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STORIA E CULTURA
CHI HA PAURA DEL LUPO?
19/10/2020
di Sandro D’Alessandro

Leggende europee, storia e tradizioni legate al grande predatore

 


FOTO A
I lupi cervieri sono assai più
crudeli e furiosi (…),
ed uno di questa specie fu
veduto in Francia (…),
il quale l’anno 1548 divorò
molte persone.
Non era però un lupo simile ai
nostri lupi comuni
(Cesare Cantu’, 1839)








Il lupo, che nella nomenclatura scientifica viene indicato con il nome di Canis lupus, ha una sua forma domestica nel cane, attualmente noto con il nome scientifico di Canis lupus var. familiaris, ben più appropriatamente che in passato, quando lo si indicava con il nome di Canis familiaris (che in rigorosi termini scientifici indica una specie a sé stante).

Benché nella sua forma selvatica la specie sia diffusa in tutti i continenti, eccezion fatta per l’Antartide e l’Oceania (dove vive peraltro il dingo, discendente dai cani domestici importati dall’uomo e pertanto, in ultima analisi, dal lupo), è in Italia che il lupo è stato maggiormente celebrato in storie, miti, leggende e ricordato in effigi e simboli.

Che esso sia stato considerato da sempre una specie molto importante è testimoniato dagli innumerevoli riferimenti che sono stati fatti nel corso dei secoli (basti pensare alle leggende, alla letteratura e ai modi di dire). Esso è stato impiegato per rappresentare la forza, la tenacia, la costanza, ecc.. È stato un archetipo, un emblema, una creatura utilizzata per simboleggiare potenzialità, capacità, attitudini e tanto altro. Moltissimi autori del passato, da Esopo a Plinio il Vecchio, da Eliano all’autore de “I fioretti di San Francesco”, e ovviamente scienziati come Linneo e Cuvier, vi si sono riferiti.

FOTO BIL MITO

Un elemento di enorme rilievo è dato da Roma, che ha nello stemma un lupo, per la precisione una lupa, la quale avrebbe allevato i gemelli Romolo e Remo, permettendo loro di fondare la città destinata a diventare la capitale d’Italia e la città-simbolo del Cristianesimo. Secondo il mito, quindi, senza quella lupa tutto ciò che afferisce a Roma non sarebbe potuto esistere: una civiltà, come quella dei Romani, destinata ad avere tanto rilievo nella storia e nella tradizione giuridica del mondo intero; non sarebbe esistita la sede vaticana della successione papale che la storia tramanda; non sarebbe esistito quel faro di diffusione della cultura occidentale universalmente noto. E, se tutto ciò ha avuto luogo, per la mitologia è stato grazie alla Lupa che millenni fa si prese cura dei due gemelli figli di Rea Silvia e del dio Marte.

Ma esiste un’altra città che ha per simbolo il lupo, e questa è Lecce, la più orientale d’Italia, il cui simbolo è appunto un lupo all’ombra di un leccio (una quercia, la Quercus ilex, diffusa da sempre in zona). Per quanto strano possa sembrare, il nome della città non deriverebbe dal leccio, bensì dal lupo, animale da cui prese il nome l’antica località di Lupiae, da cui per successivi passaggi si sarebbe arrivati alla denominazione attuale.

Che cosa collega Lecce a Roma? Il mito secondo cui Enea (che, non a caso, sarebbe antenato di Rea Silvia e quindi di Romolo e Remo!), provenendo dall’Asia Minore, avrebbe toccato terra nella località di Porto Badisco (vicino Lecce) prima di proseguire per l’attuale costa laziale, dove avrebbe fondato la città di Roma.

Quasi a voler sancire simbolicamente il ruolo di “guardiano” dei confini (come quello assegnato primariamente al cane, discendente dal lupo, dopo l’eliminazione dei caratteri indesiderati attraverso la selezione artificiale), le effigi delle due località in cui le genti straniere provenienti dall’Oriente fecero il loro primo approdo in terra italica, e successivamente vi si stanziarono, hanno come protagonista il lupo.

I lupi possono avvicinarsi alle abitazioni per reperire avanzi alimentari, specie in condizioni di penuria, magari a causa di eccezionale maltempo (il cosiddetto “tempo da lupi”). Questo avvicinamento volontario e la progressiva abitudine al contatto con l’Uomo, da parte di branchi o di singoli esemplari, potrebbe essere stato il primo passo verso la domesticazione della specie; l’essere umano potrebbe in seguito aver allevato cucciolate di lupi per generazioni, selezionandoli fino a far perdere loro progressivamente i caratteri indesiderati ed ottenere il cane domestico.

FOTO C1PREDATORE ECLETTICO

E, mentre il cane ha accompagnato per la storia l’Uomo, il lupo è rimasto il predatore eclettico di sempre, modificando le sue abitudini in base alle disponibilità alimentari, all’ambiente, all’influenza umana.

Si potrebbe essere indotti a ritenere che di un animale come il lupo si sappia tutto e che non esistano zone d’ombra in cui le narrazioni relative a fatti effettivamente avvenuti si frammischino a circostanze misteriose, ma così non è.

Il fatto stesso che la specie sia in grado di compiere tragitti di decine di chilometri ogni notte e che possa comparire anche all’improvviso in nuovi territori contribuisce ad accrescere il suo alone di mistero. Anche grazie alla sua grande capacità di spostamento nelle ore notturne, il suo apparire in quelle zone che ne permettono la sopravvivenza ne evidenzia il carattere di creatura ubiquitaria la cui presenza non è sempre “sotto controllo”. Un dominatore del territorio quindi, quasi come l’Uomo…

Ciò, insieme ad elementi riferibili a ben altre circostanze, ha portato nel tempo l’immaginario collettivo ad attribuire a volte sembianze umane (i cosiddetti licantropi) all’autore di quegli ululati che in alcune zone si sentono di notte, provenienti chissà da dove, ad opera di branchi formati da chissà quanti individui… un animale, quindi, che ha lasciato attorno a sé un’aura di mistero destinata a perdurare nel tempo.

Così molte sono, nel corso dei secoli, le narrazioni di fatti, immaginari o reali, aventi come protagonista il lupo. Tanti, se non tutti, ricordano il recente film dal titolo “Il patto dei lupi” incentrato su una delle vicende relative a strani fatti, mai del tutto chiariti, che nei secoli scorsi funestarono alcune località europee, soprattutto in Francia. Nella fattispecie, vi si narra della cosiddetta “Bete de Gevaudan”, che fra il 1764 e il 1767 fece decine e decine di vittime; la “Bestia” era ritenuta comunemente un lupo, ma la sua reale natura non fu mai chiarita, lasciando spazio a molti dubbi e supposizioni, perché non ci si capacitava di come un animale con cui le popolazioni del tempo erano abituate a convivere potesse essere così spropositatamente aggressivo e pericoloso.

FOTO EA conferma di ciò, pochi anni dopo gli eventi, l’abate Pierre Pourcher, rimarcando l’aura di mistero che circondava (e circonda tuttora) il meraviglioso Carnivoro, scrisse: “Tutti quelli che l’hanno visto hanno detto che non era un Lupo. Tutti quelli che non l’- hanno visto hanno detto che lo era”.



Foto tratte da «Il Lupo e altri “Lupi”», Sandro D'Alessandro, Congedo Editore