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STORIA E CULTURA
LE VIOLE DELL’IMPERATORE
30/06/2021
di Flavio Colonna

Erano i fiori preferiti di Napoleone e delle sue mogli, tanto da diventare simbolo stesso della famiglia e del partito bonapartista. In occasione del duecentesimo anniversario della sua morte ricordiamo alcuni particolari che lo legano al mondo della natura


FOTO A

Un acquerello, che fa parte delle opere esposte nel Museo Napoleonico romano, sembra raffigurare un innocente mazzetto di violette, ma si intitola “Viole enigmatiche” perché nasconde, ad osservarlo bene, sotto la foglia a forma di cappello napoleonico, il profilo dell’Imperatore. Di fronte si può intravedere il profilo della moglie e al centro, in basso, quello del figlio. Di queste cartoline, ispirate al soprannome “Caporal Violetta” dato ironicamente a Napoleone al suo rientro in Francia dall’esilio dell’Elba, sembra che, all’epoca, ne circolassero molte.

Napoleone condivideva la passione per questi fiori con il grande poeta Goethe, il quale ne portava sempre con sé dei semi “…per diffondere la bellezza nel mondo… ” e con la prima moglie, Giuseppina di Beauharnais, che li amava così tanto da coltivarne una grande quantità nel giardino di Malmaison. In occasione del suo matrimonio con Napoleone, volle fiori di viole ricamati sul vestito da sposa e dette personalmente ordine che piccole e graziose damigelle ne gettassero mazzolini durante il corteo nuziale. Napoleone vorrà, in seguito, che fossero piantate sulla tomba di Giuseppina e si racconta che, prima di partire per il fatale esilio a Sant'Elena, proprio in quel luogo, avesse raccolto alcuni fiori che, essiccati e riposti in un piccolo medaglione, avrebbe tenuto con sé, gelosamente, fino alla morte. Una sorta di fil rouge lega la violetta alle mogli dell’Imperatore: fu proprio Maria Luisa d’Austria, duchessa di Parma dal 1816 al 1847, sposata in seconde nozze da Napoleone, a sancire la fortuna di questo fiore per il quale nutriva una passione illimitata e che faceva piantare ovunque. La viola ha avuto anche un ruolo politico. L’Imperatore aveva scelto le violette come simbolo dei giacobini in contrapposizione al giglio borbonico e sembra ancora che i suoi sostenitori, per riconoscersi, si sussurrassero la frase: aimez-vous le violette? L’associazione della violetta con Napoleone si radicò a tal punto che, ancora nel 1874, il governo francese ne vietava qualsiasi riproduzione a causa del simbolismo bonapartista. Fu adottata dal Partito Imperiale Napoleonico quando questi, noto ai suoi seguaci come Caporal Violette, fu esiliato all’Elba. Quando si celebrarono i funerali di Napoleone III, tutti portavano all’occhiello un mazzetto di

viole come simbolo della loro fedeltà ai Bonaparte. Parma, all’arrivo di Maria Luigia, le dedicò ciò che già si coltivava con cura nei giardini: una forma doppia della viola odorata. Maria Luigia contribuì anche alla creazione dell' ”Acqua di violetta”, commissionando una formula speciale al monastero di San Giovanni. Botanicamente la si indica come Viola odorata pallida plena, meglio conosciuta come Violetta di Parma. I fiori sono doppi, di colore lavanda pallido con centro bianco, e un profumo intenso e profondo. La sua origine è ignota. Si pensa provenga dall’Asia Minore e potrebbero essere stati i veneziani a portarla in Italia durante i secoli del loro dominio laggiù. Ma si suppone anche originaria della Catalogna, portata a Napoli dagli spagnoli (ecco perché gli inglesi la chiamano Neapolitan Violet), e che anche i Borboni di Napoli l’abbiano mandata a quelli di Parma. In Italia, grande impulso alla diffusione della violetta e del suo profumo venne dal lancio commerciale della sua essenza, inaugurata nel 1870 da Lodovico Borsari.

FOTO CUNA STORIA ANTICA

Un piccolo fiore, ma con un grande passato. Simbolo di purezza, modestia, umiltà e sincerità. Il solo parlarne evoca nuvole di profumi soavi e ricordi impalpabili. È un fiore libero, difficile da addomesticare; si lascia cogliere dove fiorisce spontaneamente e, se coltivato, ricompenserà le attenzioni con abbondanti fioriture. La sua storia si intreccia con quella dell’antica Grecia e affonda le radici addirittura nel mito. Ovidio, nel libro V delle Metamorfosi, racconta come Proserpina stesse raccogliendo viole e candidi gigli nel momento in cui venne rapita da Plutone. E di viole era anche il pascolo della ninfa Io, trasformata in giovenca da Giove, da cui Ion, parola greca che significa viola e a cui si fa risalire l’origine del nome del mare Ionio e degli Ioni, abitanti delle sue rive. Gli Ateniesi, che ci tenevano a proclamare la loro discendenza dagli Ioni, non potevano che amare moltissimo questo fiore. Tanto che non v’erano altari o case in città che non fossero adornati di viole. Secondo Aristofane, inorgoglivano nel sentirsi chiamare “Ateniesi incoronati di viole”. Nella città greca, nel 400 a.C., si vendevano mazzolini di violette agli angoli delle strade. Le usavano anche per fare pomate e tisane dimostrando di conoscerne virtù medicinali. Viole si spargevano sulle tombe dei bambini come simbolo di purezza e modestia. I Romani le chiamavano violette di marzo, la stagione della loro fioritura, e se ne cingevano il capo per dissolvere le emicranie causate da abbondanti libagioni. Nei secoli successivi, soprattutto in Francia sotto il regno di Luigi XVIII, il profumo delle viole servì per coprire gli odori poco gradevoli dovuti alla scarsa igiene. A quel tempo c’era un tale consumo di viole che non bastarono più quelle che crescevano spontaneamente o che venivano coltivate come ornamenti dei giardini. E infatti risale proprio al XVI secolo la loro coltivazione, per così dire industriale, in Provenza. Al tempo della Rivoluzione Francese c’era una tale richiesta di viole che le bouquetières, che le vendevano ad ogni angolo di strada, vennero tassate.

I BOSCHI NAPOLEONICI

Un aspetto ancora poco considerato dalla ricerca è quello della politica ambientale della Francia Napoleonica. Sull’argomento pubblichiamo nella versione online della rivista e facilmente scaricabili tramite QR code a pag. 38, due interessanti contributi: il primo di Dario Spada “Il bosco del Cansiglio durante il periodo della dominazione napoleonica” e il secondo di Giovanni Galipò e Duccio Baldassini “La Foresta Imperiale di Vallombrosa”.

FOTO BOXIL GELATO

Con la violetta si può anche preparare un originale gelato. Occorre una grossa manciata di violette, acqua e zucchero. Dopo aver passato i fiori sotto l’acqua corrente per un attimo, bisogna pestarli bene in un mortaio e aggiungere 125 grammi di zucchero e circa mezzo litro d’acqua. Mescolare sin quando lo zucchero sarà sciolto e lasciar riposare il composto per un’ora; quindi filtrare il tutto, versarlo in una gelatiera e lasciarlo nel freezer finché si rapprenderà in una morbida granita.

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