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STORIA E CULTURA
PAESAGGI DANTESCHI
01/07/2021
di Marcello Ciccuto [Ordinario di Letteratura Italiana presso l’Università degli Studi di Pisa. Presidente della Società Dantesca Italiana]

Dalla selva dell’esordio alla comunione fra natura e divino che si avverte nell’esperienza dell’attraversamento del Paradiso Terrestre

FOTO PAG 24Dante si muove fra gli spazi dell’Inferno come dentro a un itinerario ambiguo e difficile, la selva dell’esordio o il «bosco / che da neun sentero era segnato» dell’area dei suicidi (luoghi “di dispersione pura” li definisce Paul Zumthor), cui fanno séguito alcuni luoghi che hanno conosciuto l’esercizio della vendetta divina come il sabbione dei violenti, dove una incessante pioggia di fuoco tutto trasforma in un paese guasto, reso appunto tanto improduttivo sotto ogni aspetto, almeno quanto legato all’esercizio di un peccato fine a sé stesso.

Questi paesaggi infernali, nella loro veste anche di metafore di certi tipi di esistenza e talvolta presentati in bilico tra realtà, visione e sogno al fine di determinare una condizione di pervasiva incertezza, vengono portati a paragone con alcuni culmini rappresentativi di paesaggi terrestri, come nel caso della figurazione del corso dell’Arno popolato da scarti dell’umana condizione:

 

Tra brutti porci, più degni di galle

che d’altro cibo fatto in uman uso,

dirizza prima il suo povero calle.

Botoli trova poi, venendo giuso,

ringhiosi più che non chiede lor possa,

e da lor disdegnosa torce il muso.

Vassi caggendo; e quant’ella più ’ngrossa,

tanto più trova di can farsi lupi

la maladetta e sventurata fossa.

Discesa poi per più pelaghi cupi,

trova le volpi sì piene di froda,

che non temono ingegno che le occùpi

Essi puntano anche a dire di un’oscurità percettiva del tutto innaturale e pure terrorizzante («Come quando la nebbia si dissipa, / lo sguardo a poco a poco raffigura / ciò che cela il vapor che l’aere stipa, / così, forando l’aura grossa e scura, / più e più appressando ver’ la sponda, / fuggiemi errore e cresciemi paura; / però che, come su la cerchia tonda / Monteriggion di torri si corona, / così la proda che ’l pozzo circonda / torreggiavan di mezza la persona / li orribili giganti…»), o a farci visualizzare il ricordo di eventi di efferata violenza, come accade per l’episodio della morte di Jacopo del Cassero:

Ma s’io fossi fuggito inver’ la Mira,

quando fu’ sovragiunto ad Oriaco

ancor sarei di là dove si spira.

Corsi al palude, e le cannucce e ’l braco

m’impigliar sì ch’i’ caddi; e lì vid’io

de le mie vene farsi in terra laco.

L’asprezza di queste lande del peccato corrisponde dunque a un ruinare in basso loco, dove la natura è diventata – secondo la definizione di Agostino – una regio dissimilitudinis, resa cioè diversa (assieme all’uomo) rispetto alle condizioni in origine volute da Dio. Perciò sequenze di “sassi tetri”, di “dolenti ripe"… Diciamo anche che, nonostante il cambio di registro che si avverte subito all’inizio della salita al monte del Purgatorio, negli accenti del «dolce color d’orïental zaffiro, / che s’accoglieva nel sereno aspetto / del mezzo, puro infino al primo giro», molte di queste componenti negative della caratterizzazione del paesaggio umano vengono ripetute, col livido color della petraia o la «cenere, o terra che secca si cavi, / [che] d’un color fora col suo vestimento [cioè del peccatore]» (Purgatorio IX, 115-116), fino ad esempio alla straordinaria e animatissima rappresentazione dello scatenarsi di un temporale, con le sue conseguenze, che dentro il ricordo della battaglia di Campaldino occorre nel V canto purgatoriale:

Indi la valle, come ’l dì fu spento,

da Pratomagno al gran giogo coperse

di nebbia; e ’l ciel di sopra fece intento,

sì che ’l pregno aere in acqua si converse;

la pioggia cadde, e a’ fossati venne

di lei ciò che la terra non sofferse;

e come ai rivi grandi si convenne,

ver’ lo fiume real tanto veloce

sì ruinò, che nulla la ritenne.

Lo corpo mio gelato in su la foce

trovò l’Archian rubesto; e quel sospinse

ne l’Arno e sciolse al mio petto la croce

ch’io fé di me quando ’l dolor mi vinse…

Ma è questo uno dei segnali incaricati dal poeta di avvertire il lettore che sta per intervenire un cambio di registro, il balzo verso una nuova condizione esistenziale e rappresentativa: prima della visione estrema, sintetica e retrospettiva del mondo terrestre («Col viso ritornai per tutte quante / le sette spere, e vidi questo globo / tal, ch’io sorrisi del suo vil sembiante; / e quel consiglio per miglior approbo / che l’ha per meno…») interviene il passaggio dantesco attraverso la comunione fra natura e divino che si avverte nell’esperienza dell’attraversamento del Paradiso Terrestre. Immagine di una perfezione intemporale, di un’idillica armonia, l’Eden si fa simbolo di una felicità “naturale” che l’uomo può conseguire purificandosi di nuovo dal peccato e rientrando in una condizione “adamitica” addirittura godendo della sua propria vita terrena e dei suoi aspetti anche più tipici in comunione coi valori cristiani.