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STORIA E CULTURA
CACCIA AL TESORO
26/11/2017
di Luisa Persia

Chi sono e cosa rischiano i predoni dei beni archeologici

FOTO AUn pensionato di Jesi, in provincia di Ancona, aveva in casa oltre 30mila reperti archeologici risalenti ad epoche che vanno dal XIII secolo a.C. al IV secolo d.C.: un vero collezionista, non interessato alla vendita, e abbastanza esperto da poter corredare ogni pezzo di una scheda tecnica. È stato denunciato dai Carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale delle Marche e la sua collezione sarà vagliata dalla locale Soprintendenza unica. Questa è una delle notizie più recenti che riguardano i tombaroli, gente che vive nell’illegalità, appassionata d’arte o piuttosto in cerca di lucro.

I TESORI ITALIANI
L’Italia è uno dei Paesi con la più ampia gamma di tipologie di reperti archeologici: offrendo fin dalla preistoria comodi approdi per le imbarcazioni nel Mediterraneo, ha sempre rappresentato un percorso privilegiato che dal nord Europa arrivava fino all’Africa e al Medio oriente. Custodisce moltissime testimonianze lasciate dalle diverse popolazioni. Secondo il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo (MIBACT), nel 2016 gli scavi in regime di concessione autorizzati a Università italiane, straniere o enti di ricerca sono stati 301 ai quali va aggiunta almeno un’altra trentina di quelli pluriennali autorizzati negli anni precedenti. Gli scavi svolti dalle Soprintendenze per opere pubbliche e private ammontano a diverse migliaia (6-7.000), in costante aumento grazie all’applicazione delle norme sull’archeologia preventiva. I dati riguardano naturalmente tutto il territorio nazionale, escluse le Regioni autonome che non dipendono per la tutela dal MIBACT.
Accanto agli scavi autorizzati, però, c’è l’attività di tante persone armate di pala, metal detector e spilloni, che più che un viaggio che li riporti a contatto coi riti funerari di tante popolazioni che hanno abitato la Penisola, cercano l’occasione della vita.
Le zone più vocate alla ricerca sono quelle della Magna Grecia e dell’Etruria: Toscana, alto Lazio come pure Basilicata, Campania, Calabria e Puglia. Il materiale è moltissimo, si può considerare che sia stato scavato in tempi recenti soltanto il 30% del patrimonio sotterraneo, tenendo ben presente che questo tipo di interesse ha origini molto lontane, ben prima degli scavi intensivi dell’Ottocento. Quindi la maggior parte dei reperti di grande valore è stato già trafugato, e molto materiale di scarso interesse addirittura distrutto. Il fenomeno è molto diffuso ed ha un mercato stabile, senza grosse impennate.

FOTO DIDENTIKIT DEL TOMBAROLO
Chi sono i tombaroli? Si tratta di persone che non lo fanno come occupazione principale, ma piuttosto per integrare il reddito. La tradizione vanta un praticante di rango, Luciano Bonaparte, fratello del ben più noto imperatore. Costui, nella zona di Vulci (VT) fece setacciare tutto il possibile, e la sua opera fu portata avanti dopo la morte dalla consorte che, da brava imprenditrice, faceva alternare scavi ed agricoltura per ottimizzare i profitti.
L’attività dei tombaroli è piuttosto complessa ma ben organizzata. L’individuazione del sito di scavo avviene grazie ad alcuni segnali del terreno interessato, come la presenza di un tumulo funerario, un ammasso di terra solitamente circondato da pietre, con un diametro ragguardevole ed un’altezza fino a due metri, posizionato sopra la sepoltura. Pareti rocciose o rovine possono anche essere segnale della presenza di una necropoli. I più esperti riescono a individuare le tombe anche dal colore del terreno e dal tipo di vegetazione presente, che dipende dal grado di umidità. Attrezzo indispensabile del tombarolo è il cosiddetto spillone: un’asta metallica appuntita che serve per sondare cosa sta sotto il terreno: infilzando lo spillone si riesce a capire cosa sia sepolto attraverso l’osservazione del colore della punta, dal rosso che identifica vasellame di ocra, al nero che rileva la presenza di pregiati vasi di vernice scura, al bianco che segnala presenza di calcare.
Se ne vale la pena, l’area viene perimetrata con le pietre per poi procedere nell’oscurità: la prima notte si scava per arieggiare la tomba e far così disperdere i gas nocivi creatisi nei millenni, la seconda notte la squadra di 2-5 uomini procede al recupero dei reperti con la protezione del palo, una sentinella pronta a dare l’allarme in caso di arrivo delle Forze dell’ordine. Gli oggetti rinvenuti vengono avvolti con giornali o buste di plastica e messi al riparo in nascondigli naturali. Per poter rintracciare oggetti metallici si utilizza anche il metal detector. Inoltre i tombaroli a volte si accordano, più o meno amichevolmente, coi proprietari dei terreni da depredare per potersi agevolare delle arature per lo scavo.

FOTO BL’ATTIVITÀ CRIMINOSA
Spesso i reperti, passando di mano in mano, tra mercanti d’arte e collezionisti, riescono a raggiungere mostre e musei in tutto il mondo. In un certo senso passano dall’illegalità alla legalità, vengono “ripuliti”, un po’ come accade per il denaro sporco. I mercanti d'arte adottano diversi trucchi, ad esempio affidano ad una casa d'aste l'oggetto rubato, lo ricomprano con il nome di una società fittizia e ottengono un certificato di acquisto originale da utilizzare per la rivendita.
I Carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale (TPC) si imbattono spesso in veri e propri depositi di materiale eterogeneo, più o meno pregiato, nelle cantine di qualche tombarolo.
Anni fa a Guidonia Montecelio, alle porte di Roma, il veterano dei tombaroli trovò la Triade Capitolina, una scultura di tale valore che grazie ad una soffiata venne ritrovata in Svizzera, pronta per raggiungere un grande museo americano.
Lo stupendo Trapezophoros che si può ammirare al Museo Civico Diocesano di Ascoli Satriano (FG) è stato rintracciato grazie ad un famoso tombarolo che in punto di morte ha rivelato di averlo trafugato: era arrivato al Getty Museum di Malibu, che lo aveva acquistato per 5,5 milioni di dollari. Così dopo più di vent’anni dalla sparizione è tornato in Italia, grazie all’attività dei detective del TPC.
I praticanti dello scavo clandestino possono incorrere in reati penali che vanno dal possesso ingiustificato di mezzi per il sondaggio del terreno o di rilevazione di metalli con arresto fino a due anni, al furto di bene culturale con pene detentive da 1 a 6 anni e multe da 5 a 10mila euro. Fino a cinque anni e multa fino a 10mila euro per chi spaccia opere false per vere.

IL 2016 IN CIFRE
L’attività operativa 2016 del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale riporta 1.232 controlli su aree archeologiche con 14 scavi clandestini segnalati e 58 persone denunciate per ricerche archeologiche non autorizzate. Le regioni più colpite sono la Sicilia e la Sardegna. Un incremento del 171,3% rispetto al 2015 dei risultati dell’attività di recupero di beni antiquariali, archivistici, librari, archeologici e paleontologici, per un totale di 94.168 oggetti sequestrati. Sono stati recuperati 10.637 reperti paleontologici e 58.961 reperti archeologici, di cui 52.088 interi, 3.468 frammenti e 3.405 oggetti di numismatica archeologica. Sono stati rimpatriati 734 reperti integri e 2.000 frammenti grazie alle rogatorie internazionali o alle attività di diplomazia culturale. Il monitoraggio dei siti avviene anche con l’ausilio dell’Arma Territoriale e il Raggruppamento Aeromobili Carabinieri, di funzionari del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo e del Consiglio Nazionale delle Ricerche. Osservando l’andamento dell’ultimo quinquennio, il reato di ricerche archeologiche clandestine è in netta flessione rispetto al picco del 2014.