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STORIA E CULTURA
STORIA RIEMERSA
20/04/2018

di Tommaso Ricci


In Italia ci sono circa 5.000 archeologi, la maggior parte opera nel settore privato. Non tutti però lavorano con il piccone in mano, ma vegliano con passione sui tesori di un inesauribile scrigno sotterraneo


FOTO APERTURAÈ un’attività che ha sempre affascinato l’uomo: portare a deporre, nelle aule del giudizio della storia, i testimoni dell’antichità, in buone condizioni di salute e col massimo grado di intelligibilità. È il lavoro degli archeologi, simboleggiato da un’azione particolare, quella dello scavare, disseppellire, cioè liberare dagli strati del tempo reperti in grado di parlare di una civiltà, di un popolo, di un evento, insomma capaci di aumentare la conoscenza di noi stessi.

L’Italia, ma in generale tutta l’area mediterranea e mediorientale, dispone di un patrimonio ingentissimo, che nel trascorrere dei secoli è stato via via o integrato - l’arte del riciclo di materiali preesistenti è componente essenziale di ogni epoca culturale, di ogni costruzione creativa - oppure è finito in qualche modo nella capiente cassettiera del sottosuolo.

Mai come oggi - con la sopraggiunta sensibilità scientifica che ha migliorato la leggibilitàFOTO B del passato e con l’impegno per la tutela che ha perfezionato la preservazione fisica - l’archeologia ha goduto di così tante schiere di appassionati e addetti del settore. Di questi ultimi è comunemente accettata la stima di 5.000 unità, in gran parte liberi professionisti o comunque operanti nel settore privato (72%).

Che cosa stanno facendo in questo periodo i nostri “Indiana Jones”? Attenzione però a non chiamarli seriamente in questo modo fuorviante. In primo luogo, non tutti gli archeologi stanno con piccone e pala in mano, perché gran parte dell’azione archeologica è di studio preliminare, altra parte è di schedatura e valutazione delle aree e degli oggetti recuperati; e questo versante di attività si misura da convegni e pubblicazioni, in forte aumento. La scoperta archeologica resta pur sempre atto eminentemente intellettuale, che presuppone saperi in grado di riconoscere, soppesare l’importanza, collocare rettamente un reperto. Non sempre capitano casi fortunati come quello del beduino di Qumran che scoprì i celebri rotoli e non li scambiò per degli Scottex. Il ruolo degli specialisti è necessario. In secondo luogo il lavoro sul campo accompagna, o meglio anticipa e in molti casi scaturisce proprio dai, grandi interventi pubblici che prevedono movimento terra. Ad esempio la costruzione della metropolitana 4 a Milano, della linea C a Roma, la realizzazione della rete ferroviaria italiana di alta velocità hanno comportato indagini archeologiche preventive, dunque acquisizione di conoscenze del territorio. Un dato complessivo: finora con l’alta velocità sono stati individuati ben 311 nuovi siti di rilevanza archeologica, solo nella tratta Roma-Napoli: un sito ogni 500 metri!

FOTO CPoi ci sono i siti archeologici già esistenti, nei quali si continua a scavare: è il caso di Pompei, Eldorado dell’archeologia mondiale, dove i milioni di euro stanziati dall’Unione europea hanno consentito, oltre a restauri e messe in sicurezza, un ampliamento della zona di scavo. O anche nella necropoli etrusca di Vulci dove, attraverso il rinvenimento di nuove sepolture, si infittiscono le scoperte riguardanti quell’indecifrata civiltà italica preromana.

Ma l’intera Italia è un campo di scavo, il passato sta sotto i nostri piedi. E così da Aquileia, col suo progetto di Parco archeologico e i lavori nella cripta degli scavi in Basilica, a Mozia in Sicilia dove si coinvolgono nelle attività di scavo attorno al Kothon anche giovani migranti; dalla sarda Cabras le cui viscere hanno risputato fuori i giganti di Mont’e Prama, a Castro in Salento dove è venuto alla luce l’Altare di Minerva; l’intera penisola, isole comprese, ci restituisce, copiose, le tracce dei nostri avi. Sono molti insomma gli Schliemann del XXI secolo al lavoro e l’Istituto Centrale per l’Archeologia (ICA) sta approntando una mappa globale dei loro interventi.

 

I CONTROLLI

Capitolo a sé, sempre penoso, è quello dei saccheggi cui sono esposti i siti archeologici,FOTO D a ridosso dei quali spesso si creano scavi clandestini. Una iniezione di conforto ci viene però dal maggiore Massimo Maresca, comandante della sezione del reparto operativo dei carabinieri Tutela Patrimonio Culturale: “Il fenomeno dei furti è in netto regresso, grazie all’azione combinata di controllo con l’utilizzo di elicotteri, droni, satelliti e di confische e sequestri che scoraggiano sempre più eventuali compratori esteri, i quali oggi sono al corrente del rischio di dover restituire, anche a distanza di anni, ciò che avevano acquisito con modalità dubbie. Dai mille scavi clandestini scoperti negli anni 70/80 dello scorso secolo siamo passati a poche decine”.

Pur tra mille ostacoli l’archeologia va: lo scrigno sotterraneo dell’Italia riconsegna tesori inconsapevolmente calpestati per secoli. Non rispediamoli nel buio dell’oblio ora che sono riemersi in superficie. Lasciamo che ci parlino.