a Chieti), e una in Puglia (Lesina a Foggia). Le altre tre zone individuate sono tutte sulle isole con differenti estensioni di rischio: si va dai 6 chilometri quadrati di perdita di territorio a Granelli (Siracusa) ai circa 2 chilometri quadrati di Valledoria (Sassari), fino a qualche centinaio di metri quadrati a Marina di Campo sull’Isola d’Elba. Secondo l'Enea “senza un drastico cambio di rotta nelle emissioni dei gas a effetto serra, l'aumento atteso del livello del mare entro il 2100 modificherà irreversibilmente la morfologia attuale del territorio italiano, con una previsione di allagamento fino a 5.500 chilometri quadrati di pianura costiera, dove si concentra oltre la metà della popolazione italiana”.

FOTO CIL CONSUMO DI SUOLO

Alla subsidenza contribuisce lo sfruttamento delle risorse, in particolare quelle idriche, come detto, e naturalmente il consumo di suolo. E in Italia il ritmo del consumo di suolo è incessante, come spiega l'Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra): se ne consumano 2 metri quadrati al secondo. Lo spreco di suolo continua ad avanzare nelle aree a rischio idrogeologico e sismico. Tra le regioni che consumano suolo con i valori più alti – amplificando la subsidenza - Sicilia, Liguria, Veneto, Lombardia, Puglia, Sicilia, ed EmiliaRomagna. Tra i comuni, Roma è quello che consuma la maggiore quantità di territorio. Ma proprio dove la subsidenza è più aggressiva, cioè lungo le coste – mette in evi36 #Natura denza l'Ispra - il consumo di suolo cresce con un’intensità fino a 3 volte maggiore rispetto al resto del territorio. “Questi suoli che vanno persi – riflette Michele Munafò, responsabile del rapporto nazionale sul consumo di suolo dell'Ispra - sono importantissimi per la resilienza, soprattutto nei contesti urbani, dal momento che la sua sottrazione aggrava la tutela del territorio che invece diventa un'opera preziosa nelle città. Ma è proprio nelle grandi aree urbane che si sta accentuando la tendenza, anche perché nelle città si concentra la maggiore rendita, tenendo conto dell'importanza per queste aree della logistica e delle infrastrutture. La subsidenza può incidere sulle nuove costruzioni, dove ci sono terreni argillosi e dove c'è uno sfruttamento delle falde acquifere. Questo non soltanto aumenta il pericolo di dissesto idrogeologico, ma fa anche perdere le qualità e le funzioni rigenerative al terreno, come per esempio l'impossibilità di compiere un corretto stoccaggio della CO2 e la regolazione del microclima”. Cosa fare allora di fronte a questi pericoli? Gli esperti concordano su un punto, resilienza, cioè la capacità di adattamento prima di tutto ai cambiamenti climatici. Occorre pensare e attuare interventi di mitigazione del rischio, sugli strumenti urbanistici e i piani regolatori, riqualificare gli edifici in chiave di rigenerazione energetica per il ripristino e la salvaguardia delle funzioni dell'ecosistema.