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SCIENZE
LA MENTE DELLE PIANTE
30/06/2021
di Annalisa Maiorano

Sono intelligenti, hanno una capacità di adattamento superiore a quella dell’uomo e, forse, per salvare il Pianeta basterebbe solo ascoltarle. Non hanno un sistema nervoso centrale, eppure è possibile osservare in loro evidenti processi cognitivi

 


FOTO AOggi più che mai sarebbe necessario guardare al Regno Vegetale in modo diverso, più attivo e sensibile, un po' come fa il Prof. Umberto Castiello, docente di Psicologia Generale all’Università degli Studi di Padova e autore del libro “La mente delle piante” (Il Mulino). L’attività di ricerca condotta presso il laboratorio di Neuroscienze Cognitive, insieme ad un team di colleghi, ha portato a studi dai risvolti scientifici e sociali di grande interesse collettivo.

FOTO B CastielloProfessor Castiello, può spiegarci che cos’è e di cosa si occupa la psicologia vegetale e come si è appassionato a questo nuovo filone di studi?

Un aspetto di cui si occupa la psicologia riguarda i processi cognitivi, che esseri umani e animali mettono in atto per interagire con l’ambiente. Mi riferisco alla capacità di percepire gli stimoli, apprendere e memorizzare le informazioni, pianificare un movimento, prendere decisioni. Ecco, la psicologia vegetale si muove all’interno di questo impianto teorico facendo riferimento al comportamento delle piante. Le attitudini che osserviamo nelle piante sono molto simili a quelle che si osservano negli animali.

Se quei comportamenti ci convincono che gli animali posseggono processi mentali, perché dovremmo pensare che le piante non li posseggano?

Le piante sono organismi privi di sistema nervoso centrale, quindi, se i processi che noi chiamiamo cognitivi dipendono da esso, in quale modo il mondo vegetale riesce ad elaborare i segnali che provengono dall’esterno? Come avviene la percezione nel mondo vegetale?

Le piante hanno sviluppato complessi apparati sensoriali e regolatori che consentono di modulare la propria crescita in risposta a condizioni sempre differenti. Si tratta di organismi estremamente sensibili che, seppur sviluppati in modo “vegetale”, possiedono tutti e cinque i sensi comunemente conosciuti: vista, udito, tatto, gusto e olfatto.

FOTO C - Copertina libro CastielloPiù precisamente, dove si trovano ad esempio i loro “occhi”?

Ovviamente, le piante non “vedono” per immagini, come accade a noi, ma vedono la luce in modi e colori che noi possiamo soltanto ipotizzare. È stata avanzata l’ipotesi che le piante posseggano una forma di visione resa possibile da cellule localizzate nell’epidermide delle foglie, chiamate ocelli. Queste cellule agirebbero come lenti in grado di permettere alle piante non solo di percepire la luce, ma anche di costruire una rappresentazione abbastanza definita delle forme che caratterizzano l’ambiente visibile.

Le piante sono, quindi, perfettamente consapevoli di ciò che le circonda?

Esatto! Le piante sono estremamente consapevoli del mondo intorno a loro. Distinguono e reagiscono con diverse modalità alla luce rossa, blu e ai raggi UV, percepiscono gli odori e codificano piccolissime quantità di sostanze chimiche disperse nell’aria così come possono distinguere tra diversi tipi di contatto quando toccate. Inoltre, sono consapevoli della forza di gravità, come dimostra il fatto che possono modificare la loro crescita affinché i germogli crescano verso l’alto e le radici verso il basso. E sono consapevoli del loro passato: ricordano gli attacchi e le intemperie che hanno esperito, e modificano la loro fisiologia in base a tali ricordi.

In che modo riescono a comunicare fra loro e a sviluppare una “vita sociale”?

Il fatto che le piante ci appaiano silenziose non significa che non comunichino tra di loro e con l’ambiente. Lo fanno sia in superficie attraverso messaggi cifrati di forme, colori, suoni e odori, sia sottoterra attraverso l’apparato radicale e l’associazione simbiotica tra funghi e radici. Grazie alle nuove tecnologie, la ricerca sta iniziando a decifrare la grammatica di questi linguaggi e ad individuare gli elementi che caratterizzano tali forme di comunicazione. Per interagire le piante utilizzano migliaia di molecole chimiche volatili. Questa forma di linguaggio chimico è estremamente sofisticata e una singola “parola” può avere significati diversi a seconda di chi l’ascolta. Un dato interessante è che tale forma di comunicazione chimica sembra essere più efficace tra piante che hanno in comune la quasi totalità del patrimonio genetico.

Nel suo libro parla addirittura di “cooperazione” tra diverse specie. Può spiegarci meglio cosa intende?

Un esempio di attitudine alla cooperazione è quello tra l’Arenaria tetraquetra L., e le piante erbacee che frequentemente si insediano all’interno del “cuscino” che i suoi arbusti formano durante la crescita. Le piante erbacee beneficiano di questa associazione, grazie alla proprietà dell’Arenaria tetraquetra L. di trattenere l’acqua. Infatti, la pianta accumula materiale organico che come una spugna si impregna di acqua. Il liquido così raccolto non solo viene utilizzato dalla pianta stessa, ma è anche condiviso con le altre piante consentendone così la sopravvivenza.

FOTO DIn questo sistema così perfetto e complesso di comunicazione, basato su diversi livelli di linguaggio, che tipo di ruolo occupa l’uomo? Qual è il modo più corretto a nostra disposizione per interagire con il mondo vegetale senza causare traumi irreversibili?

Per noi è necessario decodificare il “linguaggio” vegetale perché ci aiuterebbe a capire come le piante reagiscono ai cambiamenti climatici. Il rischio è che questi ultimi possano deteriorare tale mezzo di comunicazione e così destabilizzare l’intero ecosistema. Alcuni segnali potrebbero essere amplificati mentre altri smorzati o addirittura resi impercepibili. In assenza di tale comunicazione le piante potrebbero non essere in grado di rilevare segnali di allarme e diventare più vulnerabili agli insetti o esserne sopraffatte. Al contrario, se l’emissione di questi segnali divenisse più efficiente, certe popolazioni di piante sarebbero in grado di difendersi molto meglio dagli insetti che, scoraggiati, si metterebbero alla ricerca di nuove fonti di sostentamento distruggendo altre specie di piante e cambiando così gli equilibri dell’intero ecosistema.

Comprendere queste nozioni scientifiche può aiutare noi tutti a rispettare di più l’ambiente e ad aprire nuove forme di tutela anche giuridica per le piante?

Negli ultimi anni si è data particolare importanza alle piante, agli alberi e ai loro diritti, tanto che in Francia è stata presentata la Dichiarazione dei diritti degli alberi. Essa costituisce il primo passo verso un processo rivoluzionario che dovrebbe portare alla rivisitazione del codice civile francese e trasformare gli alberi da cose a essere viventi. In Italia è stata ipotizzata una Carta dei diritti degli alberi che costituirebbe un tentativo di favorire un dibattito giuridico serio. L’attuale legislazione ambientale ha fallito perché le piante non sono affatto tutelate, da secoli vengono discriminate e non vi è un motivo scientifico, giuridico, filosofico per continuare a negare i loro diritti.